06282017Headline:

Sciopero dell’8 Marzo? Federico Giusti: “Non ci convince, perché fuori dai luoghi di lavoro e catapultato sulle nostre teste”

Lo sciopero del giorno 8 Marzo è stato reso possibile dalla indizione da parte del sindacalismo di base, fosse dipeso dalla Cgil (eccetto la Flc) oggi questa giornata non sarebbe possibile

6marzo 2017 da Federico Giusti, Delegati e Lavoratori Indipendenti Pisa

Ricordiamolo al variegato mondo femminista, molte componenti del quale guardano ancora alla cgil come un punto di riferimento e  ritengono questo sindacato l’interlocutore privilegiato con cui rapportarsi. Non saremo certo noi a dire alle lavoratrici e ai lavoratori di non scioperare, ogni forma di conflitto e di lotta è benvenuta soprattutto in un momento storico in cui le iscrizioni ai sindacati  (non solo quelli di regime) sono ai minimi termini e si stanno restringendo ai minimi termini gli spazi di libertà, di agibilità democratica, si negano perfino diritti acquisiti presentandoli come privilegi da sopprimere. Tuttavia questo sciopero non convince, costruito fuori dai luoghi di lavoro e catapultato sulle nostre teste.

Rare le assemblee nei luoghi di lavoro, rari i volantinaggi, se uno sciopero viene indetto si dovrebbe cercare tutte le forme necessarie per la sua riuscita promuovendone la partecipazione tra i lavoratori e le lavoratrici. E tutto ciò è mancato, come dimostra il fatto che in innumerevoli luoghi di lavoro, pubblici e privati, ben poco si sa dello sciopero e la partecipazione è una sorta di fatto individuale,  contraddizione rispetto a un evento (lo sciopero appunto) che dovrebbe scaturire dall’agire e discutere collettivamente.

Non Una Di Meno continua a lavorare ad un piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere,  noi non possiamo che essere concordi ma ci sono molte altre forme di violenze che scaturiscono dalla ricchezza prodotta indirizzata non ai redditi, ma alle speculazioni finanziarie. Una parte del cartello femminista non ha mostrato analoga sensibilità verso altre forme di violenza, quella che va espellendo dalle aziende tanti uomini e donne ritenuti ormai troppo vecchi pe essere spremuti nei luoghi produttivi.

Dopo decenni si torna a parlare di violenza di genere come se le forme di oppressione riguardassero solo le donne e venissero solo dai maschi (do you Know Merkel?). L’adesione poi di alcuni consigli comunali a questo sciopero è un campanello di allarme, perché tanta sensibilità verso l’8 Marzo stride con la chiusura rispetto ai bisognosi di casa, ai lavoratori, alle istanze sociali, alla applicazione della nozione di degrado urbano per costruire sui territori un clima repressivo.

La questione di genere ha da tempo scelto una via compatibile con il sistema (quando una idea rivoluzionaria si fa istituzione, da pensiero radicale si trasforma in business), la discriminazione sessuale  ha scelto strade compatibili con l’accettazione dei dettami neoliberisti, come alcune storiche del femminismo hanno da tempo scritto ma, soprattutto la femminilizzazione del lavoro ha costretto anche i maschi a subire precarietà e flessibilità che purtroppo caratterizzano da sempre gran parte del lavoro femminile. L’accesso al lavoro salariato non è stata una liberazione per le donne, sicuramente una conquista rispetto al ruolo delle donne nella società patriarcale e preindustriale ma men che mai una liberazione.

Ci auguriamo che l’8 Marzo riesca, ma questo sciopero non convince, gli  scioperi costruiti dai movimenti  sono destinati a diventare un fatto individuale nei luoghi di lavoro rispetto ai quali i movimenti sono sovente estranei, soprattutto se le piattaforme rivendicative sono di genere e per principio tagliano fuori le reali cause dell’oppressione: dell’attacco ai salari, al welfare, alla sanità e all’istruzione.

Ieri come oggi al genere preferiamo un punto di vista diverso, quello della salvaguardia delle classi sociali meno abbienti e dei lavoratori. Chiudiamo con un esempio per noi illuminante:

Quando è nato il movimento delle lavoratrici domestiche boliviane per un salario minimo garantito e per conquistare alcuni diritti elementari, una buona parte della società e della sinistra Boliviana (incluso il femminismo storico locale) ha ostacolato queste rivendicazioni, giudicandole esose. Ebbene le lavoratrici domestiche avevano trasformato la questione di genere in rivendicazione di classe, per questo hanno pagato con il carcere e l’isolamento la loro lotta. In Italia quante femministe sarebbero disposte a mettere in secondo piano il genere rispetto alla classe e mobilitarsi per una prospettiva che riguardi le classi sociali meno abbienti?

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