John Greaves e Annie Barbazza: il Canterbury segreto nel cuore della provincia cronica

12 Maggio 2026, di Michele Faliani
Ci sono concerti che nascono già con il sapore dell’eccezione. Non per il numero di spettatori, né per l’imponenza della produzione, ma perché sembrano comparire all’improvviso in luoghi dove normalmente non ci si aspetterebbe di assistere a qualcosa di così raro. È quello che accade di solito al Backdoor, piccolo presidio culturale toscano che ogni tanto si trasforma in un rifugio sonoro sospeso fra sperimentazione, memoria e poesia musicale.
La sera dell’8 Maggio sono saliti sul palco John Greaves e Annie Barbazza, coppia artistica che negli ultimi anni ha costruito un linguaggio personale lontano dalle convenzioni del progressive contemporaneo. Da una parte c’è Greaves, protagonista storico della scena di Canterbury e membro fondatore degli Henry Cow; dall’altra Barbazza, interprete versatile e visionaria, capace di attraversare registri diversi con naturalezza sorprendente, già passata da queste parti lo scorso anno come membro della band di Paul Roland. Insieme non cercano la celebrazione nostalgica di un’epoca, ma qualcosa di molto più difficile: dare nuova forma a un patrimonio musicale che rischierebbe altrimenti di restare confinato al culto degli appassionati.
La dimensione raccolta del locale diventa immediatamente parte integrante dello spettacolo. Nessuna barriera reale fra artisti e pubblico, nessuna costruzione scenica superflua: solo un pianoforte, due voci e una sala immersa nell’ascolto. L’effetto è quasi teatrale. Ogni pausa, ogni respiro, ogni sfumatura vocale acquista peso e presenza.
Il repertorio della serata ruota attorno ai brani di Earthly Powers, ma ciò che emerge non è tanto la struttura delle composizioni quanto il modo in cui vengono continuamente trasformate durante l’esecuzione. Greaves lavora per sottrazione: il suo pianoforte evita l’esibizione tecnica e preferisce creare spazi, aperture, piccole tensioni armoniche che Barbazza riempie con una voce mutevole, intensa, capace di passare dall’abbandono lirico a momenti più inquieti e astratti.
L’impressione è quella di assistere a musica che si costruisce davanti agli occhi del pubblico. Le influenze della scuola canterburiana, del jazz europeo e della canzone d’autore più sofisticata rimangono riconoscibili, ma vengono assorbite dentro un linguaggio estremamente libero, che rifiuta qualsiasi rigidità stilistica. Alcuni passaggi sfiorano l’avanguardia cameristica, altri recuperano melodie oblique e malinconiche che sembrano provenire da un tempo indefinito.
La forza del concerto sta soprattutto nella sua capacità di creare un’atmosfera fragile e magnetica senza mai cadere nell’autocompiacimento. Greaves, con la sua voce segnata dagli anni, trasmette una vulnerabilità autentica che rende ogni interpretazione profondamente umana; Barbazza risponde con un approccio opposto ma complementare, più luminoso e teatrale, trasformando il dialogo vocale in uno degli elementi più affascinanti dell’intera esibizione.
Tra i momenti più intensi arrivano le riletture di brani legati all’universo di Robert Wyatt e Leonard Cohen. La delicatezza con cui viene affrontata God Song lascia la sala in un silenzio quasi irreale, mentre Avalanche perde parte della cupezza originaria per diventare una confessione sommessa, percorsa più dalla nostalgia che dalla disperazione.
Eppure il vero protagonista della serata sembra essere il luogo stesso. In tempi in cui molta musica dal vivo si consuma rapidamente dentro circuiti sempre più standardizzati, spazi come il Backdoor continuano a difendere un’idea diversa di cultura: più appartata, forse meno visibile, ma ancora profondamente legata all’ascolto e alla curiosità. Non c’è alcuna ricerca di tendenza, nessuna posa alternativa da esibire. Solo la volontà concreta di far esistere eventi che altrove troverebbero sempre meno spazio.
Quando il concerto si conclude, resta la sensazione di aver assistito a qualcosa che difficilmente potrebbe funzionare in contesti più grandi o dispersivi. La musica di Greaves e Barbazza vive infatti di prossimità, attenzione e silenzio condiviso. È un’esperienza che non punta all’impatto immediato, ma a una forma di coinvolgimento lenta e profonda, capace di lasciare tracce anche dopo l’ultima nota.
Fuori dal circolo la notte continua come sempre, ma per chi era presente rimane addosso quella strana percezione che solo certi concerti riescono a lasciare: la consapevolezza che, almeno per qualche ora, un piccolo spazio di provincia sia diventato il centro esatto di un mondo musicale libero, fragile e irripetibile.
Grazie al Backdoor per la consueta ospitalità.