06192018Headline:

Sul popolo Masai, 20 gennaio Itc Pacinotti Pisa, con dott. Di Giulio: “La salute degli animali è correlata alla salute e alla vita delle persone.”

Venerdi 20 gennaio alle ore 15, si svolgerà presso la videoteca dell’Itc Pacinotti di Pisa, l’incontro con il dott. Giuseppe Di Giulio* sul popolo Masai: cultura, economia e cooperazione internazionale. Organizzata da Contemporaea..mente, nel percorso di conferenze sull’attualità.

19gennaio 2017 di Andrea Vento

(*) Giuseppe Di Giulio: medico veterinario, dal 1988 ha lavorato in 12 diversi paesi, particolarmente, dell’Africa meridionale e centro-orientale, in progetti di sviluppo e cooperazione. Ha lavorato per diverse agenzie di cooperazione private e pubbliche, Ue, Onu, etc. Dal 2011, ha abbandonato la carriera di consulente veterinario e risiede con la sua famiglia in Tanzania. Nel 2014 ha ricevuto il premio “Il peso delle cose” dalla Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani (FNOVI).

Articolo/intervista che ripercorre la vita professionale di Beppe Di Giulio realizzato dalla FNOVI in occasione della consegna del premio “Il peso delle cose”

  • Se vuoi arrivare primo corri da solo.
  • Se vuoi arrivare lontano guardati attorno e stringi una mano.

Giuseppe Di Giulio è un esempio che la Federazione Nazionale Ordini Veterinari Italiani (Fnovi) ha voluto premiare riconoscendo la peculiarità e l’attualità della sua esperienza umana e professionale. La strada che ha portato il collega dalla Tanzania al Consiglio Nazionale della Fnovi inizia molti anni fa con una laurea in medicina veterinaria e lo sgomento che spesso ci assale quando, superato anche l’esame di abilitazione, si realizza di non sapere nulla ma di essere, almeno sulla carta, un dottore. E quando alla fine del 1987 arriva, per un colpo di fortuna, il primo incarico in Etiopia racconta Beppe:

“comincia il mio viaggio infinito in me stesso e tra le sofferenze degli altri: diverse culture, diverse società, diverse religioni. Capii anche il significato di cooperazione e dei progetti, e i limiti dei loro obiettivi. Capii ancora di più che non ero preparato, professionalmente e culturalmente!”.

Le polverose, spesso disastrate strade dei paesi africani saranno da quel momento la vita di un italiano che partecipa, con diverse Ong o istituzioni internazionali e compagnie di consulenze, a quelli che sono comunemente definiti piani di sviluppo e cooperazione oltre che alla gestione di emergenze, spesso ponendosi domande:

“Cosa sto facendo? Chi ne trae beneficio?”

Tra un paio di rapimenti risolti dalle stesse comunità, senza aiuto esterno, il lavoro, sempre fortemente strutturato da basi scientifiche, su malattie, prevenzione, organizzazione dei servizi veterinari e di orientamento verso la professione veterinaria, Beppe incontra in Zambia nel 1992 Lieve Lynen una collega belga, e la sposa anche perché professionalmente meglio preparata e sa identificare le zecche come nessun altro. Nel frattempo a 800 km di distanza, altri lavoravano sul controllo della East Coast fever, malattia trasmessa dalle zecche solo ai bovini, utilizzando due vaccini e due scuole di pensiero diverse. Racconta ancora Beppe Di Giulio:

“C’era un vaccino per questa malattia, scoperto 30-40 anni prima ma che dava problemi: il 4-12% degli animali sviluppava la malattia ed il 3% moriva a causa del vaccino Muguga Cocktail (Mc). Nel 1998 dopo dieci mesi di ricerca in Tanzania risolviamo il problema del Mc e il vaccino comincia ad essere utilizzato su larga scala. Finalmente si potevano vaccinare anche 1.000 bovini al giorno, senza dover trattare gli animali che contraevano la malattia. Il vaccino garantisce una protezione del 98%, contro la mortalità del 40-80% nei bovini ammalati.”

“A fine 1998 la difficile decisione di lasciare moglie e due bambini piccoli e uno stipendio 10 volte tanto quello di un dottorato di ricerca: tornare in Italia per un progetto sulle zecche e malattie trasmesse dalle zecche; 860 milioni (Progetto Operativo Multiregionale). Allo stesso tempo mi iscrivo in un’Università Inglese per un PhD in epidemiologia che avrebbe consentito di analizzare i dati risultato del progetto a costo zero ed in un modo più professionale; da noi l’epidemiologia era una scienza “nascente”. Lascio l’Italia nel febbraio del 2000 e creò un progetto di ricerca all’interno del progetto che Lieve dirigeva. Finanziamenti 50% del progetto e 50%, privati (nostri). Nessuno voleva finanziare quella ricerca che alla fine è stata determinante per poter dire: il Mc funziona non solo in Tanzania, ma anche nei paesi limitrofi. È una ricerca che dura tre anni, con piccole interruzioni per brevi consulenze e discussioni dati in Inghilterra. Nel 2001 termina il progetto di Lieve, ma lei riesce a ottenere fondi dalla Cooperazione inglese per studiare una malattia dei bovini che i Masai chiamano Ormilo, malattia della testa. Lieve, con i fondi ricevuti e grazie al Direttore dei Servizi Veterinari Tanzaniani, continua a dirigere, a costo zero, il progetto sulla Ecf. Grazie alla collaborazione a titolo gratuito della facoltà di Veterinaria di Torino e quella di Utrech, si individua l’agente della malattia e la migliore terapia. Fine 2003, finisce il progetto e quindi il mio stipendio. Lieve decide di lasciare la cooperazione e inizia l’attività veterinaria privata. Io mi rimetto sul mercato del lavoro. La famiglia è salva ma il PhD rimane un sogno e i dati non sono mai stati analizzati.”

“Seguono altri anni di lavoro in tanti altri Paesi africani e asiatici. Divento sempre meno veterinario. I progetti hanno tantissime componenti, anche e specialmente, non strettamente veterinarie: contatti istituzionali, monitoraggio e valutazioni, elementi finanziari, etc. Insomma, si comincia e la testa gira a 360”, come quella di una civetta, gli occhi si muovono come quelli di un camaleonte. Lieve, fonda una società privata, per far sì che il vaccino prodotto dall’International Livestock Reasearch Institute (Ilri) in Kenya possa essere importato e disponibile in Tanzania. Gli allevatori, anche quelli più piccoli, vogliono il vaccino, lo pagano. Finalmente un progetto è diventato sostenibile: è stato privatizzato. La nostra privatizzazione non significa arricchimento: è un fair trade, con un monitoraggio sul costo che gli allevatori pagano ai vaccinatori: se chiedono più di quello stabilito, non potranno comprare più il vaccino da noi. È uno strano tipo di monopolio che dura dal 2003 al 2012. La collaborazione con l’Ilri è anche sulla ricerca perché il vaccino ha bisogno di essere affinato. Quello realizzato da noi, come detto, è un modello sostenibile, ma che avrebbe ancora bisogno di fondi anche per essere esportato nei paesi vicini. L’Ecf entra in Sud Sudan nel 2006: muoiono almeno 5 milioni di animali, nonostante si seguano altri sistemi di controllo più costosi e meno efficaci. In Tanzania dal 2006, vengono vaccinati 120.000 bovini. Migliaia di Maasai raggiungono i più che famosi «Millenium Development Goals» già in quell’anno. I donors, le organizzazioni e i paesi Onu, secondo le conclusioni di un costosissimo meeting della Fao nel 2000, li avrebbero dovuti raggiungere nel 2015, adesso sono stati posticipati al 2030. Questo è il lato oscuro della cooperazione allo sviluppo. Questa è la faccia che, purtroppo, la maggior parte dei progetti di cooperazione e sviluppo ci mostra. Niente polemiche, questa è la nostra esperienza. La cosa più importante è spendere i soldi, i risultati non sono importanti. L’importante è che tutto vada bene. Il 90/95% dei progetti sono sempre un successo! La nostra vita è particolarmente legata a questa parte di Africa. È come vivere due volte.”

“La Tanzania nel 1995 era, per certi versi e con le dovute differenze, simile all’Italia nel 1950 ma le tradizioni erano le stesse. I Maasai, non sono cambiati, ma come ci dicono, tra due generazioni scompariranno. Comunque, una delle cose più stimolanti della vita è imparare e continuare ad imparare. Vedere le cose con gli occhi di altre persone. Imparare ancora e sempre, guardare, ascoltare, guardare, ascoltare e solo dopo parlare. Se i Maasai non avessero insistito con noi, gli esperti, dicendo che Ormilo non era Maj Moio (acqua nel cuore ossia idropericardite infettiva), Ormilo non sarebbe mai stato scoperto. Sono stati loro a fornirci i cervelli degli animali morti per la malattia”.

Nel corso della conversazione seguendo un fiume di sensazioni e immagini di una vita che molti vorrebbero avere, Giuseppe Di Giulio ha ricordato, citando una delle tante persone incontrate, una riflessione, che ben si addice alla realtà della professione veterinaria ma anche sulla vita nel suo complesso, che prende spunto dall’osservazione degli animali.

“Coloro che condividono una direzione comune e un senso di comunità arrivano dove vogliono andare più rapidamente e facilmente, perché viaggiano sulla spinta l’uno dell’altro. Quando un’oca si stacca dalla formazione, avverte improvvisamente la resistenza aerodinamica nel cercare di volare da sola, e rapidamente si rimette in formazione per sfruttare la potenza di sollevamento dell’oca davanti. Se avremo altrettanto buon senso di un’oca, rimarremo in formazione con coloro che procedono nella nostra stessa direzione. Quando la prima oca si stanca, si sposta lateralmente e un’altra oca prende il suo posto alla guida. È sensato fare a turno nei lavori esigenti, che si tratti di persone o di oche in volo verso sud (P. Ionata). Il senso del lavoro in team, dell’assunzione di responsabilità, della fiducia verso i collaboratori e della formazione ai giovani che stanno imparando la professione: fattori fondamentali non solo nei paesi dove la salute degli animali è strettamente e direttamente correlata alla salute e alla vita (dignitosa) delle persone.

L’esempio di Beppe ma anche e soprattutto il suo auspicio è che il patrimonio di esperienza e di dati scientifici che le sue scelte hanno prodotto non finiscano ma vengano divulgate e condivise. Lui è pronto, l’entusiasmo non è diminuito dalle difficoltà incontrate e l’obiettivo è chiaro. Ora possiamo davvero mettere in pratica il concetto One Health.  (Roberta Benini – novembre 2014)

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