07222017Headline:

Report sulla situazione attuale a Kobane

Questo report è stato preparato a seguito di un viaggio effettuato tra il 25 gennaio e il 12 febbraio 2017 nella Regione del Nord della Siria, e in particolare nella città simbolo di resistenza Kobane e dintorni, per osservare i lavori in corso da parte del Comitato di Ricostruzione di Kobane e i progetti sociali che seguiamo dall’Italia e dall’Europa.

23Marzo 2017 da Ufficio di Informazione del Kurdistan in Italia

Il report è il risultato di tutti gli incontri tenutisi con le amministrazioni, le associazioni e i comitati locali, e in particolare con il Comitato di Ricostruzione, col sostegno della Municipalità di Kobane e dell’Ufficio umanitario del cantone che ha dato l’opportunità di visionare tutti i lavori degli ultimi due anni.

L’attacco da parte dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIS) ha causato danni ingenti alla città di Kobane e ai villaggi circostanti. L’ISIS ha deliberatamente attaccato le infrastrutture e gli edifici chiave, scuole, ospedali, strade, impianti per l’acqua e l’elettricità. Si stima che i danni complessivi alla città di Kobane abbiano di gran lunga superato l’80%. Tutte le aree dei servizi chiave, quali scuole e ospedali, hanno riportato danni ingenti, che in alcuni casi ne hanno richiesto la completa demolizione. Vista l’entità della distruzione operata, Kobane si è trovata a dover affrontare il gravoso compito della ricostruzione potendo contare su aiuti dalle province in maniera e mezzi molti limitati. L’aggravata condizione di embargo e chiusura dovuta all’attuale costruzione del muro di divisione di 700 km da parte della Turchia blocca qualsiasi passaggio e crea condizioni di grande difficoltà.

Il processo di ricostruzione è stato strutturato in quattro fasi chiave:

  • Prima fase: assicurare i bisogni basilari e urgenti dei civili di ritorno nella regione, e specificamente cibo, acqua, un riparo provvisorio e il riscaldamento per il periodo invernale.
  • Seconda fase: rimuovere le migliaia di tonnellate di macerie che ricoprivano la città e bloccavano strade e vie di accesso alla città.
  • Terza fase: ricostruire edifici e case per la comunità.
  • Quarta fase: costruire basi e industrie affinchè la ricostruzione della città possa avvenire in maniera autosufficiente e indipendente, visto il blocco tutt’ora in corso da parte della Turchia e dell’Iraq del nord nei confronti della regione del Rojava.

Considerate le dimensioni colossali della distruzione e il ritorno immediato della popolazione in città e nelle provincie e nei villaggi circostanti, le fasi non sono state realizzate necessariamente nell’ordine citato, ma sono state affrontate e realizzate in base ai bisogni urgenti e alle richieste della comunità. L’ISIS nella sua ritirata da Kobane ha lasciato sul terreno migliaia di mine e altri ordigni inesplosi, oltre a trappole esplosive fabbricate artigianalmente. Quando gli abitanti di Kobane hanno iniziato a tornare alle loro case e villaggi, hanno scoperto che la maggior parte delle loro case e terreni era stata minata. Dopo la bonifica dell’intera città e dei villaggi dalle mine, si è proposto di destinare una parte della città rimasta distrutta alla realizzazione di un progetto di “Museo a Cielo Aperto” che per il momento non si è ancora riusciti a iniziare.

Nel corso di un incontro,

i co-sindaci e i rappresentanti dei comuni del Cantone, ci informano che a Kobane ci sono 5 comuni (ad Afrin 37, a Cezire 83, a Manbij 3); il recentissimo censimento stima nel solo cantone di Kobane circa 350 mila abitanti in totale, mentre nei 360 villaggi intorno alla città di Kobane vivono circa 50mila abitanti in 10mila abitazioni. I co-sindaci spiegano che si sta cercando di costruire un sistema amministrativo alternativo; manca l’esperienza ma attraverso le accademie per i lavori della municipalità recentemente costituite si prova a fare formazione a tutti i lavoratori del municipio, inclusi gli amministratori locali. Il municipio ha attualmente 40 progetti sociali alternativi in corso (ad esempio la costruzione di scuole per disabili, parchi di gioco per i bimbi ect.). Ogni progetto proposto e ideato è basato sulle necessità prioritarie della società e del cantone, a partire da criteri di urgenza e condizioni di decisione autonoma individuate e discusse dai consigli e dalle comuni. Secondo tali principi, le decisioni sono condivise attraverso un lavoro di discussione collettiva, e i progetti vengono così autogestiti per la loro futura applicazione secondo una divisione di competenze e aree di intervento sempre più specifiche. Tutti i comuni che hanno realizzato un gemellaggio con la città di Kobane sono stati ufficialmente invitati a mandare il loro logo: un muro apposito nell’edificio della Municipalità verrà dedicato all’esposizione dei loghi dei Comuni che hanno sostenuto Kobane, in segno di solidarietà e amicizia.

Popolazione

La popolazione del cantone di Kobane, inclusi i suoi 450 villaggi, prima della guerra contava circa 400.000 persone. Nel corso della guerra, in particolare verso la fine del 2014, l’intera popolazione del cantone è stata forzatamente costretta a trasferirsi. Nei due anni che hanno seguito la liberazione di Kobane dall’ISIS, più di 350.000 persone tra villaggi e città sono ritornate nel cantone e nelle sue province, nonostante le gravi limitazioni e gli ostacoli al processo di ricostruzione. Il consistente rientro della popolazione è da mettere strettamente in connessione alla capacità e visibilità del processo di ricostruzione ad opera del Comitato per la Ricostruzione di Kobane, in collaborazione col cantone e la municipalità, che ha generato un elevato grado di fiducia all’interno della comunità verso le istituzioni del cantone stesso. Nonostante questi risultati, la popolazione soffre ancora di carenze riguardo i bisogni essenziali: assistenza sanitaria, accesso al cibo e istruzione. E’ inoltre da considerare la situazione di embargo totale e l’arrivo della popolazione dalle altre città, con un fenomeno di immigrazione interna proveniente principalmente da Manbij dopo la sua liberazione. La situazione della frontiera rimane uno dei problemi più importanti che Kobane deve affrontare, essendo determinante per il processo di ricostruzione. Fin dall’inizio della liberazione di Kobane il 26 dicembre 2015, le frontiere tra Turchia e Rojava e Iraq del nord e Rojava sono rimaste chiuse, o meglio aperte e chiuse in modo arbitrario. In particolare, a partire dalle elezioni in Turchia del 1° novembre e i successi ottenuti dall’HDP nel Bakur, la frontiera è stata completamente chiusa, e neppure agli sfollati è stato permesso di ritornare a Kobane.

Infrastrutture

Molte infrastrutture sono in rovina. Bisogna tuttavia segnalare che, a seguito dei danni subiti dalla città, circa 2,5 milioni di tonnellate di macerie sono state rimosse nell’arco di sei mesi, ad oggi uno dei più grandi successi del Comitato per la Ricostruzione di Kobane. Dopo la liberazione di Kobane la città si trovava in uno stato di completa rovina. Migliaia di tonnellate di macerie bloccavano strade e vie di accesso. Nell’arco di soli sei mesi 2.500.000 tonnellate di macerie sono state rimosse dalla città e sono state inoltre riciclate, riutilizzate e recuperate per la costruzione delle strade e di riempimento delle crepe e delle buche nelle strade.

Kobane, come città dei martiri, sta realizzando anche un luogo per rendere duratura la memoria della resistenza della città: il Cimitero dei Martiri, disegnato da un membro delle Unità di Difesa del Popolo che ha in seguito perso la vita durante la progettazione, e che comprende più di 2000 caduti per la resistenza. Il progetto è attualmente seguito e organizzato dall’Associazione dei Martiri, ma il Comitato per la Ricostruzione di Kobane fornisce all’associazione macchinari, attrezzature e gli architetti necessari.

La progettazione di un nuovo quartiere

è stata un elemento estremamente rilevante: questo progetto interessa 18 blocchi e consiste di 1500 appartamenti. Include 16 edifici di 4 piani. Comprende un asilo, quattro scuole, un ospedale, una stazione di polizia, l’ufficio amministrativo, negozi e un parco. Secondo la logica sottostante al processo di ricostruzione, questo nuovo vicinato dovrebbe comprendere un 40% di edifici e costruzioni (220.000 m2) e il restante 60% dovrebbe essere riservato a giardini e aree verdi (330.000 m2). L’area totale destinata a questo processo è di 550.000 m2. Ad oggi sono state iniziate e completate le strutture portanti di 8 edifici. 2 edifici hanno raggiunto il quarto piano, mentre di altri sono iniziate le fondamenta. Attualmente il progetto – pur con tutte le difficoltà nel reperimento dei fondi a causa della situazione emergenziale – sta continuando, ma ad oggi non è ancora possibile aggiungere nuove costruzioni.

Questo progetto è stato concepito per chi ha perso le proprie case nell’area del museo.

E’ il più grande progetto del Comitato per la Ricostruzione di Kobane. L’obiettivo è una veloce stabilizzazione e l’uscita dalla fase emergenziale, e stringente è pertanto la necessità di fondi per completare il progetto. Il progetto è stato inizialmente presentato e proposto alla prima conferenza tenuta dal Comitato per la Ricostruzione di Kobane, svoltasi presso il Parlamento Europeo. E’ stata stesa una statistica generale dei danni riportati a Kobane. La città comprende 13 distretti. Il livello dei danni di ogni distretto è stato stimato in base alla percentuale del numero di edifici danneggiati in un distretto specifico:

  • Distretto occidentale di Botan distrutto al 98%,
  • distretto orientale di Botan  distrutto al 50%,
  • distretto di S.Payman distrutto al 50%,
  • distretto di S.Kawa distrutto al 37%,
  • distretto di S.Abdo distrutto al 26%,
  • distretto di S.Moro distrutto all’83%,
  • distretto di S.Firas  distrutto al 51%,
  • distretto di S.Khabat distrutto al 10%,
  • distretto di Khabatkar distrutto al 37%,
  • distretto di S.Akif distrutto al 52%,
  • distretto di S.Yahya distrutto al 22%,
  • distretto di Kaniya Kurdan distrutto al 37%,
  • distretto di S.Serhad distrutto al 64%.

Più precisamente, 4284 case sono state totalmente distrutte, 5864 hanno riportato danni e potrebbero essere riparate, mentre 630 non hanno subito alcun danno. Per quanto riguarda officine e negozi, 1604 sono stati distrutti, 2182 potrebbero essere riparati e 1882 non hanno subito alcun danno. Inoltre, degli 80 km di strade all’interno di Kobane, 32 km sono stati danneggiati, mentre dei 468 km di strade esterne si stima che 285 km abbiano subìto danni e necessitino di interventi urgenti.

Dei 46 edifici destinati ai servizi pubblici, 16 sono stati completamente distrutti, ma 30 sono stati salvati e riparati o sono attualmente in ricostruzione. In considerazione dei bisogni del cantone e dell’ingente processo di ricostruzione in atto, unitamente alla chiusura dei confini, è stato di vitale importanza costruire stabilimenti e fabbriche a sostegno del processo di ricostruzione. Sono state quindi costruite tre fabbriche:

  • una nel villaggio di Shexler per la lavorazione del calcare nero,
  • una nel villaggio di Chelebya per la calce e la lavorazione del granito,
  • e l’ultima nel villaggio di Minaze, dove si trovano giacimenti di pietra bianca.

Nell’area di un villaggio circostante, un progetto volto alla produzione di mattoni occupa una superficie di 20.000 m2, mentre i macchinari automatici alimentati a corrente elettrica sono in funzione otto ore al giorno e possono produrre 16.000 mattoni al giorno. Per realizzare questo progetto è stata pavimentata con cemento un’area di 10.000m2  intorno alla fabbrica, in modo da consentire a camion e automobili la consegna dei mattoni. Tutte le altre zone dello stabilimento, inclusi i tre pozzi di acqua e un deposito per l’acqua e la sabbia, sono stati completati al 100%. Rimane tuttavia il problema della mancanza di tecnici in grado di far funzionare i macchinari. Sempre fuori città, in un altro villaggio, è stato inoltre costruito un deposito di petrolio per i progetti in corso. I macchinari e le strutture avranno la capacità di immagazzinare 1.100.000 litri di petrolio. Il progetto occupa una superficie di 1000 m2 e ha 15 punti di deposito. E’ stato anche costruito un ulteriore deposito di petrolio per i progetti in corso. I macchinari e le strutture avranno la capacità di immagazzinare 75.000 litri di petrolio. Il progetto ha tre punti di deposito. Dopo gli incontri svolti per valutare le necessità, la priorità individuata è quella di poter ricevere l’aiuto tecnicamente qualificato di ingegneri con competenze per la raffinazione e per lo sviluppo dei processi di lavorazione del petrolio, per evitare dispersioni di materiale nei processi di trasformazione e dissipazione nei giacimenti.

È stato costruito inoltre un cementificio per far fronte ai bisogni di ricostruzione della città di Kobane, come pure dei progetti del Comitato per la Ricostruzione di Kobane. Questo impianto è in grado di produrre 150 m3 di cemento all’ora. Il progetto è in funzione per le esigenze della ricostruzione, e sconta alcune difficoltà tecniche che devono ancora essere risolte. E’ stato costruito inoltre un sito apposito per tagliare e frantumare pietre di ogni dimensione e forma, sempre per la produzione di cemento, che è in grado di produrre 50 m3 di materiale triturato all’ora. E’ stato infine edificato uno stabilimento per la lavorazione dei materiali necessari alla produzione di cemento e calcestruzzo. Questa struttura produce 200m3 di materiale triturato all’ora.

Dopo l’attacco dell’Isis del 25 giugno

con l’esplosione di due autobombe entrate dal valico di frontiera di Pirsus-Kobane, è stato necessario aprire un nuovo varco. E’ stata costruita una grande porta di sicurezza, comprendente un nuovo cortile cementato, e una strada nuova per deviare il traffico pesante dalla via principale di Kobane spostandolo lontano dalla città. E’ stata costruita inoltre la stazione di polizia (Asayis) su un’area di 5000 m2. L’edificio in se è di 2500m2.  Su una superficie di 2500m2 con due piani di 700m2 ognuno, sono stati costruiti studi per le emissioni televisive che includono una grande cucina, una sala da pranzo e da studio. L’area comprende inoltre spogliatoi, docce, salette per il doppiaggio, un grande studio di 400m2, una sala comandi e quattro ulteriori stanze per varie necessità.

Acqua – Terra – Cibo

Durante l’incontro con gli ingegneri e i rappresentanti dei comitati dell’agricoltura abbiamo appreso che prima di tutto sono stati verificati i danni a canali e tubature per il trasporto dell’acqua, sia interni sia esterni, all’interno di Kobane: canali interni: danneggiato il 20% delle valvole, il 25% delle tubature e il 10% dei generatori e delle pompe, per un totale di 19,920 km di condutture danneggiate. Canali esterni: danneggiato il 15% delle valvole, il 10% delle tubature e il 15% dei generatori e delle pompe, per un totale di 4,539 km di condutture danneggiate. A causa dei danni, la fornitura d’acqua alla città di Kobane è stata razionata e limitata, e per supplire alla scarsità d’acqua sono stati scavati molti pozzi. Il numero dei pozzi scavati costituisce però un serio problema ecologico nel lungo termine, poichè avrà un certo effetto sul livello delle acque sotterranee e in futuro potrebbe causare siccità. Sono stati fatti piani per portare a Kobane l’acqua del fiume Eufrate, ma questo progetto è sicuramente a lungo termine per via dei costi estremamente elevati e poiché richiede 17 km di tubature e attrezzature che al momento non sono disponibili. Il regime siriano aveva costruito una tubazione lunga 200 km che andava dall’Eufrate fino ad Aleppo, che lasciava scoperta la zona di 17 km che comprendeva i territori di Kobane. La fornitura d’acqua continua perlopiù a essere razionata e limitata a determinati orari nel corso della settimana. Inoltre i serbatoi d’acqua richiedono metodi per la purificazione dell’acqua col cloro, come misura di sicurezza aggiuntiva, che non sempre sono disponibili. Questo modo di rifornire d’acqua la popolazione di Kobane in crescita si è rivelato quindi inadeguato: è necessario studiare alternative praticabili.

I terreni agricoli si trovano in corrispondenza della parte nord del fiume Eufrate. Da tre anni a Kobane non si è potuto coltivare la terra; quest’ultima, esaminata da un laboratorio danese, è stata giudicata coltivabile e ricca, tranne le banane adatta a grano, cotone, ulivi, melograno, pistacchio e barbabietola da zucchero. La mancanza dell’acqua è però un grosso problema. Inoltre c’è la necessità di fare formare agronomi, e di reperire i macchinari che sono stati depredati dall’Isis. Un rappresentante ci sintetizza in breve la situazione agricola di Kobane così: il primo anno l’ISIS ha attaccato, il secondo anno non c’erano i semi per coltivare, e il terzo anno è tornata la popolazione e il cantone di Cizre ha fornito i semi ma non c’erano macchinari e senza gasolio e fertilizzanti non si è potuto fare niente.  Si è ora in una fase in cui ci sarebbe bisogno di irrigazione e di macchinari ma anche di semi e fertilizzanti. Le provviste di cibo rimangono un tema aperto. L’esodo massiccio a causa della guerra ha causato l’abbandono di migliaia di acri di terreno destinato alla coltivazione e all’agricoltura. La successiva siccità del 2015-2016 ha peggiorato ulteriormente la situazione dell’agricoltura, nonostante il flusso continuo di civili di ritorno nei loro villaggi e terreni. Abbondanti sono i terreni ma la mancanza di acqua è un problema che frena lo sviluppo dell’agricoltura.

La chiusura delle frontiere

ha causato notevoli difficoltà nell’importazione del cibo e delle verdure necessarie, con scarsità periodica dei prodotti basilari. Inoltre a seguito della liberazione di Manbij e degli attacchi aerei contro Hasake da parte del regime, migliaia di persone sono state evacuate e sono fuggite in zone più sicure, tra cui Kobane, rendendo urgenti le forniture di cibo. La scarsità di cibo ha inoltre come effetto la speculazione da parte dei commercianti che stabiliscono forniture e prezzi all’interno del mercato, causando l’inflazione dei prezzi quando le forniture scarseggiano, come successo ad esempio con lo zucchero. Di conseguenza è stato emanato un decreto in base al quale sono i cantoni a controllare e stabilire la fornitura di zucchero, petrolio, latte per neonati e medicinali.

La produzione del pane

è stata ripristinata con il completamento della ricostruzione del mulino principale. È stato riservata un’area di 3.000 m2 per un nuovo panificio (3.000 m2) che include una grande sala per l’installazione di tutta l’attrezzatura, gli spogliatoi per gli operai, inclusi i servizi per uomini e donne, gli uffici amministrativi, una cucina, un magazzino per la conservazione della farina e del sale, oltre a uno spazio dedicato alla vendita del pane. Un altro identico ha uno spazio riservato di 5000 m2. E’ inoltre presente un macchinario speciale per la lavorazione del pane, anche se al momento non è funzionante. Esiste infine uno spazio riservato al progetto della costruzione di un mulino in un’area di 18.000 m2, di cui 1.200 m2 riservati all’edificio stesso. Ci sono due linee elettroniche che producono 50 tonnellate di farina l’una, per un totale di 100 tonnellate al giorno. Al momento però soltanto una linea è funzionante. La seconda linea è stata approntata, mancano però i macchinari necessari. L’edificio amministrativo principale occupa altri 350 m2, suddivisi su due piani.

Elettricità

Già molto prima degli scontri avvenuti a Kobane tra l’ISIS e le Unità di Protezione del Popolo (YGP) e le Unità di Protezione delle Donne (YPJ), nella regione del Rojava l’elettricità era stata tagliata da al-Nusra e dai terroristi dell’ISIS. Nel 2012 al-Nusra aveva preso il controllo della diga strategica di Tishreen che forniva elettricità alle regioni del nord, incluse Kobane e Cezire. A causa della mancanza di elettricità e del flusso continuo della popolazione di ritorno, il cantone come alternativa è ricorso all’uso di generatori pesanti, costosi e ecologicamente pericolosi. Siccome anche questi si sono rivelati insufficienti, sono stati spesso usati solo a determinati orari del giorno, con un conseguente razionamento dell’elettricità. Con la liberazione della diga di Tishreen il 26 dicembre 2015, il Comitato per la Ricostruzione di Kobane si è adoperato molto per ridare elettricità alla città. A un mese e mezzo dalla liberazione di Tishreen tutta Kobane è stata rifornita di elettricità. Se il problema è stato effettivamente risolto nella città di Kobane, in molti villaggi l’elettricità scarseggia ancora, a causa della mancanza dei materiali necessari inclusi cavi elettrici e trasformatori.

Sanità

Prima della guerra Kobane aveva tre ospedali e un quarto stava per essere completato. Durante il conflitto tutti gli ospedali sono stati danneggiati e/o completamente distrutti. Il Comitato per la Ricostruzione di Kobane ha iniziato a ricostruire due degli ospedali precedenti e a costruire nuove cliniche sanitarie. Mancano ancora però molte attrezzature e materiale sanitario essenziali, incluse macchine per la RM (risonanza magnetica), per la TAC e i raggi-X. Molte ONG hanno cercato di inviare attrezzature e materiale sanitario a Kobane, che sono state però confiscate dalla Turchia o dal Governo Regionale del Kurdistan (KRG). La maggior parte di queste forniture è stata venduta o utilizzata dalla Turchia o dal KRG. La situazione riguardante i medicinali e altri bisogni necessari e urgenti, connessi alla chiusura delle frontiere.

Fin dall’inizio la scarsità di medicinali è stata uno dei problemi più gravi. Nelle fasi iniziali della liberazione di Kobane le frontiere sono rimaste chiuse per scelta, ad eccezione di alcune forniture autorizzate a passare. Le frontiere sono state in seguito chiuse del tutto, e neppure i medicinali urgenti potevano passare. Questo ha causato il riemergere di malattie altrimenti facilmente prevenibili e curabili. Ad oggi la vaccinazione dei bambini rimane un problema urgente. Migliaia di bambini non sono stati vaccinati, con conseguente ritorno di malattie infantili precedentemente sotto controllo o evitabili, quali l’epatite B, il morbillo, la polio e altre. Inoltre sono ricomparse altre malattie facilmente curabili, quali la tubercolosi e specialmente la leishmaniosi, con centinaia di ammalati. Molti sono stati i morti a causa di queste malattie. A tutto ciò si aggiungono le migliaia di persone sfollate a seguito della liberazione di Manbij e dei bombardamenti di Hasaka da parte del regime, confluite a Kobane e nei suoi ospedali e cliniche, già sovraffollati e a corto di forniture. Questo carico aggiuntivo ha causato una grave e critica carenza di medicinali a Kobane e nel Rojava in generale. E’ stato fatto un appello urgente per sostenere Kobane e il Rojava con medicinali e aiuto medico. La situazione sanitaria rimane ad oggi critica e irrisolta e necessita di attenzione e aiuto urgenti.Al fine di aiutare il Ministero della Sanità, il Comitato per la Ricostruzione di Kobane si è fatto carico della riparazione dell’ospedale Viyan, danneggiato durante la guerra. Intorno all’ospedale si vuole costruire un nuovo muro e un giardino. Presente è anche l’ospedale militare, con una superficie riservata di 500 m2 incluse una sala di terapia intensiva e una sala di recupero post-operatorio. Sono state create una sala di sterilizzazione e due salette per i chirurghi. E’ stata aggiunta una stanza per l’immagazzinamento dei medicinali. É stato costruito un ospedale con il sostegno del gruppo ICOR che ha lavorato costantemente per qualche mese. Tuttavia non è potuto ritornare a Kobane per continuare il suo progetto. Perciò la Mezza Luna Rossa Kurda e il Ministero della Santità si sono quindi fatti carico di concludere il progetto.

Educazione

Il Comitato per la Ricostruzione di Kobane ha dato il suo sostegno ai bambini attraverso la ricostruzione e la riparazione urgente delle scuole. Alcune delle scuole hanno subìto danni che vanno dal 20% al 40%, dal 50% al 70%. E’ stata completata la fase iniziale di rimozione delle macerie dalle scuole e si è iniziato a riparare i danni. A Kobane ci sono 21 scuole in funzione, dalla primaria alla media, con circa 11.000 studenti in città e 31.000 nei villaggi, 503 insegnanti in città e 1308 nei villaggi; i bambini sono tornati a scuola dividendosi su due turni giornalieri. Tuttavia molte aule sono sovraffollate, arrivando in alcuni casi a contenere fino a 55 bambini.

La ricostruzione delle scuole va avanti a grandi passi, anche se mancano attrezzature e materiale scolastico di base quali sedie, banchi, libri, penne, strumenti laboratoriali per le materie scientifiche (chimica, biologia), attrezzature basiche per lo sport e per le attività artistiche come musica e disegno ecc. Le campagne future dovranno quindi focalizzare l’attenzione su questo problema. E’ possibile fare gemellaggi con le scuole per le principali necessità che favorisca un legame di relazioni umane e culturale. Visto che molti bambini non possono accedere alla scolarizzazione per mancanza di trasporti pubblici, l’organizzazione olandese “Stitching Help Kobane”, dopo aver raccolto 36.000 euro, ha acquistato un pulmino per il trasporto dei bambini dalla scuola materna a casa, in particolare per i bambini disabili. Il pulmino è stato consegnato a Kobane ed è ora operativo. Inoltre con il sostegno della solidarietà dalla Svizzera, viene costruita una scuola a circa 60 km di distanza da Kobane ha un area di 500 m2, composta da 8 classi. Si tratta di una scuola primaria di 500 studenti con due turni.

Bambini

La situazione dei bambini rimane tutt’ora uno dei temi più trascurati del processo di ricostruzione. Si stima che circa 500 bambini siano rimasti orfani a Kobane, con costante bisogno di aiuto e cura. Uno dei bisogni più urgenti dei bambini riguarda la loro salute mentale e l’aiuto psicologico, che possa aiutare loro e la collettività a superare i traumi. Con l’aiuto della solidarietà internazionale sono state dati i fondi a Kobane; per attrezzature di campi gioco, dove i bambini possono giocare ed essere allo stesso tempo allontanati dalle macerie della città e dalle case devastate e inoltre sono stati anche rimborsati materiali per bisogni scolastici come borse, scarpe, penne quaderni colori ect. Sono in corso progetti per moltiplicare i campi da gioco, come il progetto di Playground a Kobane.

Da un anno è in corso dall’Italia il progetto ‘Bimbi di Kobane’, a sostegno dei bambini orfani di Kobane: sono stati mandati aiuti annuali a 135 bambini, e il progetto ha in previsione una durata di due anni: una volta completata questa prima fase, il progetto ha come secondo obiettivo di sostenere la raccolta dei fondi per il progetto Alan’s Rainbow già avviata dalla Solidarietà Internazionale. Dopo colloqui e discussioni con le associazioni locali e partner del progetto, si è potuta valutare l’urgenza della situazione attuale.

Il progetto Alan’s Rainbow,

prevede di recuperare un’area per i bambini e le bambine all’interno della quale si troverà: una casa accoglienza; un asilo e una scuola; un parco e uno spazio giochi. L’asilo e la scuola saranno accessibili anche ai bambini non accolti nella casa – accoglienza. Il progetto è nato con il sostegno della solidarietà internazionale per aiutare i bambini rimasti orfani durante la guerra.  Il progetto è stato avviato, anche se al momento è rallentato per mancanza di fondi; i bambini attualmente risiedono sparsi nei villaggi presso i nonni, senza possibilità di una educazione di base. E’ di fondamentale importanza portare a termine questo progetto per i suoi impatti positivi sui bambini a breve termine, e sulla comunità, a lungo termine.

Il progetto Alan’s Rainbow prevede di recuperare un’area per i bambini e le bambine all’interno della quale si troverà: una casa accoglienza; un asilo e una scuola; un parco e uno spazio giochi. L’asilo e la scuola saranno accessibili anche ai bambini non accolti nella casa – accoglienza. Attualmente è in corso la progettazione definitiva delle strutture previste all’interno dell’area di 1.700 m². L’edificio principale ha una base di 715 m² e si sviluppa su tre piani di altezza. Al suo interno saranno costruite: 15 aule; un laboratorio; uno spazio comune; un’aula computer e una sala sportiva. Questo centro sarà strutturato in modo da contenere 100 persone nella struttura di Accoglienza e circa 600 studenti nell’area educativa. Sono previste 12 stanze comuni (8/10 posti letto ciascuna), una cucina, una sala comune e bagni.

Donne

Come in tutte le comunità distrutte dalla guerra, la situazione delle donne rimane una delle più difficili. Le donne continuano a sostenere il peso maggiore del lavoro domestico e della cura dei figli, peso che aumenta notevolmente laddove viene a mancare colui che tradizionalmente porta a casa il pane. Per questo motivo le donne continuano a essere le più vulnerabili all’interno della comunità e hanno bisogno di tantissimo aiuto. Il Kongra Star, Confederazione delle associazioni di donne del Rojava, ha svolto numerose attività e si impegna a fondo in sostegno delle donne di Kobane. Nel corso della visita alla nuova sede, insieme alle donne che fanno parte del coordinamento di tutti i lavori del Kongra Star, è stata illustrata la situazione generale delle donne; è stata illustrata anche la necessità di trovare una casa sicura dove poter accogliere le superstiti della violenza domestica da parte del comitato delle donne del cantone. È stata costruita una nuova sede per Kongra Star che comprende un archivio, un centro di ascolto, un ufficio stampa, una sala conferenze per facilitare i lavoro di tutte organizzazioni delle donne a Kobane.

Inoltre ci è stato detto che è stata affittata una sede per l’organizzazione SARA, uno spazio che funga da ufficio principale, dove poter continuare il lavoro sulla violenza domestica con le donne e con i bambini rimasti orfani. Attualmente le donne gestiscono il parco nel centro di Kobane, riconvertito nel “Parco delle donne”, dove donne, bambini e famiglie possono trovare un luogo sicuro e accogliente. Anche il ristorante nel parco è stato rinnovato e convertito in una cooperativa dove le donne possono cucinare e vendere cibo e dolciumi.

Con il sostegno dell’organizzazione delle donne e del Comitato delle donne del Cantone è stato inoltre realizzato un centro di cucito, come esempio di cooperativa di donne. La cooperativa incontra notevoli difficoltà, per la mancanza delle forniture a buon mercato necessarie per la sua realizzazione. Il Comitato per la Ricostruzione di Kobane, a seguito delle richieste del Kongra Star, ha progettato la costruzione di un’accademia a Kobane.

Il progetto ‘La Casa delle Donne di Kobane’

è un luogo di formazione e elaborazione di economia alternativa. con il sostegno della solidarietà italiana tra cui anche la Provincia autonoma di Bolzano e Chiesa Valdese. L’edificio consta in uno stabile su 3 piani  e ogni piano è di circa 500 mq. 1/100. Piano seminterrato composto da auditorium, cucina, crèche, e i bagni; Piano rialzato comprende una hall, ufficio di accoglienza, una biblioteca, un’aula di formazione, una sala studio, una sartoria, due bagni; invece secondo piano comprende, le stanze adibite a foresteria dando così la possibilità di ospitare le delegazioni internazionali con una hall e i bagni.

Il campo profughi di Mishtanur

Questo campo è stato allestito all’inizio del 2015 per ospitare gli sfollati interni (Internally Displaced People – IDP) di Kobane, che comprendevano persone la cui casa era stata completamente distrutta, persone le cui case e fattorie erano state minate oppure ancora sotto il controllo dell’ISIS. Sempre più persone sono giunte da posti come Raqqa, Aleppo e Hasaka, ad incrementare i numeri del campo. Con la successiva liberazione di Manbij e la posa di migliaia di mine e altre trappole esplosive piazzate deliberatamente dall’ISIS, migliaia di persone sono state evacuate e sono fuggite verso le zone sicure al nord, inclusa Kobane. Di conseguenza la popolazione attuale del campo è salita a più di 7000 persone. Il campo ha urgente bisogno delle forniture di base quali cibo, sapone, olio per cucinare e gas, oltre ai prodotti per l’igiene femminile. Inoltre molti bambini non hanno accesso all’istruzione nel campo, in quanto troppo lontani dalle scuole locali e senza accesso al trasporto pubblico – un problema diffuso in tutta la regione di Kobane e non solo nel campo – oltre alla mancanza di posti disponibili nelle scuole già ristrutturate e in funzione.

Conclusioni

Dopo tutti gli incontri e le osservazioni insieme alle organizzazioni della società civile, i rappresentanti delle amministrazioni e la popolazione si può trarre un bilancio di massima della situazione.  Possiamo affermare che una città che ha sperimentato un tasso di distruzione pari a circa l’80%, una città che secondo le correnti valutazioni è impossibile ricostruire perfino in 50 anni di tempo, è in grado di valutare e gestire le proprie esigenze e si impegna concretamente per la realizzazione dei lavori necessari, non solo per il presente ma anche per il futuro dei piccoli che sono rimasti. In diversi momenti della ricostruzione hanno operato diverse Organizzazioni Non Governative, le quali fanno affidamento su operatori locali che lavorano per conto loro.  Alcune sono perfino riuscite a entrare a Kobane in momenti diversi, mentre altre non ci sono mai riuscite per il problema della chiusura delle frontiere. Segue una lista dei ONG che hanno lavorato prima dell’inasprimento delle condizioni di chiusura dei confini dell’Iraq e della Turchia: Mercy Corps, Medici Senza Frontiere (MSF), Concern, Spring Organisation, DCA, Handicap, MAG, ICOR, AVC, IMC, IMO.

Il Comitato per la Ricostruzione di Kobane è stato promotore di molte attività per sensibilizzare sulla mancanza di un corridoio umanitario, tra cui una conferenza tenutasi al Parlamento Europeo su questo tema. Un’altra campagna di sensibilizzazione ha avuto come risultato l’organizzazione il 15 settembre 2015 di una Carovana Umanitaria sul confine Suruc-Kobane. Tuttavia, nonostante le numerose petizioni e altre attività tramite i mezzi di comunicazione, i social media e i siti internet, nonostante numerosi gruppi di solidarietà chiedano la fine del blocco umanitario, il problema persiste e rimane ad oggi il più grande ostacolo al processo di ricostruzione.

La mancanza di un corridoio umanitario ha avuto in particolare i seguenti effetti sul processo di ricostruzione:

  1. Blocco dei trasferimenti di aiuti e forniture, quali materiali e attrezzature mediche.
  2. Divieto di passaggio agli esperti e ai tecnici, divieto ad attivisti o volontari di entrare nel Rojava, inclusi ingegneri, architetti, medici, tecnici specializzati e sminatori.
  3. Divieto di passaggio ai macchinari pesanti per l’edilizia e alle attrezzature necessarie al processo di ricostruzione, incluse forniture edili quali cemento, ferro, vetro, ecc.

A causa di questi ostacoli, il Comitato per la Ricostruzione di Kobane ha tentato di affrontare alcune carenze costruendo fabbriche e stabilimenti per poter rendersi indipendente dal problema delle frontiere. Sono state costruite fabbriche per la produzione di cemento, catrame, ghiaia e mattoni, per poter diventare autosufficienti e ridurre la dipendenza dalle frontiere. La situazione si è ad oggi aggravata: non solo manca un corridori umanitario, ma ora esiste anche un enorme muro di circa 700km costruito da parte della Turchia che divide in due parti tutta la popolazione. La regione è certo una zona sicura per i civili che vi si sono riversati, ma continua a esistere una condizione di emergenza particolare che solo in loco è possibile valutare. Per questo ci è stato richiesto di non decidere da lontano al posto loro, bensì di coordinarsi con le loro valutazioni e richieste. Questo perché la popolazione che da due anni vive sotto embargo totale si è attrezzata a non aspettare solo gli aiuti da fuori, ma cerca di ricostruire sulla base delle proprie forze, certo con le possibili e praticabili collaborazioni. La loro lotta è diventata un simbolo della lotta per l’umanità, ma la ricostruzione deve diventare anche una nostra responsabilità. Abbiamo osservato che ci sono piccole ditte popolari che producono porte e finestre, costruiscono case prefabbricate complete: attraverso le cooperative si cercano di creare la propria economia alternativa nonostante blocchi ed embargo. Tanto è stato fatto per affrontare le mancanze e i danni causati dalla guerra e dal conflitto. Successi sono stati ottenuti nei settori dell’elettricità, dell’istruzione e della sanità, solo per citarne alcuni. Altre aree necessitano di interventi urgenti, in particolare per quanto riguarda donne e bambini. Le organizzazioni della società civile, l’autorganizzazione a livello locale a Kobane sta dimostrando di essere più efficace di uno Stato: tutto questo va però sostenuto concretamente, sia tenendo viva l’attenzione sulle gravi conseguenze recate dalla mancanza di un corridoio umanitario per tutte le ONG, i gruppi e le organizzazioni di solidarietà che desiderano aiutare il futuro di Kobane e la sua ricostruzione, sia adoperandosi perché queste continuino a sostenere progetti richiesti dalla popolazione locale. E’ questo il modo di contribuire alla difesa dell’umanità in maniera concreta.

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