04232017Headline:

Resoconto del Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale nel Comune di Pisa

Il “Resoconto (anni 2014-15 e 2015-16) del Garante dei Diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale”, avv. Alberto di Martino, che sarà oggetto del Consiglio Comunale di Giovedì 16 Marzo p.v.

13marzo 2017 di avv. Alberto di Martino, Pisa

Questioni relative alla popolazione detenuta

Composizione – Il carcere di Pisa, quale casa circondariale, è un istituto che dovrebbe accogliere – tendenzialmente – detenuti/e in attesa di giudizio o di sentenza definitiva, nonché detenuti/e con pene inferiori a cinque anni od il cui residuo di pena non è superiore a cinque anni. I dati di base dell’istituto sono reperibili al sito: Pisa Casa Circondariale.

Sono attualmente ristretti/e 277 detenuti/e, come meglio specificato nell’allegato 1 alla presente relazione, di cui costituisce parte integrante. La tendenza appare dunque nuovamente verso il sovraffollamento: la capienza regolamentare (già riferita dalle precedenti relazioni dell’Ufficio del Garante, pro tempore Avv. Callaioli) è di 226 detenuti/e. I detenuti definitivi sono in larga maggioranza (187 rispetto a 90 in attesa di sentenza definitiva). Un elemento significativo da considerare, oltre al numero dei ristretti in quanto tale, è l’elevato flusso in ingresso (soprattutto per custodia cautelare) ed in uscita dalla Casa circondariale. Le conseguenze pratiche sono apprezzabili, in particolare, in termini di criticità dal punto di vista delle iniziative che possono essere concretamente realizzate all’interno del carcere: difficile, talvolta irrealizzabile, l’elaborazione di programmi di attività di lungo periodo. Il problema concerne soprattutto le attività scolastiche e più in generale di formazione, nonché quelle in senso lato “trattamentali”.

In particolare, le donne: generalità

La situazione delle detenute è particolarmente problematica. Su questo aspetto il Garante si è più volte confrontato con i/le volontari/e, sia vie brevi sia con incontri presso la Casa della Donna di Pisa. Si è fatto promotore anche di un incontro fra la Direzione e il volontariato (soprattutto chi è attivo nella sezione femminile), al fine di chiarire alcuni aspetti problematici di cui hanno fatto esperienza i volontari ed in relazione ai quali si sono determinate situazioni di insoddisfazione e perplessità. Le criticità sono state indicate in dettaglio in una lista tabellare composta dai volontari, condivisa con il Garante e portata preventivamente a conoscenza del Direttore al fine di indirizzare efficientemente la discussione. La struttura della sezione femminile è in parte infelice, in parte – secondo lo scrivente, difformemente da quanto hanno ritenuto a lungo organi istituzionali – in contrasto con le norme di ordinamento penitenziario e dunque radicalmente illecita. 

  • Infelice, perché: 

come è noto le celle si trovano al piano superiore lungo un ballatoio che si affaccia sul corridoio del piano terra. Come misura adottata per evitare i problemi da sovraffollamento, le detenute possono stare fuori dalla cella per un certo numero di ore al giorno, ma – ad oggi – non possono sostare sul ballatoio; possono solo riunirsi a gruppi nelle celle (idonee, d’altronde, al massimo per due persone) oppure recarsi al piano inferiore in una sala comune. Il provvedimento relativo all’uso del ballatoio, in termini peraltro non perspicui almeno per come è stato interpretato in concreto dagli esecutori, è oggetto di insoddisfazione e vivace contestazione. Il ballatoio dispone di una cucina professionale piuttosto moderna, tuttavia non accessibile all’uso ordinario quotidiano, nonostante sollecitazioni in tal senso anche del garante regionale; resterebbe accessibile per corsi professionalizzanti o comunque attività di carattere occasionale. La direzione della casa circondariale sottolinea la non gestibilità dei profili di responsabilità (innanzi tutto civile) che potrebbero essere connessi all’uso ordinario dell’impianto.

  • Illecita, perché:

l’area dei sanitari è situata all’interno delle celle separata dal resto dell’ambiente da un semplice‚ mezzo muro’, cioè un muretto basso che non impedisce né la vista, né ovviamente ogni altra percezione di quanto connesso alla fisiologia dell’evacuazione ed alle pratiche di igiene personale. Nessun bidet ha erogazione di acqua calda, che è disponibile soltanto nelle docce (ovviamente nessun WC è munito di impianto equivalente al bidet). Le finestre di alcune celle, nelle quali è stato sistemato un letto a castello, non consentono l’apertura completa degli stipiti. Con soddisfazione si apprende che un pronunciamento recente della magistratura di sorveglianza, anche sollecitata dai ricorsi promossi dalle detenute con l’assistenza dei volontari de L’Altro Diritto, ha intimato all’amministrazione di risolvere strutturalmente, entro sessanta giorni, il problema della separazione del vano sanitari dal resto della stanza. V’è solo da interrogarsi sulle ragioni del ritardo istituzionale nel gestire questa problematica, nonostante sia stata sin da subito rappresentata anche al Provveditorato regionale dell’amministrazione.

Stranieri, la prevalenza di stranieri pone vari ordini di problemi

Come è agevole verificare, i detenuti stranieri – prevalentemente di nazionalità tunisina, marocchina, albanese, rumena – sono in questo momento in maggioranza piuttosto significativa (164, a fronte di 113 italiani/e). Conseguenze pratiche: 

  • Linguistici:

buona parte dei detenuti stranieri sembra parlare bensì italiano, ma si tratta troppo spesso di un livello talmente basico da rendere problematica l’intesa nei rapporti interpersonali, spesso precaria la comprensione compiuta della propria posizione giuridica e dei propri dei diritti (e relativi limiti), difficile l’interazione con il personale di custodia. Alcuni detenuti, inoltre, non conoscono né l’italiano né altre lingue veicolari; lo scrivente è stato richiesto di reperire traduttori non disponibili all’amministrazione penitenziaria (per dialetti maghrebini, per la lingua ungherese, per quella polacca) nonché, in un caso, per un sordomuto pressoché analfabeta. Anche grazie ai contatti de L’Altro Diritto, oltre che a conoscenze personali dello scrivente, è stato possibile fino ad oggi gestire le situazioni critiche; ma sarebbe necessario predisporre una guida multilingue, con riguardo a quelle delle nazionalità più rappresentate.

  • Permesso di soggiorno.

Problema ricorrente sono le procedure per la richiesta di permesso di soggiorno in caso di permesso scaduto in costanza di detenzione. Con la Questura è stato possibile chiarire in parte la procedura per il caso di soggetti liberandi; ma accade che il permesso sia necessario per l’esercizio di diritti in costanza di detenzione (es., apertura di conto per accredito pensioni di invalidità; patente, utile in caso di permessi); su questo è ancora difficile l’intesa sulle procedure. Lo scrivente si impegna a fare ulteriori sforzi presso la Questura.

  • Colloqui.

In tempi recenti ha generato grave malcontento una decisione della Direzione di sospendere i colloqui ai detenuti i cui familiari non fossero muniti di permesso di soggiorno. Ripetuti confronti con lo scrivente (che ha proposto una soluzione compromissoria in sede di interpretazione delle norme di riferimento, nel senso della prevalenza del diritto alla conservazione dei rapporti familiari per quanti già ne godessero prima dell’interpretazione restrittiva) non sembrano aver portato a modificare il provvedimento.

  • Questioni di rapporti familiari.

Ricorrente il problema del diritto di visita ai figli in particolare nel caso di separazioni, divorzi, rapporti di fatto interrotti. Talvolta non vi sono limitazioni da parte del tribunale dei minori, ma all’atto pratico pare molto difficile costruire da parte dei servizi territoriali un programma condiviso di visite “protette”. In altri casi le limitazioni vi sono, e si rivela spesso molto difficile far comprendere la situazione all’interessato (su questi aspetti, come per il punto che segue, è devastante la mancanza di un servizio stabile di mediazione culturale). Lo scrivente ha inoltre riscontrato il drammatico ricorrere della situazione in cui, spesso in presenza di figli, il/la partner del detenuto (quest’ultimo di regola, ma non necessariamente, maschio) è tossicodipendente, ospitato/a o meno in una comunità terapeutica. Il problema dell’attenzione a queste queste situazioni prima ed indipendentemente da una situazione carceraria è ad avviso dello scrivente meritevole di attenzione da parte dei servizi territoriali, nonché di maggiore sensibilizzazione della comunità in funzione di “controllo sociale” preventivo.

  • Efficacia del trattamento.

I fattori sopra esposti sembrano condizionare pesantemente anche il rapporto fra il detenuto e l’area educativa. La attuale mancanza di un servizio stabile di mediazione culturale, come del resto di interpreti, pregiudica sensibilmente l’efficacia dell’interazione e quindi del percorso cd. trattamentale.

  • Rete sociale di riferimento e assistenza in uscita.

Uno degli aspetti di più ricorrente intervento dell’Ufficio è stato quello di attivare l’assistenza sociale territoriale anche di comuni limitrofi (es., Lucca) quando il detenuto è (era) unica fonte di reddito per la famiglia, che versa in condizioni di indigenza, talvolta grave (è stato riferito della famiglia di un detenuto, con un bimbo di pochi mesi, segnalata perché vista a cercar da mangiare in cassonetti della spazzatura). Su questi aspetti è stata importantissima la collaborazione con l’area educativa, che ha segnalato allo scrivente le situazioni di più urgente intervento. Quanto all’assistenza in uscita (art. 46 OP) – ma il problema non riguarda soltanto gli stranieri – essa semplicemente non esiste.

Tossicodipendenti

Risultano attualmente in base ai parametri dell’amministrazione 32 (trentadue) tossicodipendenti in esecuzione di pena. La quantificazione dei tossicodipendenti è tuttavia oggetto di discussione, per la non condivisione di taluni parametri di valutazione dello stato di tossicodipendenza; su ciò è stato effettuato un confronto fra direzione, scrivente e Garante Regionale.

Decessi

Nel periodo compreso fra l’estate 2014 ed oggi sono morti sei detenuti/e. Due, di cui una donna, si sono suicidati (il 1.9.2014 e 14.8.2015); la donna era di nazionalità italiana, l’uomo di nazionalità cèca. Nessuno dei due in tempo antecedente il decesso aveva richiesto di incontrarsi con lo scrivente, talché la personalità e il contesto del fatto possono essere ricostruiti soltanto in base a quanto riferito dall’Amministrazione. Per quattro persone risulta il decesso per morte naturale: due presso l’Ospedale di Pisa; uno in semilibertà; una, per il cui decesso risulta pendente procedimento penale nei confronti di alcuni membri dello staff sanitario della Casa circondariale, all’interno del “centro clinico”. Il Garante è in contatto con i familiari ed il loro difensore, al fine di monitorare l’evolversi delle indagini, soprattutto in relazione ad eventuali carenze strutturali ed organizzative che siano contestate all’esito delle investigazioni. Sia in relazione allo stato delle indagini, sia in relazione alle conseguenze più generali che dalle particolarità della vicenda concreta potrebbero derivare a seconda dell’esito del procedimento penale, ho ritenuto di mantenere e far mantenere al momento il riserbo rispetto ai mass-media circa questa situazione, pure seguita dal garante dei detenuti della città di residenza della famiglia.

Istanze di risarcimento per sovraffollamento

Sono state presentate 75 istanze ex art. 35ter, cioè la norma di recente introduzione concernente «rimedi risarcitori conseguenti alla violazione dell’art. 3 della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali nei confronti di soggetti detenuti o internati» (divieto di tortura e di trattamenti disumani o degradanti). Si tenga conto comunque che le istanze non si riferiscono soltanto a situazioni riscontrate presso il carcere di Pisa, ma anche ad altre carceri nelle quali il detenuto attualmente a Pisa è stato ristretto in passato.

Questioni relative alla struttura

Osservazioni generali

La struttura è fatiscente e necessita, come pure accertato da tecnici dell’amministrazione penitenziaria, di una serie complessa di interventi, indicati da una scheda tecnica in numero di circa sessanta (allegato 2). L’istituto presenta tuttavia una carenza di fondo. Come è noto, il complesso dell’edificio risale agli anni Trenta: all’epoca vigeva un regolamento penitenziario al quale era sconosciuta la logica cd. trattamentale, introdotta dalla cd. legge Gozzini del 1975 (e successivamente modificata con la cd. legge Simeone del 1986). Si è trattato di una svolta normativa dipendente dal radicale cambio di filosofia nel percepire il concetto di esecuzione della pena, che ruota ora attorno al trattamento individualizzato; a questo cambiamento di filosofia ovviamente avrebbe dovuto accompagnarsi un cambiamento operativo – valorizzazione delle attività rieducative; garanzia dei diritti fra cui non da ultimo quello al lavoro – le cui esigenze sono anche di tipo strutturale: disponibilità di spazi adeguati; disponibilità di strumentazione adeguata alle attività predette, soprattutto a quelle di formazione, eccetera.

Orbene, questi spazi e queste disponibilità strumentali nel carcere sono talmente scarsi (se non del tutto irrilevanti), che anche mere esigenze di manutenzione della struttura – indipendentemente dal grado di disponibilità personale della Direzione – sembrano non poter essere perseguite se non comprimendo le attività di formazione. Al fine di ben comprendere questo aspetto si riporta un brano da una recente comunicazione della Direzione al Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria:

«Si rimarca… la profonda difficoltà nel progettare il futuro dell’istituto: ricevuta conferma circa l’impossibilità di realizzare, salvo ad eseguirvi opere incidenti sulle strutture e per ciò oggi eccessivamente onerose, quanto necessario per modificare radicalmente la attuale collocazione della popolazione detenuta maschile o, quanto meno, per realizzarvi i necessari spazi per la socialità, vengono meno le progettualità enucleate negli anni precedenti e, in ogni caso, lo stesso sistema custodiale aperto, praticato in diversi settori dell’istituto, risulta assai poco significativo».

Traducendo dal garbato gergo burocratico, la struttura va rifatta da cima a fondo, pena il tradursi in un carcere a regime pre-democratico. Preoccupazioni legate ad infrastrutture e sicurezza rischiano infatti di rivestire un peso specifico talmente imponente da prevalere su quella “plasticità” (in particolare, negli orari delle attività offerte dal volontariato, oltre che di quelle cd. trattamentali) necessaria od almeno opportuna al fine di valorizzare la dimensione rieducativa della custodia. La situazione è particolarmente sofferta dai volontari, in particolare da chi offre attività di preparazione scolastica; questo disagio è stato oggetto di ripetuto confronto fra i volontari e lo scrivente.

Esigenze edilizie, impiantistiche, di manutenzione

La Direzione ha ripetutamente indicato, tra febbraio 2015 e giugno 2016, un ordine di priorità degli interventi strutturali assolutamente necessari, con preferenza per quelli concernenti il rispetto delle norme a tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro, od a questi connessi (ALLEGATO 2, cit.). Oltre a questi, sono stati segnalati vari problemi di eterogenea natura, dalla insufficiente altezza di barriere e parapetti in relazione alle norme vigenti, all’inadeguatezza, vetustà, deperimento delle linee telefoniche, del sistema di videosorveglianza in porta principale al deperimento del manto del campo da calcetto. L’area dei detenuti in semilibertà necessita di un totale rifacimento, e preferibilmente la dislocazione all’esterno della casa circondariale (cfr. infra, p. 11). E’ poi da segnalare che le celle sono ancora munite di cesso alla turca, per giunta non separato dal vano camera, come invece richiederebbe la normativa; anche in questo caso si tratta di una situazione illecita. Una situazione non altrimenti definibile che come scandalosa è (anche) quella dell’area di cantiere del cosiddetto «costruendo reparto GSI». Si tratta di un’area sulla quale era stato edificato un manufatto destinato al nuovo C.D.T. e rimasto incompleto per fallimento dell’impresa incaricata dell’esecuzione dell’appalto. Attualmente, il manufatto è in stato di totale abbandono con conseguente visibile degrado anche dell’area su cui esso insiste. Recentemente, l’intollerabilità della situazione è emersa in occasione di un sopralluogo che ha evidenziato un fondo acquitrinoso, incontrollata crescita della vegetazione, miasmi che ammorbano l’aria respirata dal prospiciente reparto penale. Sull’area sono rimasti fra l’altro «innumerevoli materiali di risulta accumulati dai lavori rimasti incompiuti» (così il Dirigente Sanitario nel verbale di sopralluogo, nel giugno corrente). La situazione è tale che la Direzione segnala che in assenza di provvedimenti urgenti «si vedrà quanto prima costrett(a) ad incidere sulla disponibilità delle camere più direttamente interessate dalla criticità» ; e cioè, in soldoni, ad evacuare almeno in parte il reparto penale (che ospita cioè detenuti definitivi) con conseguente trasferimento dei detenuti in altri istituti. Ciò, in una situazione di sistemica criticità almeno in ambito regionale; oltre alle conseguenze devastanti per la posizione individuale degli interessati dal trasferimento.

Last but not least, oggetto di urgente intervento dell’Ente Locale è la realizzazione di una pensilina per l’attesa esterna da parte dei familiari ammessi ai colloqui. Ad oggi, assurdamente, le persone devono attendere in fila in piedi, esposte a freddo e intemperie d’inverno, al solleone d’estate.

Linee d’azione perseguite dal Garante

Il garante, con la collaborazione imprescindibile dei volontari dell’Associazione Altrodiritto, gestisce le esigenze, in media, di una settantina di detenuti. Per esigenze medie si intendono le attività contemporaneamente in corso dopo gli accessi sia personali del Garante, sia dei volontari dell’Associazione, per il tempo necessario per affrontare le questioni e i problemi sottoposti nel corso dei colloqui. Per comodità espositiva si distinguono, di seguito, problemi concernenti direttamente la popolazione detenuta, da un lato, e problemi concernenti le strutture (i quali ovviamente, d’altronde, si riverberano indirettamente sulle generali condizioni di vita nell’Istituto: non solo per la popolazione detenuta, ma anche – va rimarcato – per gli agenti della polizia penitenziaria, il cui «benessere» sul posto di lavoro oggettivamente finisce con il soffrire delle oggettive condizioni d’azione).

Popolazione detenuta

I problemi sottoposti o comunque pervenuti all’attenzione del Garante sono di varia indole, già evidenziati con chiarezza nella precedente relazione dell’Ufficio, che qui si richiama (fg. 10-11). Si ritiene qui di concentrare l’attenzione piuttosto che sui problemi ‘interni’ all’Amministrazione della giustizia in fase esecutiva (lentezza dell’attività giudiziaria; insufficienza di personale educativo e correlati problemi di interazione con gli stessi detenuti; propensione all’approccio securitario da parte dei sindacati della polizia penitenziaria e correlati problemi nella definizione dei tempi di accesso del volontariato), su quelli più direttamente rilevanti per l’ente locale e per la società civile nel rapporto con il carcere. Resta fermo, in ogni caso, che i due aspetti sono difficilmente separabili. Le questioni del secondo tipo sono riconducibili, semplificando, ad alcuni problemi di fondo:

  • insufficienza di idonee strutture istituzionali (tipo case-famiglia o altro luogo pubblico di accoglienza) e di opportunità di lavoro anche mediante percorsi graduali di avviamento, al fine di beneficiare – in particolare – delle misure alternative alla detenzione;
  • mancanza di strutture di cura per ospitare soggetti incompatibili con la detenzione, che potrebbero essere dimessi dal carcere se tali strutture fossero disponibili;
  • mancanza di adeguate competenze (interpreti, mediatori culturali) e dotazioni strumentali (sussidi linguistici) per l’interazione con il gran numero di detenuti stranieri;
  • inesistenza di interventi di accompagnamento del detenuto liberato, originariamente rientranti nella competenza dei consigli di aiuto sociale, successivamente devoluti ai servizi territoriali; non risulta tuttavia che questi interventi siano adeguatamente realizzati (o realizzabili).

Società civile.

Lo scrivente ha ritenuto strategico riunire periodicamente i soggetti autorizzati a vario titolo all’ingresso in carcere per attività di sostegno, al fine di sensibilizzare al coordinamento dell’offerta di attività da parte della società civile. E’ risultato, infatti, che molte associazioni/organizzazioni non erano e tuttora non sono al corrente di quanto realizzato da altri/e, soprattutto da chi persegue progetti a titolo essenzialmente individuale, in sinergia con la direzione. Le riunioni sono state occasione di fare il punto, periodicamente, sui problemi incontrati nei rapporti con l’amministrazione carceraria. In relazione ad essi, lo scrivente ha proceduto di volta in volta a confrontarsi con la stessa Direzione, sempre disponibile benché perentoria nel far valere le esigenze della gestione: Quest’ultime sono fondate su una rigorosa interpretazione di normative di carattere generale, in effetti talvolta insensatamente applicabili anche ad una realtà peculiare come quella carceraria)[1]

Non di tutti coloro che a qualunque titolo entrano in carcere per attività di assistenza e/o percorsi di formazione è stato possibile acquisire un indirizzo di contatto, che resta in disponibilità della sola direzione. Particolare attenzione è stata data al volontariato di supporto ai problemi delle donne detenute. In occasione di incontri presso la Casa della donna, sia detto incidentalmente, è emerso che il Comune intenderebbe dismettere la struttura per riqualificarla; si rappresenta l’importanza di superare in un modo o nell’altro la sensazione di incertezza determinata dall’assenza di chiari orientamenti decisionali.

Sostegno da parte dei volontari dell’associazione L’Altro Diritto

Si deve ribadire quanto già sottolineato nella relazione del precedente incaricato dell’Ufficio circa il ruolo di grande rilievo svolto dai giovani volontari dell’Associazione L’Altro Diritto. I volontari accedono nei vari reparti dell’istituto, aiutando (i detenuti), fra l’altro:

  • nella comprensione dei loro diritti all’interno dell’istituzione;
  • nella comprensione della loro “posizione giuridica” processuale ed esecutiva;
  • nell’espletamento di pratiche varie (indennità di disoccupazione, invalidità civile, permessi di soggiorno, documenti di identità e certificati anagrafici, patrocinio a spese dello Stato per i non abbienti)

Necessità di miglioramento dell’attività comunale e dell’azione del Garante

Il carcere non è una realtà irrelata con la società esterna. Anche per le attività istituzionali legate al cosiddetto trattamento, il contatto con la società civile e le sue istituzioni è imprescindibile (e previsto da norme di ordinamento penitenziario, per quanto del tutto inattuate/inattuabili). Si indicano di seguito azioni ritenute necessarie, che costituiscono altrettanti obiettivi che questo Ufficio definisce per la propria attività nella restante parte del mandato.

  • E’ necessario aumentare la frequenza dei contatti con i servizi territoriali, per quanto non sono mancate occasioni di incontro e sinergie, in particolare con la Società della salute.
  • E’ necessario potenziare una progettualità di medio-lungo periodo, migliorando la sinergia con lo stesso Comune nonché fra il Comune da un lato, organizzazioni di volontariato (inclusi singoli soggetti che accedono al carcere come responsabili di progetti) e imprenditoria privata dall’altro, soprattutto ai fini di accedere a fonti di finanziamento diverse da quelle pubbliche, di fatto scarsissime, o proprio inesistenti. A proposito dei finanziamenti, d’altra parte, è necessario promuovere il superamento – in via interpretativa o con promozione di adeguate modifiche normative, ad es. tramite il Coordinamento nazionale dei Garanti –[2] di paradossali, quasi surreali ostacoli burocratici alla contabilizzazione (e dunque alla ricevibilità) di donazioni NON destinate ad attività meramente ricreative. Su questi aspetti sono necessari maggiori approfondimenti.

Riepilogando le principali attività da realizzare, si tratta soprattutto di:

  • reperire strutture di accoglienza per i detenuti “semiliberi”;
  • potenziare la rete di accoglienza per i soggetti (la pressoché totalità degli stranieri) che, non disponendo all’esterno di risorse familiari ed economiche idonee, non possono accedere a misure alternative pur avendone astrattamente la possibilità;
  • rendere strutturale l’offerta di percorsi di lavoro socialmente utile;
  • potenziare i rapporti con i soggetti economicamente rilevanti, aprendo un tavolo;
  • migliorare la pubblicizzazione delle iniziative comunali concernenti il carcere;
  • migliorare il coordinamento delle iniziative di volontariato;
  • formalizzare la proposta di convenzione con l’Associazione L’Altro Diritto.
[1] Si pensi ai problemi assicurativi legati alluso ordinario della cucina della sezione femminile; all’applicazione del divieto di fumo in prossimità di strutture cliniche, di cui il carcere in effetti dispone ma in un contesto di automatica prossimità con altre aree per le quali finisce con il vigere un divieto generalizzato di fumo – talvolta unica magra consolazione per il detenuto. 
[2] Alle cui riunioni fuori sede non è stato tuttavia possibile partecipare, anche per via della mancata previsione di un rimborso spese. Lo scrivente ha comunque trasmesso osservazioni scritte al Garante regionale e ricevuto verbalizzazioni in tempo successivo.
VN:F [1.9.22_1171]
Rating: +6 (from 6 votes)