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Nicaragua. Tira e molla nel dialogo nazionale

Osa rifiuta soluzione antidemocratica alla crisi

Managua, 24 maggio di Giorgio Trucchi (LINyM | Informe Pastrán) – Fonte originale (parziale e senza aggiornamenti): LINyM (spagnolo). Foto END

Il dialogo nazionale come strumento per cercare una via d’uscita pacifica alla violenta crisi sociale che da oltre un mese sconvolge il Nicaragua è a un passo dal fallimento. Dopo la quarta sessione di mercoledì scorso (23/5), i vescovi della Conferenza episcopale del Nicaragua, che fungono da testimoni e mediatori del dialogo, hanno deciso di sospendere a tempo indefinito i lavori. Tanto il governo come i settori dell’opposizione -studenti, impresa privata e società civile- dovranno ora nominare tre rappresentanti ciascuno e creare una commissione mista che dovrà mettersi d’accordo su come procedere. Solo in questo caso i vescovi convocheranno a una nuova sessione plenaria.

Nel dialogo nazionale ci sono posizioni moderate e radicali. Queste ultime stanno però prendendo il sopravvento, polarizzando un clima già di per sé molto teso. All’interno dei settori che avversano il governo c’è chi chiede la rinuncia immediata del presidente Ortega, del suo governo e di tutti i funzionari pubblici, sostituendoli inizialmente con una non ben precisata giunta di governo provvisorio. Questo comporterebbe la rottura dell’ordine costituzionale e provocherebbe un pericoloso vuoto di potere. Un altro settore, che riprende grosso modo i punti contenuti nel documento-base presentato dai vescovi come agenda del dialogo nazionale, vorrebbe invece realizzare tutta una serie di riforme che, di fatto, stravolgerebbero l’attuale assetto istituzionale del Paese. Questa proposta prevede una riforma totale dello Stato e va dalla riduzione di due anni del periodo presidenziale di Daniel Ortega e dell’attuale legislatura, alla riduzione di 5 anni del periodo di sindaci e consiglieri comunali e di un anno del periodo delle altre cariche istituzionali.

Si eliminerebbe la rielezione indefinita, il posto assicurato in parlamento per ex presidenti e per il candidato presidenziale che arriva secondo alle elezioni, e si aumenterebbe la percentuale necessaria per essere eletti al primo turno. Tutte le cariche sarebbero ricoperte da persone scelte all’interno del dialogo nazionale.  Una soluzione che potrebbe avere seri problemi di costituzionalità, già che una riforma così profonda dello Stato è compito esclusivo di una assemblea costituente eletta dalla popolazione, e non di settori riuniti informalmente all’interno di un dialogo nazionale.

La posizione ufficiale del governo è che, prima di entrare a discutere di riforme, si debba normalizzare la libera circolazione di persone e merci in tutto il Paese, evitare qualsiasi forma di violenza e garantire il diritto al lavoro dei cittadini. Attualmente, in vari punti del paese le proteste popolari e i blocchi stradali stanno mettendo in ginocchio l’economia delle famiglie, creando seri problemi di approvvigionamento e perdita di posti di lavoro. Inoltre, il governo chiede che si rispetti la Costituzione e che il dialogo nazionale crei le basi per lo svolgimento di elezioni accettate da tutti nel 2021. La riforma del sistema elettorale si baserebbe sugli accordi già raggiunti con la missione di osservazione elettorale 2017 dell’Organizzazione degli stati americani, Osa. Da parte del ministro degli Esteri nicaraguense, Denis Moncada, la proposta dei vescovi incamminerebbe il Nicaragua verso un colpo di Stato.

Il dialogo trasmesso in chiaro dal canale della chiesa cattolica, in cui hanno prevalso posizioni dure, intransigenti, a tratti violente, sono il segnale di una rottura all’interno della società nicaraguense molto difficile da sanare, che potrebbe aprire le porte a scenari pericolosi che si pensavano ormai sepolti nel passato. I morti, i feriti e le distruzioni delle settimane passate pesano come macigni.

Osa prende posizione

Che la situazione sia grave lo si capisce anche dal fatto che il segretario generale della Osa, Luis Almagro, non certo uno stinco di santo visto i suoi precedenti con il Venezuela, Cuba e altri governi progressisti del continente latinoamericano, abbia preso posizione su quanto sta accadendo in Nicaragua. Durante un foro sul futuro della democrazia in Nicaragua, che si è svolto a Washington, Almagro ha ribadito che nel paese centroamericano esiste una forte polarizzazione politica e che deve essere la popolazione, attraverso elezioni trasparenti, libere ed eque, a decidere sul futuro del paese.

“La democrazia in Nicaragua non deve essere garantita solamente dal governo, ma anche da altri attori. Ci sono attori dell’opposizione che non hanno rispetto per niente e per nessuno. Dobbiamo difendere questa democrazia che è di tutti.  In nessun modo -ha aggiunto Almagro- l’Osa avallerebbe variabili antidemocratiche”.

Il segretario generale dell’Osa ha condannato gli atti di violenza, la repressione e le morti avvenute durante gli scontri del mese scorso. Per questo motivo ha insistito affinché il governo nicaraguense permettesse l’entrata al paese di una missione della Commissione interamericana dei diritti umani, Cidh. Di fronte alle domande di persone appartenenti a organizzazioni della società civile che avversano il governo nicaraguense e che accusavano Almagro di essere “complice di una dittatura”, il segretario generale dell’Osa ha risposto con veemenza.

“Sono complice perché chiedo elezioni trasparenti e giuste. Questi settori non vogliono elezioni trasparenti, ne giuste. Ciò che vogliono sono variabili antidemocratiche per liberarsi di Daniel Ortega, l’attuale presidente. Questo non è il modo di procedere. Non è un modo che approviamo, mi spiace”.

La risposta di organizzazioni come il Fronte ampio per la democrazia, Fad, e il Movimento rinnovatore sandinista, Mrs, non si è fatta attendere, accusando Almagro di “schierarsi con Ortega” e proponendo soluzioni che si collocano al margine della legge e della Costituzione. Dopo nuovi attacchi da parte dell’opposizione nicaraguense, Almagro ha pubblicato nel sito dell’Osa una risposta ancora più dura, accusando questi settori che cercano di capitalizzare politicamente la crisi, il caos e il malessere diffuso verso un governo che, via via, è diventato sempre più verticale e autoritario di “basare le proprie campagne (mediatiche) sulla menzogna” e di “fare politica in modo corrotto” (vedi QUI).

Rapporto Cidh basato su testimonianze

Secondo il rapporto preliminare della Cidh, le testimonianze raccolte mostrerebbero “gravi violazioni dei diritti umani” dovute “all’uso eccessivo della forza da parte dei corpi di pubblica sicurezza e da terzi armati”. Secondo queste testimonianze, gli scontri avrebbero causato la morte di 76 persone, 868 feriti e 438 arresti. La Cidh ha condannato enfaticamente le morti e gli attacchi, sia contro studenti, manifestanti, giornalisti e altri cittadini, che contro membri della polizia e funzionari pubblici. Ha anche detto che crede nella costruzione di una “soluzione pacifica, democratica e costituzionale” per la grave crisi politica che il Paese sta vivendo, e che l’unico modo per ottenerlo è garantendo indagini serie e profonde che assicurino giustizia e risarcimento per le vittime e per i loro famigliari. La missione ha infine rivolto 15 raccomandazioni allo Stato del Nicaragua, che sono state immediatamente riprese dai vescovi, i quali, in un comunicato, hanno chiesto l’impegno del governo nello stabilire meccanismi di verifica sul loro compimento e nel fissare un calendario delle prossime visite della Cidh.

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