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Il Viminale ha reso noti i dati dei flussi migratori verso il nostro paese nel 2016. L’intervista al prof. Andrea Riccardi della Comunità di S. Egidio

Una fotografia degli arrivi e delle presenze nel 2016, che mostra un fenomeno non più emergenziale bensì strutturale. L’analisi di uno dei massimi esperti di cooperazione internazionale

6gennaio 2017 di Andrea Vento, Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Il fenomeno migratorio nel nostro pese non solo sta  assumendo sempre più carattere strutturale ma, come era prevedibile di fronte alle crisi umanitarie che insanguinano la costa meridionale e orientale del Mediterraneo, è indirizzato verso un’inesorabile crescita.

A confermarlo sono i dati diffusi dal Viminale nei giorni scorsi che fissano a 180.392 le persone sbarcate nel nostro paese nel 2016 con un incremento del 18,21% rispetto all’anno precedente e il 6,5% rispetto al 2014. Una cifra che non tiene conto della distinzione fra profughi in fuga da guerre e persecuzioni, con diritto alla protezione prevista dalla Convenzione di Ginevra (Asilo politico), e i cosiddetti migranti economici che invece ne sono esclusi e quindi suscettibili di espulsione.

L’entità degli “arrivi” corrisponde con quella dei “migranti accolti”, saliti nel 2016 a 176.290 in netto incremento rispetto ai 103.792 del 2015 e ai 66.066 del 2014, così ripartiti fra strutture temporanee (137.128), centri di prima accoglienza (14.814), Hotspot (nota 1) (785) e strutture del Sprar (Sistema di protezione dei richiedenti asilo) che ne accolgono 23.563. Gli uomini, le donne e i minori (fra questi ultimi ben 24.929 non risultavano accompagnati) sbarcati nel 2016 provengono in netta prevalenza dall’Africa Subsahariana. Fra i primi nove stati di provenienza ne troviamo infatti ben 8 appartenenti a questo sub-continente: Nigeria (21%)  Eritrea (11%), Guinea (7%), Costa d’Avorio (7%), Gambia (7%), Senegal (6%), Mali (6%), Sudan (5%), Bangladesh (4%) e Somalia (4%). L’Africa Nera risulta quindi il grande serbatoio di partenza dei migranti spinti ad attraversare il Sahara da condizioni di vita insostenibili causate da guerre, terrorismo, regimi oppressivi, saccheggio delle risorse da parte delle multinazionali, devastazioni ambientali e desertificazione implacabilmente spinta dal surriscaldamento globale.

Un grande conoscitore del fenomeno migratorio, delle sue cause e delle sue politiche di gestione come il Professor Andrea Riccardi, fondatore nel 1968 della Comunità di Sant’Egidio e Ministro della Cooperazione nel Governo Monti, fornisce, dall’alto della sua esperienza diretta sia come mediatore in numerosi conflitti africani che di promotore insieme alla Federazione delle chiese evangeliche e alla Tavola Valdese di corridoi umanitari per 350 profughi siriani e palestinesi dal Libano, una analisi dei possibili sviluppi futuri e delle politiche che l’Unione Europea dovrà attuare in relazione ai flussi.

Professor Riccardi cosa si aspetta per il 2017?

Per quanto riguarda l’immigrazione i problemi principali riguarderanno ancora la Siria e l’Africa. La Siria è la madre dei rifugiati. C’è il vezzo europeo di sentirsi invasi dai profughi siriani, che invece si trovano soprattutto in Turchia, Giordania e Libano (In Italia arrivati in numero molto esiguo come conferma il Viminale. Ndr). Sei anni di conflitto siriano durante i quali come europei non siamo intervenuti o lo abbiamo fatto male. E qui c’è la prima contraddizione: non si è vissuto il primato della ricerca della pace, credendo che la guerra degli altri non fosse un nostro problema o che comunque si potesse isolare. Non aver posto questa priorità è stato un errore e allo stesso tempo la debolezza dell’Unione europea. Adesso c’è questo accordo russo-turco-iraniano che però non credo che limiterà il flusso dei profughi.

C’è poi l’Africa, un continente in movimento…

Quella africana è un’immigrazione in parte ambientale, in parte economica e in parte dovuta all’instabilità. L’idea di fermarli alla frontiera o di scaricarli sui paesi di prima accoglienza è folle.

Il governo punta sui Migration compact (nota 2), la convincono?

E’ una politica giusta. Sono stato sempre convinto che esista una irresponsabilità dei governanti africani nei confronti dei loro migranti. Ha mai visto un presidente africano venire a inchinarsi a Lampedusa di fronte alle proprie vittime? L’immigrazione è una valvola di sfogo per questi paesi, anche perché i migranti finanziano una parte delle economie locali con le rimesse.

I risultati degli investimenti promessi nei paesi africani non si vedranno prima di una, forse due generazioni. Intanto però si chiede di fermare subito i migranti?

Sarei più ottimista. Non dico che i migration compact sono la soluzione, ma occorre moltiplicare la cooperazione e responsabilizzare i governi africani nel sensibilizzare le giovani generazioni. In Africa si vive un ’68 permanente e i giovani senza lavoro sono un elemento di instabilità per i governi, per i quali è meglio mandarli via. Ma questo è un sistema antidemocratico, che mette a rischio la vita delle persone. Conosco i giovani africani e so che la scelta di andare via, di attraversare il deserto rappresenta una sorta di rivolta contro nazioni che sono matrigne, perché vogliono vivere meglio di come vivono. E’ la rivolta dei giovani. Senza dimenticare che c’è anche tanta gente che è costretta a fuggire. Pensiamo alla Nigeria, al Corno d’Africa, alla Somalia, lì si fugge dalla guerra. Questa rivoluzione non si fermerà in un anno, ma una politica europea di cooperazione è la direzione giusta. Europa e Africa non hanno destini separati e i destino dell’Africa ci coinvolgerà.

La riforma di Dublino sarà una delle prime questioni che l’Ue dovrà affrontare nel 2017. Per ora però non si intravede niente di buono…

Siamo in un momento in cui l’Unione europea stenta a esistere. Dublino come è ora è sostanzialmente l’accordo di chi non vive lo spirito dell’Unione. D’altro canto molti stati hanno capito che sull’immigrazione si vincono e si perdono le elezioni, quindi non vogliono socializzare un problema come questo. E questa è la crisi drammatica dell’Europa. Ma a preoccupare non è solo Dublino, riforma miope, ma i muri nell’est europeo a partire dall’Ungheria (una contraddizione per un paese con una situazione demografica preoccupante visto che nel 2015 ha registrato un decremento naturale del 3,8 per mille e un tasso di fecondità di appena 1,3 figli per donna in età feconda. ndr). Quando a marzo celebreremo i Trattati di Roma dovremo dire cosa è per noi l’Europa.

Intanto la crisi dei migranti ha prodotto l’avanzata prepotente dei populismi in Europa…

Questo è successo prima di tutto perché in passato una politica di sinistra o di centrosinistra ha voluto nascondere la questione migranti pensando che fosse meglio non parlarne per non perdere voti. E’ vero, si perdono voti, ma bisogna avere il coraggio di dire con molta chiarezza che noi abbiamo bisogno dei migranti perché abbiamo un vuoto demografico incredibile. Paesi che si chiudono come l’Ungheria tra un po’ saranno vecchi e dovranno invitare i migranti nella propria terra. Non avranno più però la capacità di integrazione perché saranno paesi di anziani, quindi saranno conquistati.

Per quanto riguarda i migranti l’unica buona notizia del 2016 sono i corridoi umanitari che Sant’Egidio organizza insieme alla Federazione delle chiese evangeliche e alla Tavola Valdese…

E’ un’esperienza di successo a costo zero per il paese, perché sono le famiglie e le comunità che si assumono il mantenimento dei siriani e di alcuni palestinesi che arrivano in Italia. Stiamo negoziando un accordo con la Francia per un nuovo corridoio umanitario per 300 rifugiati. Siamo convinti che si tratti di una soluzione giusta, anche nell’interesse di quei paesi che presto saranno troppi vecchi e dovranno implorare l’arrivo dei migranti. Ma questo sarà il loro suicidio e insieme la perdita della loro storia.

(nota 1) Hotspot:

si tratta di centri attrezzati per identificare i migranti ove possono essere trattenuti in stato detentivo per un periodo di tempo limitato. Le forze dell’ordine  registrano i dati personali dei richiedenti asilo, li fotografano e ne raccolgono le impronte digitali entro 48 ore dal loro arrivo, eventualmente prorogabili a 72 al massimo. I migranti sono trattenuti fino a identificazione avvenuta. Nel caso rifiutino di essere registrati vengono trasferiti nei Centri di identificazione ed espulsione (Cie), delle strutture detentive, in attesa di essere rimpatriati. In base al Trattato di Dublino i migranti sono obbligati a presentare la richiesta di asilo politico nel paese di ingresso. Per questo motivo molti cercano di evitare gli Hotspot o di farsi prendere le impronte digitali perché vogliono raggiungere i paesi dell’Europa centro-settentrionale. L’Italia e soprattutto la Grecia (principale paese d’ingresso fino alla chiusura della “rotta balcanica” a seguito dell’accordo Ue-Turchia) rappresentano per i migranti solamente paesi di ingresso, all’interno dei quali sono spesso costretti a rimanere a seguito delle incongruenza dell’Accordo di Dublino che evidentemente necessita di urgenti modifiche, anche alla luce dei soli 5.000 profughi ripartiti sino ad oggi fra i paesi aderenti.

(nota 2) Migration compact (patto sulla migrazione):

è la proposta presentata dal governo Renzi all’Ue per ridisegnare le politiche europee per quanto riguarda i rapporti con i paesi terzi e in particolare con quelli africani, dai quali arriva  e continuerà ad arrivare il grosso dei flussi diretti verso la sponda sud dell’Europa. In pratica l’Unione Europea fornisce risorse finanziarie  ai governi degli Stati di origine o di transito dei profughi perché li trattengano lì, sul modello dell’accordo tra Ue e Turchia, ma anche di promuovere sviluppo e occupazione in tutti quei paesi, perché i loro abitanti non abbiano più motivi di emigrare.

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