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Verso i cambiamenti di Industria 4.0. Il nuovo che avanza, tra tasso di sfruttamento e alienazione

“Solo pochi anni fa, la new economy creò una fascinazione tale da procurarsi degli adepti fedeli e disposti a tutto per magnificare le sorti della tecnologia, di una organizzazione aziendale snella, pronta alla rapida esternalizzazione di un ramo produttivo.”

23gennaio 2018 di Federico Giusti

La industria per eccellenza della new economy è Amazon e forse, i cantori della nuova era dovrebbero porsi qualche domanda sullo sfruttamento della forza lavoro e delle risorse ambientali, sui sistemi di controllo, sui ritmi di vita e sulla distruzione di tanti posti di lavoro.

Ora, analoga enfasi e retorica la ritroviamo nella esaltazione di Industria 4.0, lo stesso linguaggio acritico e immolato al nuovo, i cantori dei facili profitti, delle narrazioni rassicuranti sui guadagni in borsa, della economia che si muove attraverso la rete, delle occasioni di incrementare il reddito affittando la prima o seconda casa per un breve periodo o rivendendo la valuta digitale in rete (hai mai sentito parlare di bitcoin?). La narrazione corrisponde ai soliti stereotipi di un capitalismo virtuoso e felice che produce benessere e migliora le condizioni di vita e i redditi dell’umanità, una immagine che stride con le condizioni lavorative degli operai Foxxon o di tanti altri .

Nella economia virtuale ormai domina l’assenza di rapporti di lavoro veri e propri

Ci sono le solite Partite Iva ma anche soggetti che operano senza, anzi stanno crescendo a dismisura, lavoratori che non sanno di esserlo. Ma l’economia virtuale qualche problemuccio comincia a crearlo, per esempio i soliti pensatori a scoppio ritardato si accorgono della perdita di posti di lavoro, delle difficoltà a gestire gli affitti brevi con un regime fiscale ben definito, del sistema di controllo operato dalla rete che ormai indirizza i nostri pensieri all’acquisto di determinati prodotti e anche ad assumere comportamenti compatibili con chi gestisce i profitti di determinati algoritmi o di alcune app. Di certo il commercio via rete imporrà delle regole fiscali ben determinate e comuni ai vari paesi capitalistici, nel frattempo la ubriacatura del nuovo non aiuta a comprendere le trappole insidiose in cui stiamo cadendo giorno dopo giorno.

Eppure anche la nuova economia ha inanellato insuccessi e flop

Ci sono marchi passati da profitti enormi al crac nell’arco di pochi mesi distruggendo, con il fallimento, tanti posti di lavoro invisibili ma reali. Il bitcoin lo ritroviamo nelle speculazioni finanziarie ad elevato rischio, forse bisognerebbe riflettere che quanto crea velocemente la rete con maggiore celerità distrugge, basta vedere il numero delle aziende informatiche fallite nell’ultmo decennio. Oggi ormai va in voga la blockchain, la sharing economy a detta di alcuni potrebbe presto essere superata da modelli innovativi nella illusione di non costruire un sistema di comunicazione centralizzata.

La democrazia della rete alimenta sistemi di controllo e di gestione che democratici non sono, eppure le terminologie usate indurrebbero a pensare l’esatto contrario.

Ma prima che certi processi producano cambiamenti effettivi ci saranno ancora alcuni anni di dominio della sharing economy che spieghiamo con le parole della Commissione europea “Modelli imprenditoriali in cui le attività sono facilitate da piattaforme di collaborazione che creano un mercato aperto per l’uso temporaneo di beni o servizi spesso forniti da privati”. Ebbene, questi modelli oggi sono monitorati con attenzione anche sotto il profilo fiscale per capire quale sia il sistema di tassazione loro applicabile.

L’idea di una unica aliquota di tassazione, al di là delle classiche ricette neoliberiste per far pagare al lavoratore la stessa percentuale di tasse del ricco imprenditore, in un sistema capitalistico sempre piu’ complicato, rappresenta una soluzione semplificatrice ma, sicuramente non equa e destinata a impoverire il Welfare State, di certo favorevole alla speculazione.

Prendiamo ad esempio la casa affittatta in rete, il proprietario, il gestore dei portali e gli intermediari, sono 3 soggetti ben definiti con interessi e sistemi di tassazione diversi tra di loro. Immaginare una unica tassazione, magari uguali per tutti, salverebbe capra e cavoli, lo stato avrebbe le sue entrate fiscali e tutto sarebbe in regola agli occhi della agenzia delle entrate, la semplificazione non è dettata da principi di equità che ormai sono banditi nella economia virtuale dove si lavora anche chattando nel proprio tempo libero.

Le multinazionali del web rappresentano un pericolo per il fisco nazionale, per questo stanno studiando qualche strumento per contenere il rischio senza mai ostacolare i profitti.

Nell’ultima legge di bilancio qualcosa si è mosso e per capirne di piu’ bisogna attingere direttamente dal quotidiano di Confindustria, Il Sole 24 Ore che in data 22 Gennaio, a proposito della tassazione, scriveva “l’imposta si applica nei confronti degli operatori economici italiani e stranieri che in un anno solare effettuano più di 3mila transazioni digitali business to business. L’aliquota è del 3% sul valore della singola transazione, inteso come corrispettivo al netto dell’Iva. L’imposta dev’essere applicata dal committente all’atto del pagamento e riversata all’Erario entro il 16 del mese successivo, a meno che il prestatore non indichi (in fattura o in un documento da inviare insieme ad essa) di non superare le 3mila transazioni. La norma di legge precisa che le «prestazioni» dovranno riguardare i servizi, forniti tramite internet o una rete elettronica, «la cui natura rende la prestazione essenzialmente automatizzata”.

Come possiamo osservare, l’avvento di Industria 4.0 è accompagnato da molti processi di riorganizzazione: dalla riscrittura delle regole in materia di tassazione, da ristrutturazioni aziendali con la chiusura di aziende e licenziamenti, dallo sfruttamento alienante di innumerevoli soggetti sociali (che operano in rete e alimentano ignari i profitti di pochi). La illusione della democrazia dal basso serve a giustificare un sistema di controllo sempre piu’ invasivo e manipolatorio, anche la riorganizzazione del lavoro, costruita su uno modello maggiormente snello e efficente, è funzionale ad incrementare i tassi di sfruttamento, a governare la tecnologia a fini di accumulazione capitalistica.  Il diritto e le leggi dovranno adattarsi a questo enorme serbatoio di profitti, se viene invocato un sistema fiscale e legislativo funzionale a favorire l’economia virtuale, immaginiamoci allora cosa potrà accadere, ancora, al mondo del lavoro, ai meccanismi democratici della società.

Le facili illusioni di quanti asserivano che la moderna tecnologia avrebbe creato una società piu’ giusta, sistemi orizzontali e un lavoro privo delle coercizioni fordiste si stanno dimostrando fallaci, storielle costruite ad arte per occultare la reale natura dei processi in atto. Benvenuti, allora, nel mondo di Industra 4.0.

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