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Positivo bilancio della 14ª Festa del Cinema di Roma

La Festa del Cinema di Roma edizione numero quattordici è “una di quelle in cui ci sarà più sostanza e meno arte”, aveva assicurato il direttore artistico Antonio Monda citando la famosa frase che pronuncia Polonio ad Amleto.

29 Ottobre 2019, di Donatella Nesti

Una Festa “adolescente e un po’ diva”, come aveva aggiunto la presidente Laura Delli Colli alla presentazione ufficiale all’Auditorium Parco della Musica, centro nevralgico della kermesse appena conclusa con un bilancio positivo. Una Festa dalla doppia anima come Greta Garbo, scelta come immagine di questa edizione, vera icona di fascino ed eleganza “come l’età della manifestazione, sarà una festa quattordicenne, l’età degli adolescenti, della curiosità, che spinge a scoprire tanti percorsi nella vita, e spero che questo valga anche per il pubblico che andrà al cinema”. L’augurio della presidente è divenuto realtà con numeri impressionanti e soprattutto una presenza delle scuole e degli studenti che hanno affollato fin dalla mattina  le numerose proiezioni nella sezione ‘Alice nella città’ una partecipazione allegra e colorata ma anche competente perché il premio decretato dalla giuria degli studenti è andato ad un film drammatico di forte denuncia sociale.

Opera prima della giovane regista ed attrice francese Sarah Suco, il coinvolgente film The Dazzled (Titolo originale Les Éblouis), presentato in Concorso nella sezione Alice nella Città, si è aggiudicato il Premio come Miglior Film dell’edizione 2019. Il film racconta la storia di Camille, una tredicenne spensierata, amante della vita e della scuola di circo e clownerie – che frequenta con grande passione – la cui vita viene improvvisamente sconvolta dalla decisione dei suoi genitori di entrare in una ‘comunità’ cristiana radicale, che richiamandosi ai valori della condivisione e della vita in comune, richiede ai suoi adepti (ed ai loro malcapitati figli) sacrifici sempre più restrittivi, fino alla perdita pressoché totale del sé, dell’autostima, del raziocinio e della forza di volontà. La famiglia di Camille con i quattro figli, per aderire pienamente, deve trasferirsi in un appartamento del convento e vendere la propria casa (donando il ricavato alla comunità). Non si può uscire con estranei, né portare il nero (il colore del diavolo!) e tantomeno i pantaloni, si devono abbandonare amici e parenti esterni e viene richiesto a Camille, per non ‘degradare’ il corpo, di abbandonare la scuola di clownerie, per lei tanto importante. La ragazza si barcamena tra preghiere e infingimenti, ma quando comprende l’irreversibilità del fanatismo religioso dei suoi, ormai ‘abbagliati’ e ‘accecati’ (da qui il titolo) e le conseguenze drammatiche sui tre fratellini trova la forza di ribellarsi. La storia è in parte autobiografica, poiché la regista, Sarah Suco, da giovane, ha trascorso ben 10 anni in una comunità cristiana.

Santa subito di Alessandro Piva, applaudito a lungo, si è aggiudicato il “Premio del Pubblico BNL” Bari, fine anni ‘80. Santa ha poco meno di vent’anni e come ogni ragazza custodisce sogni e apprensioni, che affida al suo diario. Nel suo cuore ardono fede cristiana e fame di vita: è ferma nel voler assecondare la sua vocazione spirituale, non prima però di aver conseguito la laurea, come ha concordato con i suoi. Qualcuno però si intromette tra Santa e le sue aspirazioni. Un uomo incrociato per caso negli ambienti parrocchiali prende a farle appostamenti, a inviarle lettere deliranti, a pedinarla ovunque per tre lunghi anni, proseguendo di fatto indisturbato nonostante le ripetute denunce. Il 15 marzo del 1991 tredici coltellate mettono fine alla vita di Santa. Si sarebbe potuto evitare un epilogo come questo?

“Le istituzioni dell’epoca si fecero trovare impreparate ad affrontare temi quali la violenza di genere e lo stalking, lasciando di fatto spazio a un finale già scritto”dice il regista.” Questa storia è dedicata proprio a chi rimane solo con il suo dolore, dopo lo sgomento di un lutto subitaneo e assurdo. Tra femminicidio e martirio, Santa subito racconta la storia di un destino annunciato. Paradigma di troppe altre storie dallo stesso finale: il mio piccolo, personale appello affinché le donne siano lasciate meno sole, quando si ritrovano in balìa di una psicosi travestita da amore.”

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