11222017Headline:

Se l’economia stagna e il lavoro non c’è, anche la produttività langue

L’economia italiana non se la passa bene e non è la sola in Europa. Tra deficit, debiti contratti con le banche, interessi sul debito l’economia non è ripartita e, la politica degli sgravi fiscali alle imprese mostra tutti i suoi limiti

15aprile 2017 da Federico Giusti

Anche la produttività del lavoro è un’altra nota dolente, anzi sono in molti (inclusa la Corte dei Conti) a ritenere il costo del lavoro un ostacolo quasi insormontabile. 
Ma il punto di partenza di una analisi dovrebbe essere un altro, ossia capire quanti soldi pubblici siano stati indirizzati non a compiacere le imprese coprendone, con gli ammortizzatori sociali, le inefficienze e le scelte errate ma, al rilancio effettivo dell’economia sotto forma di innovazione tecnologica e nuove produzioni.

Tra il 2010 e il 2015 la produttività aveva ripreso a crescere ma a livelli inferiori alla media europea per poi calare di poco nel 2015 e dell’1,2 per cento nel 2016. Se prendiamo agli ultimi 6\7 anni peggio di noi, in materia di produttività del lavoro, ha fatto solo la Grecia. 
Diciamocelo, ancora una volta, dalla crisi del 2008 l’economia italiana non si è più’ ripresa tra: delocalizzazioni, sgravi alle imprese, innalzamento dell’età pensionabile e blocchi del turn over che hanno alimentato la perdita del potere di acquisto dei salari, depauperato la stessa Pubblica Amministrazione che oggi non riesce neppure a garantire la normale manutenzione del territorio.

Ora il Governo Gentiloni inserirsce nel Def varato dal Consiglio dei ministri la crescita della produttività come un obiettivo prioritario. Si sottolinea come i «progressi compiuti» si inseriscano «in un contesto di produttività ancora bassa»,insomma solo chiacchere.

Eppure la crescita salariale dovrebbe rappresentare la risposta principale al rischio deflazione, per far riprendere consumi che ancora sono al palo. Quello che manca è una politica fiscale che decida di far pagare di più’ i redditi alti, servirebbe spostare parte della tassazione dal lavoro al consumo e agli immobili. Rrivedere gli estimi catastali e magari, decidere che le tasse sulla prima casa vengano pagate da famiglie con redditi superiori a 100mila euro l’anno.
Ma oltre a una politica fiscale degna di questo nome, bisognerebbe sostituire gli sgravi alle imprese con politiche di innovazione e di incremento della ricerca di nuove tecnologie, rilanciare anche dei lavoratori socialmente utili al posto dei famosi 80euro lordi, lavori da destinare alla manutenzione del territorio per rilanciarne anche la vocazione turistica.

C’è poi un altro aspetto importante da ricordare, ossia un mercato del lavoro che esclude intere fasce sociali e generazionali, un mercato di genere con le donne che non riescono a trovare impieghi.

Infine, la manovra Gentiloni non è vero che riduca le tasse e dubitate sempre di chi parla di crescita della pressione fiscale che nel 2016 è invece calata di quasi un punto attestandosi al 42,9%, una cifra comunque più’ alta della media europea. Ma anche in questo caso sarebbe bene capire chi paga le tasse in Italia e in quale misura, quanti capitali\sti dormono sonni indisturbati evadendo le tasse. Nel frattempo la politica di contenimento salariale non aiuta la ripresa dei consumi e il potere di acquisto in Italia è inferiore di quasi 5 punti rispetto alla media UE mentre aumentano, anno dopo anno, le famiglie povere sia quelle formate da una sola persona che le famiglie più’ numerose.

Un quadro desolante che vede il prodotto procapite italiano decisamente più’ basso della media europea, stesso discorso vale per la percentuale di occupati in ogni fascia di età e per la voce investimenti pubblici nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie. Sarà quindi il caso di non accogliere la vulgata del Governo in materia di produttività?

 

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