03222019Headline:

Quando gli emigranti siamo noi. Dal libro di Enrico Pugliese (‘Quelli che se ne vanno’)

Iniziamo l’anno prendendo spunto dal bel libro di Enrico Pugliese pubblicato pochi mesi fa (Quelli che se ne vanno edizione Mulino)

1gennaio 2018 da Federico Giusti

Giusto per non perdere l’abitudine di confutare luoghi comuni e pericolose semplificazioni. Gli emigranti, dai dati statistici, non sono solo i\giovani africani che attraversano il Bel Paese spesso senza rimanervi, diretti al Nord dove la richiesta di manodopera è maggiore, emigranti siamo anche noi. 

E, la nuova immigrazione non è più’ quella delle valige di cartone che non esistono ormai da oltre 50 anni, a ragione sarà il caso di confutare, anche in estrema sintesi, la lunga sequela dei luoghi comuni sui quali costruiscono il pregiudizio, il paradosso ma anche l’opinione corrente che poi fanno la fortuna dei Salvini di turno.

  • La cancellazione dei dati anagrafici non basta a capire l’esatto numero di quelli che abbandonano il nostro paese.
  • Esistono vari processi migratori, anche interni al paese (da Sud al Nord, da Ovest ad Est) che conoscono varie dinamiche e composizioni e per questo spesso sfuggono ad una classificazione generica e onnicomprensiva.
  • I migranti sono anche, non solo ovviamente, manodopera altamente specializzata, basti ricordare la fuga di cervelli ai quali le università e i centri di ricerca italiana hanno chiuso le porte.
  • Per rovesciare il ragionamento comune bisognerebbe, una volta tanto, focalizzare l’attenzione su quanti lasciano il nostro paese e sulle ragioni che spingono molti\e alla fuga, basterebbe almeno a rovesciare il ragionamento partendo da una condizione, quella dell’emigrante, rimossa dall’immaginario collettivo italiano.
  • Conoscere la reale consistenza numerica dei processi migratori e confrontarli tra loro è indispensabile per rompere la gabbia della ignoranza dentro cui si muovono furbescamente i leaders politici che parlano di assediio , di insostenibilità dell’accoglienza e per questo hanno colpito i richiedenti asilo con il Pacchetto sicurezza.
  • 700 mila cittadini italiani sono emigrati all’estero,  300 mila sono tornati, ne restano fuori dal paese 400 mila e parliamo di un periodo ristretto, 8 anni, tra il 2008 e il 2016, siamo l’ottavo paese nella classifica redatta dall’Oecd sulle emigrazioni internazionali. Più’ che un paese invaso dai migranti sembriamo invece una nazione in emigrazione come possiamo evincere dall’anagrafe degli italiani residenti all’etero di cui anche i dati Istat non possono fare a meno. Due esempi incontrovertibili: nei 4 anni di riferimento sopra menzionati gli italiani emigrati in Germania sono oltre 60 mila, quelli in Gb quasi 40 mila. E ricordiamo che solo una parte, minima, degli emigranti, chiede la cancellazione della residenza nel paese di origine, quindi le stime sui fenomeni migratori italici potrebbero essere maggiori dei dati ufficiali. Italia allora paese che accoglie migranti ma a sua volta protagonista attiva di fenomeni migratori.
  • Da 14 anni gli italiani espatriati sono assai più’ numerosi dei rimpatriati, siamo tornati ai numeri di metà anni sessanta giusto per farsi una idea dello stato di salute del Bel paese. La presenza italiana all’estero meriterebbe di essere analizzata e compresa, per esempio pochi sanno che si parte per andare all’estero dalle regioni italiane più’ ricche per esempio Lombardia seguita dal Lazio) piuttosto che da quelle dove il reddito pro capite risulta più’ basso. Se si parte da regioni un tempo piene di fabbriche vuol dire che la delocalizzazione produttiva ha colpito duramente parti un tempo altamente produttive del nostro territorio, i migranti sono quindi proletari, e in parte quadri, per i quali non c’è più’ lavoro. E attenzione: sovente a emigrare sono meridionali che hanno studiato nel nord o figli di vecchi migranti dal Sud che dopo alcuni anni riprendono la valigia dei loro padri per cercare un impiego all’estero.
  • Altro aspetto importante è l’età anagrafica dell’emigrante italiano, per lo più’ sono di età inferiore ai 35 anni ma cresce sempre più’ la fascia superiore, dai 35 ai 49\50 a dimostrare che la crisi occupazionale italiana è più seria di quanto si creda con espulsioni di massa dal ciclo produttivo di manodopera per altro specializzata e formata. E rispetto al passato il numero delle donne che emigrano è statisticamente superiore.
  • Il 70% dei nuovi emigranti ha un titolo di studio inferiore alla laurea, non solo fuga di cervelli (in numero sicuramente elevato) ma anche di manodopera con o senza specializzazioni. Negli ultimi anni tuttavia il numero dei migranti con laurea è in aumento il che dovrebbe indurre a qualche riflessione sul nostro sistema di ricerca e di reclutamento nelle università
  • Per capire i fenomeni migratori dovremmo metterci in testa di seguire la domanda di lavoro e le sue dinamiche, non basta l’analisi sociologica o il dato statistico se non parliamo dai rapporti di produzione e dai dati cosiddetti oggettivi, il che dovrebbe indurre a rivalutare\aggiornare l’analisi marxiana della società e non ad archiviarla con suggestive (specie per i post marxisti) analisi di moltitudini circolanti per il vecchio continente. Si parte sempre piu’ per motivi di lavoro verso paesi dove viene richiesta manodopera,  si va verso i paesi dove maggiore è il Pil
  • Altro aspetto interessante è il cosiddetto fenomeno eliotropico, i pensionati italiani  vanno in paesi esteri attratti non solo dalle condizioni climatiche ma dalla qualità della vita (il potere di acquisto con 1000 euro equivale a quello di un nostro pensionato residente in Italia con assegno previdenziale sopra 2000 mensili). Se poi gli anziani decidono di espatriare (l’anziano per antonomasia dovrebbe essere sinonimo di scarsa mobilità) qualche motivo di riflessione futura dovremmo pure averlo, per esempio sul reale potere di acquisto delle pensioni nell’era del calcolo contributivo
  • Importante sarebbe comprendere quali siano i posti di lavoro destinati agli emigranti italiani, il peso dei servizi ristretto all’industria tradizionale, per esempio la prevalenza di settori produttivi a bassa produttività rispetto alla emigrazione sviluppatasi fino agli anni sessanta e alimentata dalle richieste di manodopera in miniere e fabbriche. Cambia il mercato del lavoro, cambiano i flussi ma si modifica anche il rapporto tra i cosiddetti settori, non a caso molti servizi oggi sono industrializzati come modalità organizzativa, gestionale e produttiva (Amazon per dirne una)
  • Utile sarebbe capire anche le dinamiche salariali e contrattuali dei nostri emigranti, quale salario percepiranno nei paesi dove andranno a lavorare e a vivere, quale sarà il sistema di welfare di cui beneficeranno, del resto la precarietà del lavoro (l’assenza di un Contratto a tempo indeterminato) è sempre più’ diffusa ma a questa precarietà corrisponde una rete di protezione sociale funzionale al sistema capitalistico (in questa ottica andrebbe analizzato il Reddito di Cittadinanza )
  • Chiudiamo sul ruolo dell’Italia come crocevia nel Mediterraneo dei flussi migratori non prima di avere ricordato che gli italiani residenti all’estero sono quasi 5 milioni, 50 mila in meno degli stranieri ospitati nel nostro paese. Basterebbero questi dati per confutare il pregiudizio dell’invasione straniera decritta da certa televisione. La differenza sostanziale è che le partenze degli italiani sono avvenute nel corso degli ultimi decenni mentre l’arrivo nel nostro paese di stranieri è avvenuto solo recentemente. Ma un ruolo nevralgico gioca l’ignoranza, la disintegrazione del mercato del lavoro italiano sotto i colpi delle delocalizzazioni produttive , immigrazione ed emigrazione divevamo prima sono flussi gestiti in base alla richiesta di lavoro e  come tali vanno analizzati intrecciandone i dati. Poi è innegabile che il nostro paese, al pari della Spagna o della Grecia tuttavia, sia investito dai flussi di migranti provenienti dall’Africa (un discorso a parte meriterebbero le migliaia di morti affogati nel Mar Mediterraneo, morti senza nome e dimenticati da tutti\e), poco si parla comunque del fatto che il nostro paese sia luogo di transito e non mancano casi innumerevoli di nuovi cittadini italiani che riprendono la valigia per emigrare
  • Chiudiamo con una conclusione finale riguardante l’Ue di Maastricht: sono proprio i paese del Sud i più’ penalizzati in termini economici e sociali, la mannaia dell’Euro e delle politiche di austerità ha colpito duramente paesi come il nostro. Al Sud non c’è mai fine come del resto le stesse nozioni di confini e di frontiere vanno decisamente ripensate sfuggendo alla orribile e farneticante semplificazione in atto.
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