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“Il nuovo ordine mondiale a 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino” Martedì 23 Luglio presso la Festa di Liberazione di Poggibonsi

Uno stralcio dell’intervento di Andrea Vento – Sintesi storico-geopolitica della fase post-bipolare

22 Luglio 2019, di Andrea Vento

La fine del bipolarismo, iniziata con la caduta del Muro di Berlino nel novembre 1989 e sancita dalla disgregazione dell’Urss nel dicembre del 1991, ha aperto una nuova fase storica che autorevoli analisti hanno denominato “Nuovo ordine mondiale”. Da una periodo storico protrattosi per circa 45 anni e caratterizzato dal predominio geopolitico e militare globale di Usa e Urss, si è repentinamente passati ad un nuovo scenario internazionale dominato da un’unica superpotenza.

La nuova situazione ha comportato significativi cambiamenti di ruolo sia da parte dell’Onu che della Nato. Venendo a mancare gli scopi per cui era stata fondata, vale a dire il contenimento del presunto espansionismo sovietico, l’Alleanza Atlantica, invece di essere disciolta al pari dell’antagonista Patto di Varsavia (1955-1991), ha subito una significativa trasformazione in termini di finalità e strategie.  

La nuova strategia statunitense enunciata nella direttiva “National Security Strategy of United States”, pubblicato dall’amministrazione di Bush padre nell’agosto del 1991 all’indomani della I Guerra del Golfo, indica chiaramente che “al fine di stabilire un nuovo ordine mondiale risulta indispensabile l’affermazione della leadership mondiale statunitense” e che “dobbiamo lavorare con gli altri ma dobbiamo anche essere leader”.

In questo quadro di previsioni viene ridisegnato il ruolo della Nato: da organizzazione politico-militare difensiva (art. 5 dello statuto) a mezzo più rapido di intervento nell’applicazione delle strategie geopolitiche e, nel contempo, di sostituzione e ridimensionamento del ruolo dell’Onu. Il concetto di fondo è riconducibile al seguente ragionamento: invece di cercare faticose mediazioni all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu con potenze non alleate e dalla capacità militare inferiore (come Cina e Russia) sarebbe risultato più agevole trovare un accordo con gli alleati europei in sede Nato,

L”’Atto fondatore” delle relazioni fra Russia e Nato viene firmato il 27 maggio 1997 a Parigi dai capi di Stato o di governo dei 16 paesi al tempo membri dell’Alleanza, oltre che da Javier Solana e Boris Eltsin. Lo ”storico” accordo aprì quindi la strada all’ampliamento della Nato ai paesi che fino al 1991 avevano fatto parte del Patto di Varsavia. La Russia di Boris Eltsin nel nuovo scenario internazionale, pertanto, non assume più i connotati di antagonista globale degli Stati Uniti, divenendo invece una sorta vassallo esterno Nato, visto che il suddetto accordo prevedeva l’istituzione di un Consiglio congiunto permanente in cui Nato e Russia avrebbero potuto consultarsi, coordinare le proprie politiche, e la dove possibile, adottare decisioni e azioni congiunte su questioni di sicurezza comuni (questo in teoria).

Il nuovo corso bellico della Nato si concretizza, preceduto da un primo limitato intervento in Bosnia nel 1995, per la prima volta, sotto la presidenza Clinton (1993-2000) nella primavera del 1999 nell’ambito della crisi fra Serbia e Kosovo, allor che in presenza di contrasti in seno al Consiglio di Sicurezza a causa dell’opposizione di Russia e Cina ad un intervento militare dell’Onu contro la Serbia, l’amministrazione Clinton, di concerto con gli alleati europei, delibera l’attacco aereo contro lo stato balcanico e la sua regione autonoma a maggioranza albanese, precedentemente occupata dalle truppe federali jugoslave (composte all’epoca da Serbia e Montenegro) di Milosevic.

Con l’elezione di Bush figlio alla Casa Bianca (2001-2008) le linee di politica internazionale vengono ridisegnate a vantaggio del rafforzamento della leadership mondiale statunitense, anche in mancanza di scelte condivise con i tradizionali partner europei in ambito Nato. Sotto l’influsso della dottrina “Neocons”, il “Quadriennal Defense Rewiew Report” (pubblicato dal dipartimento della Difesa il 30 Settembre 2001) ribadisce che gli Usa “come potenza globale hanno importanti interessi geopolitici in tutto il mondo” e che dobbiamo “impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione le cui risorse sarebbero sufficienti, se controllate, a generare una potenza globale”. Appare chiaro che, da quel momento, gli Usa sarebbero stati intenzionati ad intervenire, anche in modo preventivo contro qualsiasi stato avesse potuto insidiare in futuro la loro leadership (strategia della guerra preventiva), a prescindere dal raggiungimento di posizioni condivise all’interno della Nato. Si apre così un’ulteriore nuova sub-fase che prende il nome di “Unilateralismo” e che si concretizza con l’intervento armato anglo-americano in Iraq nel marzo del 2003: non solo non autorizzato da alcuna risoluzione del Consiglio di Sicurezza, ma addirittura in presenza di una frattura all’interno del Patto Atlantico fra Usa e Regno Unito da un lato e Francia e Germania dall’altro.

Nel progetto statunitense, la Nato della fase post-bipolare diviene strumento di ampliamento della propria sfera d’influenza nell’Europa dell’est a discapito di quella russa, creando non poche tensioni soprattutto fra Bush jr e Vladimir Putin, quest’ultimo succeduto al Cremlino a Boris Eltsin il 31 dicembre 1999 e intenzionato a riportare il gigante russo allo status di potenza mondiale dopo la decadenza economica, sociale, militare e geopolitica degli anni ’90.  

Negli ultimi 20 anni Sono, infatti, diventati  membri Nato: Polonia, Rep. Ceca e Ungheria nel 1999 e Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Bulgaria, Romania e Slovenia nel 2004, Albania e Croazia nel 2009 e da ultimo il Montenegro nel 2017 si sono uniti all’Alleanza, per un totale di 29 stati. Mentre l’Ucraina, la Moldavia e la Georgia hanno avviato le trattative per l’adesione alla Nato, dopo aver firmato gli Accordi di associazione e libero scambio con l’Unione Europea nel 2014, dal chiaro valore politico-strategico oltre che economico-commerciale.

L’elezione di Barak Obama alla presidenza Usa (2009-2016) ha riportato i rapporti con gli europei nel tradizionale alveo del “Multilateralismo”, ricomponendo le tensioni politiche che erano emerse in ambito Nato sotto l’amministrazione Bush. Nonostante la firma, l’8 aprile 2010 a Praga, dell’accordo Start 2 per la riduzione degli arsenali nucleari fra la superpotenza nordamericana e la Russia di Medvedev, la presidenza Obama, sotto la spinta della politica estera aggressiva del Segretario di stato Hillary Clinton (20019-2013) si è contraddistinta per l’intervento armato nel 2011 contro la Libia di Gheddafi che ha fatto precipitare il paese nella guerra civile tutt’ora in corso e per l’appoggio alle forze jihadiste anti Assad in Siria e per il successivo impiego diretto di proprie forze militari sul campo quando la guerra ha assunto i connotati di conflitto internazionalizzato. E per l’appoggio al colpo di mano di piazza Maidan nel 2014 contro il presidente con il conseguente cambio di sfera d’influenza dell’Ucraina (da quella russa a quella occidentale), annessione russa della Crimea, guerra nel Donbass e sanzioni econonico-finanziarie comminate dagli Usa alla Russia che hanno spinto il paese in crisi economica.

La presidenza Trump iniziata nel 2017 all’insegna dell’America first, nonostante le iniziali dichiarazioni tese ad un ritorno all’isolazionismo, la politica estera statunitense è stata ben presto ricondotta nel tradizionale alveo interventista, provocando un aumento delle tensioni con i paesi del fronte geopolitico avverso: sia verso alcune potenze regionali, in primis Corea del Nord, Venezuela e Iran che verso gli emergenti competitor globali, in particolare Russia e Cina, dopo la precedente disarticolazione dei Brics.

Il futuro scenario geopolitico mondiale sarà a nostro avviso caratterizzato da uno scontro globale fra due visioni strategiche contrapposte: da un lato la volontà statunitense, spinta ancora più avanti dalla politica estera unilateralista di Trump, di cercare di mantenere ad ogni costo la leadership mondiale facendo leva sulla netta superiorità militare (anche nel 2018 circa la metà delle spese militari mondiali erano targate Usa) e su quella valutaria, basata sul dominio del dollaro, e dall’altra la visione delle potenze emergenti a livello mondiale (in pratica i Brics dai quali si è di fatto sfilato il Brasile di Bolsonaro) che rivendicano un riassetto dello scacchiere internazionale con una nuova configurazione a “zolle”. Queste ultime non tettoniche come nella famosa teoria del Wegener, bensì geopolitiche corrispondenti a varie aree di influenza, con il superamento del ruolo statunitense di “gendarme del mondo” e con l’instaurazione di relazione politiche paritarie fra le i vari soggetti emergenti e gli Usa, con i primi che reclamano un ruolo geopolitico in linea col nuovo status economico conseguito con la considerevole crescita economica degli ultimi 20 anni.

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