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La scomparsa della sinistra in Europa

Un’impietosa disamina della disfatta della sinistra in Europa ed in Italia

Chiunque sia interessato a comprendere i motivi del “naufragio” della sinistra, avvenuto negli ultimi decenni in Europa ed in Italia, potrà trovare accurate analisi e numerosi spunti di riflessione in un saggio scritto dagli economisti *Aldo  Gamba e *Massimo Pivetti. 

23aprile 2017 di Giacomo Di Lillo

Si tratta del testo intitolato “La scomparsa della sinistra in Europa”, edito da Imprimatur nel settembre del 2016, al prezzo di 13,60 euro, nel formato cartaceo, e 6,99 euro in quello digitale (256 pagine).

Il volume è suddiviso in dieci sezioni: una prefazione, un’introduzione, sette capitoli e l’epilogo. I titoli dei capitoli sono i seguenti: Dai Trenta gloriosi ai Trenta pietosi; La grande svolta di politica economica; L’inizio della fine; La “corsa alla modernità”: la mondializzazione; La “corsa alla modernità”: istituzioni del lavoro e ruolo dello stato; Il caso italiano: comunisti? Brava gente; La sinistra “antagonista”.

La prefazione descrive la drammatica situazione politico-sociale in cui oggi versa l’Europa ed evidenzia la disfatta dei partiti di sinistra. Nel nostro continente si registra un generale peggioramento delle condizioni di vita per la maggioranza della popolazione. I disoccupati europei hanno ormai raggiunto la cifra di 40 milioni, mentre i lavoratori  di tutti i settori e di tutti i tipi si trovano in balia del mercato e della concorrenza mondializzati.

L’orizzonte politico è sempre più caratterizzato dall’emergere e dal rafforzarsi di un’estrema destra sociale, sovranista e statalista. La cosiddetta sinistra, dal canto suo, ha nei fatti abbandonato la difesa dei ceti sociali deboli e dei lavoratori ed ha finito con l’abbracciare i fondamenti dell’ordine  liberista.

Nell’introduzione

Viene evidenziato che per comprendere l’implosione della sinistra bisogna partire da un’ analisi dell’Europa, riguardante il primo trentennio successivo al termine del secondo conflitto mondiale. Tale periodo è stato indicato come quello dei “Trenta gloriosi”, una fase virtuosa durante la quale si verificò una notevole espansione economica, accompagnata da alti livelli di impiego e da un sostanziale equilibrio dei conti esteri. Dai “Trenta gloriosi” si  è successivamente passati, verso la fine degli anni ’70, a quelli che gli autori del saggio definiscono i “Trenta pietosi”. Un periodo ben diverso dal precedente, perché dominato dalla stagnazione economica, dall’esplosione della disoccupazione e da forti squilibri delle bilance dei pagamenti.

Secondo *Barba e *Pivetti la sinistra europea è pienamente responsabile del passaggio dai “Trenta gloriosi” ai “Trenta pietosi”.

Non  solo perché  essa è risultata incapace di ostacolare le devastanti politiche economiche neoliberiste, determinate dalla globalizzazione , ma poiché  ha addirittura cercato di cavalcarle. Oggi, sostengono gli autori del saggio, è comunque possibile operare per rifondare una vera sinistra sia in Europa, che in Italia. Ciò potrà avvenire, a condizione che al centro dell’azione politica vengano ricollocate le questioni di classe ed il potenziamento dello stato-nazione.

Il primo capitolo del volume

Analizza i presupposti della svolta nelle politiche economiche degli stati europei, avviata alla fine degli anni ’70. In quel periodo si diffuse la convinzione che fosse in atto una profonda trasformazione degli assetti economici mondiali, che avrebbe prodotto enormi progressi materiali per l’umanità ma che, al tempo stesso, avrebbe determinato l’impossibilità di continuare ad attuare le ricette “keynesiane” perseguite dai governi durante i “Trenta gloriosi”. Accreditati studiosi si spinsero a scrivere che sarebbero persino terminate le crisi cicliche del capitalismo. Per raggiungere una nuova “era dell’abbondanza” diventava necessario mettere in campo una serie di misure, le stesse che oggi vengono imposte dalla Troika europea per tentare di uscire dalla depressione mondiale iniziata nel 2008. Bisognava favorire le liberalizzazioni, i  movimenti dei capitali internazionali, la deregolamentazione del mercato del lavoro, le privatizzazioni, la cancellazione del “welfare state”. Tali misure, secondo la propaganda dei neoliberisti, erano ineluttabili, dato che l’esperienza dei “Trenta gloriosi” era ormai irripetibile per una serie di cause, tra le quali i notevoli mutamenti che si erano verificati nel campo della tecnologia e della demografia.

Nel secondo capitolo

Viene descritta l’attuazione della “grande svolta”. All’inizio degli anni ’80 viene varata in Europa una quasi totale liberalizzazione dei flussi di capitale in entrata e in uscita, ritenendola un fattore che avrebbe sostenuto una crescita stabile nel lungo periodo. Tale misura mirava inoltre a cancellare sia la nozione di economia mista, sia quella  di programmazione economica. Ad esse si sarebbero sostituite la politica dei redditi, la stabilità della moneta ed il principio del pareggio di bilancio.

La liberalizzazione valutaria, fanno notare Barba e Pivetti, rappresentò la “madre di tutte le riforme liberiste”.

Essa  privò lo Stato della capacità di esprimere un indirizzo di politica economica autonomo, sia al suo esterno, cioè nei confronti degli altri Stati, sia al suo interno,  ovvero nei confronti degli interessi dominanti. La liberalizzazione valutaria, inoltre, determinò il costante perseguimento di politiche deflattive, nonché l’impossibilità di continuare ad assicurare elevati livelli occupazionali. Come conseguenza della svolta economica degli anni ’80, nel decennio successivo si verificò una vera e propria esplosione del commercio mondiale: il volume degli scambi internazionali aumentò 2,5 volte più velocemente del Pil mondiale. Tuttavia il liberismo sfrenato non comportò una crescita  del commercio mondiale superiore a quella degli anni precedenti, che erano stai caratterizzati dall’adozione di misure di protezionismo moderato. Negli anni ’90, infatti, gli scambi internazionali crebbero con una media annua del 6,6%, contro l’8% degli anni ’60.

Sempre negli anni ’90, si ha la nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC). Quest’ultima ha rappresentato uno strumento fondamentale per la realizzazione dell’ordine neoliberista. Una semplice scorsa alla carta costitutiva dell’ OMC è sufficiente per apprendere che l’obiettivo dell’organizzazione non era il pieno impiego ed il conseguente sviluppo del commercio internazionale, bensì la liberalizzazione del commercio. Il documento sopracitato riconosceva che la liberalizzazione avrebbe richiesto austeri programmi di aggiustamento, che avrebbero comportato elevati costi per ampi strati della società. Tali sacrifici,d’altro canto, erano il pegno da pagare per assicurare notevoli vantaggi alla competitività.

Barba e Pivetti evidenziano altri cambiamenti di rilievo avvenuti con la svolta degli anni ’80

Tra questi viene indicato lo smantellamento di tutte le barriere fiscali e tariffarie alle importazioni, con conseguente squilibrio dei conti con l’estero. In alcuni periodi dei “Trenta penosi”, sono stati inoltre favoriti movimenti migratori deregolamentati, al fine di costituire un serbatoio di lavoratori in eccedenza e con limitato potere di contrattazione salariale. Non meno importante è risultato l’attacco sistematico del padronato, e dei loro rappresentanti nei governi europei, nei confronti delle organizzazioni sindacali e delle contrattazioni collettive. Una martellante propaganda mediatica, inoltre, è stata sapientemente diffusa per tentare di convincere i lavoratori ed i giovani che la  soluzione dei problemi occupazionali consisterebbe nella precarizzazione dei rapporti lavorativi e nella “flessibilità”. Spesa pubblica, tasse e trasferimenti, infine, hanno terminato di essere al centro dell’azione di politica economica, lasciando la via libera all’austerità, alle privatizzazione ed al taglio di servizi pubblici essenziali, quali la sanità, l’istruzione ed i trasporti.

L’analisi degli indicatori economici e sociali relativi ai “Trenta penosi”, mostra con grande evidenza il fallimento delle politiche neoliberiste attuate in Europa e nel mondo. Nel nostro continente si è verificato un decremento generale del tasso di crescita del prodotto procapite, negli anni dal 1979 al 2015. Nel caso dell’Italia, esso è passato dal 4,5%  all’1%. Nei 12 paesi firmatari del Trattato di Maastricht la  disoccupazione, tra la metà degli anni ’70 e la metà degli anni ’80, dopo un ventennio in cui era stimata intorno al 2%, è schizzata al 20%. E’ inoltre calata la produttività del lavoro, come conseguenza della bassa crescita della domanda. Dal 1999, infine, nei 36 paesi più sviluppati del pianeta si è ridotta la quota di prodotto attribuita ai salariati.

Stagnazione, disoccupazione e arretramento salariale hanno determinato, come già riferito nella prefazione, la riapparizione dello spettro della povertà nelle società ricche. La lotta a questo fenomeno, fanno notare gli autori del saggio, è tornata ad essere combattuta sul terreno dell’assistenza e non , come invece dovrebbe, su quello delle politiche economiche.

Il terzo capitolo

E’ in gran parte dedicato alla disamina del caso francese, il primo esempio, in ordine cronologico, dell’ ”incomprensibile suicidio” della sinistra in Europa. La coalizione di sinistra francese nel 1981 disponeva sia di un enorme consenso popolare, che della maggioranza assoluta nell’Assemblea Nazionale, avendo vinto le elezioni presidenziali e quelle politiche. La sinistra, inoltre, poteva contare sul pieno sostegno del sindacato Cgt e disponeva di un elaborato  progetto di governo che prevedeva numerose nazionalizzazioni ed un’avanzata politica sociale. Persino il quadro economico era favorevole alla “gauche”: la Francia del tempo aveva un basso tasso di inflazione, non era soggetta ad attacchi speculativi, controllava i cambi e la sua crescita era trainata dalla domanda interna.

Il cambiamento radicale nelle impostazioni della politiche della coalizione di sinistra, che in breve tempo (dall’estate del 1982 alla primavera del 1983) si verificò in Francia, venne favorito da mutamenti del contesto economico internazionale. Gli anni ’80 furono infatti caratterizzati da un’ascesa del prezzo del petrolio, da aumenti dei tassi di interesse e del valore esterno del dollaro. Un ruolo determinante nel cambiamento di rotta venne svolto da Michel Rocard e da Jacques Delors, due dirigenti di spicco fortemente ostili all’interventismo statale e contrari alle nazionalizzazioni che erano state attuate prima della svolta. I due leader erano convinti che di fronte al calo delle esportazioni francesi, dovuto alla recessione internazionale, la Francia dovesse ricorrere ad una politica maggiormente deflazionistica.

L’esito dell’affermazione della corrente “modernista” ed antistatalista, avrebbe successivamente prodotto una serie di conseguenze negative, per il paese e per la “gauche”.

E’ vero che si riuscì a combattere l’inflazione, ma al costo  della riduzione del “welfare”, di un incremento della disoccupazione e del congelamento dei salari. Come si poteva prevedere, tutto ciò erose sensibilmente il consenso verso la sinistra e creò i presupposti per la vittoria della coalizione di destra, alle elezioni francesi del 1986. Nonostante la responsabilità personale nella sconfitta della sinistra, Delors continuerà a svolgere una brillante carriera politica: nel 1985, egli era infatti stato nominato presidente della Commissione Europea. Per ben dieci anni egli si dedicherà alla “modernizzazione” del continente, sostenendo quel progetto di unificazione politica dell’Europa che, nella pratica, ha comportato per gli stati aderenti, la perdita della sovranità monetaria e fiscale.

Nei decenni successivi, le vicende francesi,  anziché fungere da monito per le altre forze di sinistra  in Europa, finirono col produrre in esse una deleteria tendenza all’emulazione.

Ciò, oltre a provocare una serie di tracolli elettorali, ha anche comportato una perdita di valori essenziali del patrimonio culturale della sinistra. Tra di essi vanno menzionati la consapevolezza della natura conflittuale del sistema capitalista ed il ruolo dell’azione collettiva per determinare il progresso sociale.

Il quarto capitolo

Tratta l’interpretazione che la sinistra ha dato del concetto di modernità in un periodo marcato dal pieno dispiegarsi della globalizzazione. Il giudizio degli autori è netto: per la sinistra la “corsa alla modernità” non è stata, nei fatti, nient’altro che una corsa all’indebolimento contrattuale del lavoro dipendente. La sinistra sembra aver dimenticato che non può esserci una separazione tra politica monetaria e politica economica generale, che il controllo della moneta determina effetti reali sulle condizioni di vita delle persone e dei lavoratori. Ignorare tali elementari nozioni non può non comportare la perdita del controllo dei tassi di interesse e dell’onere dei servizi del debito.

La sinistra ha anche sottovalutato il fatto che la globalizzazione avrebbe eliminato gli ostacoli alla delocalizzazione e quindi prodotto nei paesi avanzati estesi fenomeni di deindustrializzazione che, a loro volta, avrebbero indebolito il potere contrattuale dei salariati. I partiti di sinistra giunti al governo hanno smarrito, o volutamente cancellato, la loro precedente identità arrivando a riconoscere al mercato internazionale il ruolo di regolatore per eccellenza dell’attività economica degli Stati. Anche nella sinistra, inoltre, si è diffuso il mito della superiorità dell’iniziativa privata e della naturale inefficienza del settore pubblico.

Nel quinto capitolo

Gli autori si soffermano sulle tematiche  del lavoro e sui mutamenti del ruolo dello stato. L’esperienza dei “Trenta pietosi” ha evidenziato che sia i sindacati, sia lo stato centrale si sono indeboliti, in quest’ultimo periodo. L’aumento della disoccupazione ha comportato, da un lato una riduzione del potere dei sindacati e della sindacalizzazione dei lavoratori, dall’altro un maggior peso della contrattazione salariale al livello della singola impresa.

La sinistra deve rimproverarsi delle colpe, anche in merito all’involuzione  del mercato del lavoro. Essa ha finito col condividere gran parte delle visioni del padronato favorevoli a stabilire, anche in questo specifico mercato, il dominio della concorrenza e della flessibilità. Addirittura alcuni leader , come Matteo Renzi, sono arrivati a considerare che i sindacati svolgano odiernamente una funzione conservatrice e che rappresentino un ostacolo per aumentare l’occupazione. E’ bene ricordare, inoltre, che è stato sotto il governo diretto dai socialdemocratici, che in Germania sono stati introdotti quei bassi salari che hanno reso molto competitivi i prodotti tedeschi. In merito al tema del ruolo dello stato nell’economia, è evidente che le riduzioni delle spese sociali verificatesi nell’ultimo trentennio hanno influito negativamente sulla domanda aggregata. La minore spesa pubblica ha comportato maggiori spese private per la sanità, le pensioni e l’istruzione e quindi una diminuzione della disponibilità per le famiglie a medio e basso reddito.

Barba e Pivetti dedicano alcune considerazioni anche alla questione dello stravolgimento del sistema pensionistico.

Non bisogna sottacere che anche in questo caso la sinistra ha delle pesanti responsabilità. Negli anni ’90, in Italia, i partiti di sinistra si convinsero che la collettività non poteva più pagare agli anziani pensioni elevate ed indicizzate ai salari. Poté quindi essere avviato, con la legge Amato del 1992,  un processo che la destra difficilmente avrebbe potuto realizzare, la contrazione delle prestazioni della previdenza pubblica.

Per quanto riguarda la prioritaria vicenda delle privatizzazioni,

va sottolineato che nel nostro paese, tra il 1996 ed il 2000, i governi Prodi, D’Alema e Amato portarono a compimento le grandi privatizzazioni delle banche e delle telecomunicazioni. Il laburista Blair, dal canto suo, attuò nel Regno Unito  forme di privatizzazione striscianti dei servizi pubblici essenziali. L’esito di tali privatizzazioni non può che essere considerato fallimentare. Al posto dell’auspicata concorrenza, della riduzione dei costi e dei servizi migliorati, esse normalmente produssero monopoli privati, sussidi e prezzi esorbitanti.

Il sesto capitolo

Si sofferma sulle pratiche e sugli errori della sinistra italiana e del suo partito più rappresentativo, il PCI. Anche in questo caso i giudizi degli autori del saggio  sono estremamente critici e non risparmiano  nemmeno i “patriarchi” del partito. Gramsci, Togliatti e Berlinguer, avrebbero evidenziato chi gravi carenze nella conoscenza dell’economia politica, chi una formazione culturale intrisa di elementi laico-liberali, chi un’ evidente incapacità di definire efficaci strategie politiche ed economiche.

Un peso rilevante nel lungo percorso che condurrà il PCI a decidere, nel 1991, il suo scioglimento, lo hanno rivestito gli avvenimenti della metà degli anni ’70.

Il partito, che aveva raggiunto l’ammirevole traguardo di raggiungere il 34,6% dei consensi alle elezioni amministrative del 1975, scelse una strategia errata che non gli consentì di capitalizzare tale risultato. Il PCI guidato da Berlinguer elaborò la teoria del “compromesso storico” e praticò la politica della “solidarietà nazionale”. In sostanza il più grande partito comunista dell’Europa occidentale appoggiò, senza ottenere reali contropartite e senza mettere piede nei governi, gli esecutivi monocolore democristiani che si successero in quel periodo. Nel campo delle scelte economiche, il PCI optò per una strategia che pur di combattere l’inflazione  e di reperire risorse per gli investimenti imponeva pesanti sacrifici alle masse lavoratrici. Tale strategia oltre ad essere condivisa, con alcune eccezioni, dal CESPE, il principale centro di studi economici del partito, venne pienamente supportata dalla CGIL, il più grande sindacato italiano. Anche in questo caso il PCI non fu in grado di ottenere rilevanti contropartite ed inoltre avviò un processo che avrebbe determinato nel lungo periodo un’emorragia del suo tradizionale corpo elettorale.

L’ultimo capitolo

Non lesina critiche nemmeno ai dirigenti ed ai fondamenti teorici della sinistra “antagonista”. Secondo il parere di Barba e Pivetti, i leader formatisi durante la stagione del ’68, nonostante  avessero denunciato le incongruenze della sinistra  “storica”, evidenziarono molto presto un’attitudine ad allontanarsi dalle questioni economiche e di classe, nonché una propensione all’individualismo. I dirigenti sessantottini, inoltre, si caratterizzarono nel porre una maggiore attenzione alle questioni riguardanti i diritti civili, anziché alle tematiche inerenti i diritti sociali. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la sinistra antagonista avrebbe sempre più distolto l’attenzione dalle problematiche economiche, preferendo dedicarsi a questioni riguardanti l’ecologia oppure le differenze di genere.

Gli autori ritengono che oggi la sinistra “antagonista” segua due differenti indirizzi di pensiero, entrambi contraddittori e distanti dal marxismo ortodosso.

  • Il primo, incentrato sulla decrescita, una teoria che arriva a desiderare l’esistenza di una società di tipo preindustriale.
  • Il secondo filone avrebbe invece il limite di ridurre le cause dell’attuale stagnazione economica a fattori quasi esclusivamente tecnologici o demografici.

Nell’epilogo, Barba e Pivetti, ribadiscono la loro convinzione che lo Stato debba necessariamente essere utilizzato da una “nuova” sinistra, al fine di realizzare un’ efficace politica economica che soddisfi le esigenze dei ceti deboli della società. La macchina dello Stato, quindi, non sarebbe solamente uno strumento funzionale agli interessi del capitalismo, ma può anche essere usata per salvaguardare le condizioni materiali dei salariati, come ci ha ampiamente dimostrato l’esperienza dei “Trenta gloriosi”.

Se è vero che la crisi iniziata nel 2008 non sembra aver finora determinato un recupero di consapevolezze nella sinistra, è anche vero che esistono ancora spazi di agibilità ed è possibile rilanciare il ruolo dello Stato e del pubblico.

Qualora le forze di sinistra, superando una certa inerzia culturale, decidessero di tornare a seguire  questa strada, ricaverebbero il vantaggio di potersi muovere con una potente bussola in un territorio conosciuto.

Non tutte le affermazioni ed i giudizi espressi  nel saggio da Barba e Pivetti risultano condivisibili. Appare, ad esempio, riduttiva l’interpretazione del movimento del ’68, che sarebbe stato costituito da individualisti “radical chic”, interessati  prioritariamente alle tematiche riguardanti i diritti civili.

Come ha commentato un lettore torinese, non si può disconoscere che il post ’68 italiano ha saputo esprimere i consigli di fabbrica e la partecipazione di massa alle lotte sindacali e politiche. Anche i giudizi sulla teoria della decrescita, sono troppo netti, e sembrano non  riconoscerle alcuna validità. Desta perplessità , infine, leggere che il filosofo Michel Foucault, una delle menti più profonde e critiche del XX secolo, si possa essere infatuato dell’ordoliberismo, una versione tedesca del modello  neoliberista, e che egli non possedesse una solida conoscenza delle opere di Marx.

Nonostante ciò, si può concordare con gli apprezzamenti rivolti dall’economista marxista Sergio Cesaratto al lavoro di Barba e Pivetti. Secondo Cesaratto, il saggio “è di gran lunga la più importante provocazione intellettuale alla sinistra degli ultimi anni”. La scomparsa della sinistra in Europa“rappresenterà occasione di dibattito e un randello da usare in ogni occorrenza per quel che resta di una sinistra intellettualmente solida e che delle ragioni di ampi strati della popolazione fa la propria ragion d’essere”.

Gli autori

*Aldo Barba

Docente di Economia Politica presso il Dipartimento di Economia, dell’Università degli Studi Federico II di Napoli. E’ autore, insieme ad Alessandro Somma, di: Rottamare Maastricht. Questione tedesca, Brexit e crisi della democrazia in Europa (Roma 2016).

*Massimo Pivetti

Docente di Economia politica presso la Facoltà di Giurisprudenza della Sapienza Università di Roma. Si occupa di istituzioni di economia e di finanza pubblica, con particolare riferimento alle questioni del debito pubblico e della distribuzione della ricchezza. Tra gli altri, è autore di: An Essay on Money and Distribution (Londra 1991); Economia politica (Roma-Bari 20106). Ha curato, tra gli altri: Letture di economia politica (Milano 1995); Piero Sraffa, contributi per una biografia intellettuale (Roma 2000).

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