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Lorenzo, un livornese in Africa, il racconto del racconto di un amico

Non ho mai conosciuto Lorenzo, anche perché non sono mai andato nel cuore dell’Africa, dove vive da quarant’anni

Nel periodo in cui Lorenzo è partito, e siamo ancora negli anni ’70, ho incontrato invece Gabriele nel “covo” di una Comunità di Base livornese, in quel contesto di tensione mistica e culturale che ha spinto tanti cristiani all’impegno nella storia dalla parte degli ultimi. Gabriele è fratello di Lorenzo, ma di questi io non ricordo o non sapevo.
Sono passati più decenni, come capita nella vita con Gabriele ci eravamo un po’ persi di vista, lo rincontro come capita in tabaccheria, dove utilizza il servizio di money transfer per inviare in Tanzania il denaro raccolto fra livornesi volenterosi. E questa spedizione si ripete con frequenza più o meno mensile.
E’ sempre un piacere rincontrare un amico, di quelli con cui hai condiviso qualche esperienza stampata indelebilmente nel libro della vita, ma nonostante la confidenza ho durato fatica, a farmi raccontare di Lorenzo Cantù, della storia di un uomo a cui non è bastato limitarsi a parlare degli ultimi e dei diseredati della terra.
Ecco quindi il racconto del racconto di un amico.
E siccome, per la proprietà transitiva, l’amico di un amico è un mio amico, nel racconto che segue Lorenzo è “il nostro amico”.

17marzo 2017 di Luca Stellati

Lorenzo

Il nostro amico è vissuto tre anni a Kigali, capitale del Ruanda (1977 – 1980), poi dal 1983 vive in un piccolo villaggio della Tanzania, a ovest del lago Vittoria, non lontano dalla frontiera con il Ruanda: Murugaragara (che in lingua locale significa: bel panorama). Più che di un villaggio vero e proprio si tratta di abitazioni sparse nella savana, disseminate su colline. Il centro più vicino (Rulenge) è a 7 km di stradicciola malamente percorribile. Solo là c’è la possibilità di fare acquisti o di trovare un ambulatorio medico.

Il nostro amico livornese è incardinato in una congregazione religiosa (i piccoli fratelli di Gesù) che conta pochissimi fratelli sparsi nel mondo e che ha caratteristiche peculiari: ogni “comunità” è costituita da pochissime persone (2-4 persone); si mantengono lavorando; non hanno intenti di proselitismo; hanno il centro della congregazione (la “casa madre” si direbbe in altri casi) non a Roma, come tutte le altre congregazioni, ma fino a pochi anni fa a Londra e ora a Bruxelles; infine non c’è un “capo”, ma a guidare la congregazione sono in 4, eletti direttamente dai fratelli. Tutte caratteristiche significative, a saperle leggere, con orientamento decisamente “laico”.

Il contesto

Fino a pochi anni fa a Murugaragara mancava tutto. Non c’erano pozzi per l’acqua (si raccoglieva quella piovana in bidoni sotto le precarie gronde dei tetti), mancava (e manca tuttora) la corrente elettrica, non parliamo poi del telefono, non c’era la scuola né un qualunque centro di aggregazione, la posta da e per l’Europa – quando arrivava – aveva tempi biblici: un mese circa.

La vita media è ancora al di sotto dei 40 anni, è diffusa la malaria, frequenti le diarree anche letali. Si mangiava di solito una sola volta al giorno e per cuocere il cibo era necessario andare prima a fare legna. Le colline attorno al villaggio sono infatti per la maggior parte brulle per il disboscamento effettuato per quel motivo: oggi per fare legna occorre andare sempre più lontano.

Nel villaggio non si trovano generi di prima necessità o di uso comune come il sale, lo zucchero, la carta igienica, il latte, le pile… Si coltivano in prevalenza soia, mais, patate, banane al solo scopo di
mangiare, non di vendere. In una zona del villaggio si sta sperimentando la coltivazione della canna da zucchero. Le coltivazioni risentono molto dell’andamento stagionale. Di solito si hanno due stagioni delle piogge, una grande e una piccola. Ma basta una loro riduzione per mandare all’aria il raccolto con conseguenze drammatiche. La popolazione non ha ancora imparato ad accumulare scorte e comunque l’immagazzinamento è difficile anche per la presenza di numerosissimi animali (a cominciare da topi e insetti, ma non solo…)
Nel villaggio sono presenti campi “privati” e, per iniziativa del livornese, anche campi comuni che la comunità che ruota attorno a lui coltiva con prestazioni a turno (un giorno alla settimana ciascuno). I prodotti ricavati nei campi comuni vengono poi suddivisi tra tutti in base alle esigenze riconosciute.

Un problema costante è il rischio di siccità, frequente negli ultimi anni. Per ovviare a questo stanno cercando di provvedere con un’irrigazione controllata. In pratica stanno allestendo dei grandi contenitori sopraelevati che raccolgono l’acqua piovana e da questi fanno partire una serie di tubi per creare un vero e proprio impianto a goccia. La costruzione di questo impianto è però agli inizi: avrebbero bisogno di 6 km di tubi, dati le forti distanze intercollinari! Da qualche anno possiedono  una mucca, utile per il latte per i bambini, ma forse ancor di più per il concime da usare nei campi.

Caratteristiche della popolazione: una forte ignavia, specie negli uomini, una notevole tendenza (nel genere maschile) all’alcol, ottenuto anche con la fermentazione delle banane (diverse dalle nostre); una certa propensione per la libertà sessuale; il lavoro agricolo effettuato con mezzi primordiali affidato quasi esclusivamente alle donne (magari col figlio piccolo tenuto fasciato dietro le spalle). L’agricoltura è quella tipica di sussistenza. Quasi inesistente l’uso di moneta.

Da una quindicina di anni il nostro amico livornese vive ora quasi da solo (da dopo che il fratello che era con lui, un bretone, è rientrato in Europa per motivi di salute e… anagrafici si sono fermati da lui qualche rara volta altri fratelli, ma per brevi periodi).

Ora le cose stanno lentamente cambiando, grazie anche ad alcune circostanze ed incontri fortunati e ad aiuti anche economici che arrivano con una certa regolarità (la parrocchia del Rosario di Livorno in primis e poi amici e contributori che vedono che i loro aiuti arrivano direttamente a destinazione e hanno sbocchi certi, verificabili).

La macina

Il primo passo fu quando, anni fa, il nostro amico acquistò per il villaggio una macchina per macinare cereali (soia, mais, manioca…) dal campo dell’ONU che accoglieva i profughi del Ruanda e che sorgeva nella savana poco lontano da Murugaragara (un campo di 400.000 persone – una città come Firenze (!) – sorto in breve dal nulla e altrettanto velocemente ora smantellato!). La macina permette di ottenere farine e di migliorare molto il vitto (si comincia a mangiare anche due volte al giorno). Prima si macinava con la pietra. Ora vengono anche dai villaggi vicini per farsi macinare i cereali.

La jatropha

La macina funzionerebbe a gasolio, come qualunque diesel, e i costi sarebbero proibitivi. Un incontro quasi casuale si è rivelato importantissimo al riguardo. Qualche anno fa giunse in zona un cooperante di una ONG tedesca, un tecnico ingegnoso. Ha modificato la macina permettendone il funzionamento con i semi di jatropha.

La jatropha è una pianta che si adatta bene a quell’ambiente, non è commestibile, ma si presta a numerosi usi. Dai suoi semi si ricavano infatti:

  • Carburante per illuminazione o per cucinare. Ha maggiore difficoltà di accensione rispetto al cherosene, ma quando brucia fa meno fumo (e il fumo staziona poi all’interno delle abitazioni creando problemi igienico sanitari) e comunque limita l’uso della legna e quindi il disboscamento.
  • Olio lubrificante, non alimentare.
  • Sapone. Occorre un trattamento particolare per ottenere saponette con proprietà medicamentose. Quella della produzione di saponette è un’attività che sta prendendo piede; è svolta dalle donne del villaggio che, ottenute proprio di recente tutte le autorizzazioni, stanno ampliando il giro delle vendite. Potrebbe rappresentare anche per il futuro un’attività capace di indurre un miglioramento nel tenore di vita di molte famiglie.
  • Combustibile da usare al posto del gasolio, appunto. Si tratta in sostanza di una forma di biodiesel.

Per tutti gli usi di cui sopra, la coltivazione della jatropha si sta estendendo. In questi casi, come è noto, il pericolo è che la produzione di piante per il biodiesel tolga spazio alle piante alimentari. Ciò accade in varie parti del mondo. Se ciò è vero quando si tratta di piantagioni destinate all’esportazione o comunque gestite da imprese multinazionali, ben diverso e meno “rischioso” è il caso – come quello in esame – in cui è la stessa comunità locale a gestire la piantagione e a dover trovare un equilibrio tra le necessità alimentari e quelle di altro tipo. In ogni caso la jatropha permette di far lavorare la macina (e quindi di soddisfare esigenze alimentari) e i semi non vengono in nessun caso venduti.

I laboratori e il pozzo

Da qualche anno il nostro ha messo in piedi una specie di falegnameria, con attrezzi di risulta, che ha lo scopo di produrre oggetti necessari e che non si trovano (per esempio, anche se poco bello: le bare), ma anche quello di insegnare un’attività lavorativa ai giovani.

La presenza di una vecchia macchina da cucire recuperata non si sa come ha inoltre permesso ad un anziano disabile del luogo (quasi cieco, ma capace di usarla), di insegnare a confezionare semplicissimi indumenti (un paio di pantaloncini ad esempio che sono obbligatori per chi voglia frequentare la scuola)

Nel villaggio esisteva da tempo un pozzo che però si era interrato. Recentemente si è provveduto a risistemarlo e renderlo agibile. E’ in una zona un po’ decentrata del villaggio e quindi l’approvvigionamento dell’acqua non è comodissimo, ma la situazione igienica comincia lentamente a migliorare.

La scuola

Ma il lavoro sicuramente più importante a cui hanno contribuito non poco gli aiuti partiti da Livorno è la costruzione della scuola. Si tratta di un lavoro impegnativo che il nostro concittadino ha fortemente voluto e seguito passo passo. La scuola non esisteva. Poi, una decina di anni fa, fu costruita la prima aula. Il primo anno la frequentavano più di 150 bimbi in “età scolare”, età che, mancando un’anagrafe, si misura a… centimetri, in base cioè all’altezza. Cosa potessero imparare in 150 nella stessa aula non è ben chiaro, ma quello fu l’inizio. La cosa curiosa è che se un villaggio compra i materiali (mattoni, travi in legno, sabbia, ecc.), allora lo Stato fa fare un progetto. La comunità poi la deve costruire e allora lo Stato manda un maestro. Pare incredibile, ma funziona così! Aiutati… che lo Stato ti aiuta!

In breve: di anno in anno sono state costruite un po’ alla volta tutte e 7 le classi necessarie (la scuola di base laggiù prevede 7 anni) e un’aula in più: una biblioteca ad uso di tutto il villaggio… che sa leggere. Con qualche “semplificazione”. Per esempio si è pensato solo recentemente a realizzare i pavimenti e alcuni infissi(!). Finora non erano stati considerati indispensabili, ma intanto la scuola ha funzionato! Quando sono usciti i primi promossi, alla fine del primo settennato, il nostro amico si è adoperato per mandarli avanti negli studi… L’idea è stata quella di inserire i più capaci in qualche scuola di formazione professionale (per falegname, elettricista, ecc.) in modo che avessero in mano un’attività lavorativa. Ma scuole di questo tipo in zona non ce ne sono. Morale: occorre pagare non solo la retta scolastica (finiti i 7 anni… l’istruzione e la formazione si pagano), ma anche il vitto e l’alloggio fuori sede (a centinaia di km in qualche caso). Insomma, una volta di più gli aiuti livornesi sono risultati indispensabili. Ora sono diversi i ragazzi che seguono questi corsi.

Il mercato e la sala riunioni

Un’altra “impresa” in corso d’opera è la costruzione di un “mercato”. In pratica si tratta di una superficie cementata coperta da una tettoia, dove vengono costruiti dei “banchi” in muratura. Il volume sotto a ciascun banco, chiuso da un semplice sportello, funge da “magazzino merci” per il venditore. Si tratta di una costruzione semplice (su progetto predisposto da un amico livornese), ma assolutamente innovativa per Murugaragara. Lo scopo è quello di favorire un minimo di iniziativa locale e sviluppare forme embrionali di commercio al dettaglio (utili per i possibili venditori, ma soprattutto per la popolazione che nel villaggio non trova beni di consumo, neppure quelli indispensabili).

Accanto al “mercato” viene costruito un locale che serve per le riunioni della popolazione, in vista di assemblee del villaggio per gli scopi più diversi. E’ un modo per incoraggiare la partecipazione dei locali alla vita sociale, comunitaria del villaggio.

La lampadina e il pannello solare

Come si è ben capito, l’amico livornese fa in tutto e per tutto la vita degli indigeni. E’ benvoluto ed anzi viene oggi stimato e considerato un “vecchio” del villaggio, dato anche che la sua età attuale viene raggiunta raramente dai locali. Unico “lusso” di cui dispone (lasciatogli dal tecnico tedesco di cui si è detto), un mini pannello solare che gli permette di accendere di quando in quando l’unica lampadina del villaggio, ma soprattutto di ricaricare (con molta pazienza) il telefono cellulare che gli permette contatti col mondo esterno.

Le “ciacce”

Sarebbero molte altre le cose da raccontare, magari semplici curiosità… come le scimmie che possono essere pericolose per i bimbi del villaggio, perché se ne trovano uno isolato, lo affrontano per picchiarlo; oppure si potrebbe raccontare del bufalo, l’unico vero animale “feroce” della zona, o delle formiche, capaci in una notte di mangiare vivo e spellare completamente un coniglio o di altre curiosità per noi inconcepibili… Magari un’altra volta!

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