10202018Headline:

I ‘Derivati di Stato’ hanno fatto la fortuna di molti Istituti di Credito, a pagarne i costi: dipendenti di Enti pubblici indebitati, ma soprattutto cittadini e i servizi

“Solo pochi anni fa scoppiò la bolla dei *derivati. Molti Enti Locali si erano indebitati pensando di affidarsi alla finanza, per liberarsi dal giogo degli interessi che pesantemente gravano sul debito.”

*I derivati sono strumenti finanziari il cui valore dipende dall’andamento di un’altra attività (detta sottostante) cioè da beni reali che ne condizionano l’andamento. Va precisato che, in quanto tale il derivato è privo di un valore proprio.

7gennaio 2018 di Federico Giusti

Dal 2006 al 2016  i derivati sono aumentati a dismisura, anzi sono stati fuori da ogni controllo, pesano sulla voce del deficit pubblico per quasi 24 miliardi di euro. E che rappresentino ormai un problema rilevante lo si evince anche dall’allarme lanciato da alcuni giornali economici che parlano di costi ben superiori ai (presunti) benefici. 

Nel nostro Paese esiste una Magistratura contabile inflessibile quando si tratta di colpire il dipendente pubblico ma assai più morbida quando ha davanti i colossi finanziari, inerte quando si tratta di costruire un audit sul debito individuando i responsabili della crisi. 

Se così non fosse la Corte dei Conti sarebbe da tempo intervenuta combattendo l’uso fin troppo disinvolto da parte delle ‘Grandi Banche’ di  contratti derivati rilevatisi, ormai da tempo, gravosi per conti pubblici e per la stessa tenuta finanziaria degli Enti Locali. Decine sono gli Enti che debbono pagare interessi cospicui, soldi che poi paghiamo noi cittadini sotto forma di servizi più scadenti o bevendoci la storia delle fusioni tra Comuni come risparmio delle spese della politica (lo stesso disco incantato lo abbiamo ascoltato quando sono state soppresse le Province). 

  • Anni fa  i derivati servirono per ‘aggiustare’ il rapporto tra deficit e Pil. Ma, ancora una volta si capisce come le regole dell’austerità abbiano prodotto danni incalcolabili frenando l’economia reale e, soprattutto, alimentando indebitamenti ulteriori perché se il derivato doveva servire per aiutare gli Enti, i risultati sono stati opposti e il deficit è invece cresciuto.
  • Bisognerebbe andare indietro di 25 anni, quando i derivati erano presentati a livello europeo come una soluzione per rientrare dentro i parametri di Maastricht   e per ridurre il deficit e, dei derivati si sono serviti tutti, dai Governi di centro sinistra a quelli di destra con il risultato di diminuire per un decennio il deficit ma poi, pagando lo scotto con interessi fuori controllo.

Se crescono i debiti pubblici (perché i costi e il pagamento degli interessi sono stati solo rinviati e ormai, da un decennio, è arrivato il tempo di pagare), questi contratti stipulati con le banche hanno fatto la fortuna di molti Istituti di Credito. Ci sono tuttavia vittime e carnefici in ogni speculazione finanziaria che si rispetti  e le vittime sono i lavoratori degli enti pubblici indebitati ma soprattutto i cittadini e i servizi.

Esiste allora un singolare parallelismo tra le privatizzazioni e le speculazioni finanziarie.

Le prime incassano soldi dalla alienazioni di immobili o dalla vendita di quote azionarie, soldi che al momento portano risorse fresche nelle casse, ma con gli anni avremo comunque perso un bene e anche il suo eventuale usufrutto. Insomma quel bene che potevi magari affittare o mettere a profitto, una volta venduto non è più in tuo possesso, inoltre gli incassi della vendita vanno via in un batter d’occhio perché devi nel frattempo pagare i vecchi debiti contratti. In ambito finanziario l’Italia, attorno al 2003\6, ha venduto i derivati cosiddetti «swaption», che permettono da subito di incassare un premio ma, alla lunga producono spesa aggiuntiva perchè negli anni successivi si sono acquistati derivati in perdita accumulando ulteriori debiti e interessi da pagare (anche perché il pubblico continuava a pagare a tassi fissi e se incassava dalle banche, i tassi erano variabili e quasi a zero.)

  • Si arriva così al rischio default di 5\6 anni fa con l’intervento delle banche estere che decidono di rinegoziare il debito italiano ma in cambio vogliono rinegoziare gli stessi derivati. Risultato? I tempi di pagamento del debito pubblico sono allungati e lo stesso vale per gli interessi.
  • Che l’Italia sia stata vittima di una speculazione finanziaria è ormai cosa risaputa, del resto gli impatti dei derivati sui nostri conti sono assai più pesanti che in altri paesi europei e rallentano lo stesso PIl. In conclusione, negli anni a venire chi potrà negare che la speculazione finanziaria alimenta il deficit pubblico e non sia un fattore di crescita, ma piuttosto di rallentamento dell’economia?

Ricordiamocelo in futuro quando verranno a propinarci altre diavolerie finanziarie.

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