05222018Headline:

Lavoro sotto ricatto, lavoro che uccide. Mille e ventinove, i morti a bilancio nel solo 2017, praticamente quasi 3 al giorno

Lo dicono i dati ufficiali pubblicati dall’Inail, probabilmente inferiori al numero effettivo. Molti infortuni e alcune morti sul lavoro, ai fini statistici, non sono considerati tali (pensiamo per esempio ai casi nei quali l’infortunato è un immigrato privo di permesso di soggiorno)

24gennaio 2018 di Federico Giusti

Siamo stanchi di commentare dati e annunci di infortuni e morti sul lavoro, delle malattie professionali, riconosciute o no che siano. Il punto è che si muore e ci si ammala sul lavoro perché non si investe nella sicurezza e nei controlli, perchè gli appalti sono al ribasso e i ritmi lavorativi talvolta insostenibili (cresce il lavoro sotto ricatto). L’aumento dell’età pensionabile non è stato certo di aiuto, dopo una certa età alcune professioni non sono sostenibili, i fattori di rischio crescono in maniera esponenziale per lavoratori/trici, oltre a rappresentare un pericolo per la utenza.

Confindustria, su tutto il territorio con le associazioni, lavora da tempo per diffondere la cultura della sicurezza e soprattutto della prevenzione (da Il Sole 24 ore del 24 Gennaio), eppure in questi anni innumerevoli pressioni sono state fatte per modificare il testo 81 \2008 depenalizzando alcuni reati e riducendo il sistema di sanzioni e controlli. Non è quindi solo una questione legata a statistiche e censimenti o a soli processi formativi. Gli infortuni, morti e malattie sul\per il lavoro crescono perché hanno aumentato ritmi, età lavorativa, perché il tasso di sfruttamento è cresciuto, la precarietà dilagante impone di accettare qualunque tipo di lavoro, gli appalti riservano spesso poca attenzione al tema della sicurezza o lo fanno in maniera formale, senza guardare alla sostanza del problema.

Nel 2017 le morti sul lavoro sono aumentate, ma anche se fossero rimaste le stesse degli anni precedenti sarebbero comunque troppe.

Le morti sul lavoro riguardano donne e uomini indistintamente (del resto non esiste più una legge che permetta alle donne l’anticipo pensionistico), per lo più riguardano l’industria e i servizi ( 857), l’agricoltura (133 nel 2016), gli infortuni statisticamente sono in leggerissima flessione (ma nel frattempo si sono introdotte le fasce di reperibilità anche negli infortuni giusto per trasmettere a questi lavoratori il senso di colpa per non essere al lavoro.

Che fare allora?

Intanto bisognerebbe rafforzare le sanzioni per i datori di lavoro che non rispettano le normative, sanzioni e reati penali specifici, l’esatto contrario insomma di quanto è stato fatto negli ultimi dieci anni con continui interventi del Parlamento a tutela dei padroni. I contratti nazionali prevedono poi le deroghe su importanti materie che mai dovrebbero offrire la possibilità a datori di lavoro e sindacati complici di introdurre orari e ritmi massacranti, di aggirare una legislazione che nel corso degli anni è stata per altro stravolta.

  • Non serve un lavoro di squadra
  • Non serve la filiera della sicurezza
  • Serve invece ridurre l’orario di lavoro, non imporre carichi di lavoro crescenti, abbassare l’età pensionabile. Ma, Contratti nazionali e Accordi di secondo livello vanno invece nella direzione opposta.
  • Serve cancellare la Fornero, distruggere le deroghe, inasprire sanzioni e pene per i datori di lavoro, prevedere reati specifici, aumentare il numero delle ispezioni, mantenere le strutture Asl e Inail esistenti rafforzandone gli organici,
  • Serve ridurre l’orario settimanale, senza calcolare furbescamente l’orario nell’arco di più mesi.

“E’ inaccettabile uscire di casa alla mattina per recarsi al lavoro e non fare rientro alla sera, i morti sul lavoro vanno considerati come crimini contro l’umanità, non possono essere accettati come effetti collaterali o uno dei mali nececessari a garantire l’unico sistema di organizzazione sociale possibile. E’ proprio il lavoro che uccide a fare da indicatore sociale sulla necessità di cambiare marcia e che, forse questo non è ne l’unico ne il migliore dei mondi possibili.”

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