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Brescia, 28maggio1974 Strage di Piazza della Loggia

Questo phamplet sulla strage del ’74 a Brescia è rivolto a quelli che alla data dei fatti non erano ancora nati e a quelli che c’erano e hanno dimenticato gli eventi. Alla fine della lettura chi vorrà approfondire saprà in che direzione procedere.

28maggio 2018 a cura di Fiorenzo Angoscini, versione rinnovata. Nota editoriale “i Colibrì”

Nota editoriale i Colibrì”

31maggio 1974, Piazza della Loggia, funerali dei caduti della strage. Da sinistra: il Sindaco di Brescia Bruno Boni (di fianco), il Presidente del Consiglio Mariano Rumor, il Presidente della Repubblica Giovanni Leone, il Presidente della Corte Costituzionale Paolo Bonifacio.

Pur nella sua brevità l’agile ricerca, precisa e puntuale, contestualizza l’accaduto, non appiattisce i fatti, non fa un calderone di tutto, mischiando il prima e il dopo. Le stragi, partendo da Portella della Ginestra (1947) e arrivando fino alla strage di Bologna (1980) – tutte finalizzate a impedire qualsiasi forma di emancipazione o cambiamento – fanno ormai parte della storia della cosiddetta “prima repubblica”, anche se messe sullo sfondo e avviate al silenzio, non si cancellano, così come non si cancellano le risposte che hanno provocato.

La “prima repubblica ”finisce negli anni 1992-1994 con tangentopoli, termina perché i partiti che la componevano, DC, PSI, PCI, PRI, PSDI, PLI, MSI ecc. e le loro classi dirigenti si estinguono o si trasformano. Estinti i partiti che erano al governo e collusi con le stragi, estinti o ridimensionati i partiti che all’epoca erano all’opposizione e che si sono dati un gran da fare a elaborare teorie sui “misteri d’Italia”, “opposti estremismi”, “strategia della tensione”, sui servizi segreti deviati, paralleli, sul doppio Stato e altro ancora (perché riuscire a pensare che in Italia lo Stato è uno solo sembrava e sembra troppo difficile).

Tutti questi esercizi di equilibrismi,di negoziazioni,di elaborazioni del lutto e autocastrazioni hanno contribuito a occultare le responsabilità politiche delle stragi. Il compito di garantire la continuità delle istituzioni, senza mai una boccata d’ossigeno, sembra il fine ultimo di tutti i partiti. Oggi la destra, con nuove formazioni politiche nate negli anni ’90, è al governo. Uno dei suoi compiti sarà ancora quello di garantire la continuità delle istituzioni, dalla monarchia al fascismo, dalla Repubblica Sociale Italiana alla “seconda repubblica”, ridimensionare il periodo della Resistenza in quanto fenomeno di rivolta e “guerra civile”, e preparare il paese a nuove avventure. Le stragi degli anni ’70 hanno già una verità storica grazie all’esistenza di un movimento e a un’opposizione dal basso, troveranno anche una verità giudiziaria? Per quella di Brescia questa possibilità non si è ancora chiusa, per tutte le altre non c’è più nulla da fare.

Concludiamo ricordando che: «Nessun paese può sopprimere la verità e vivere bene».

Dedicato a Giuseppe Bonfatti, Partigiano Comunista

Ricordare il passato può dare origine ad intuizioni pericolose, e la società stabilita sembra temere i contenuti sovversivi della memoria. Herbert Marcuse

Con questo modesto contributo, vorrei concorrere a togliere dal limbo della rimozione un avvenimento che ha segnato indelebilmente, oltre che quella delle vittime e dei loro parenti, la mia vita, la vita di una generazione di ‘sconfitti’ ma non arresi, e di tutti coloro che non potranno mai essere, o diventare, insensibili ed indifferenti. Un altro, purtroppo, ancora negativo, risvolto della strage di Brescia è che, con il trascorrere del tempo, l’avvenimento bresciano è sempre più confinato nell’ambito locale. Ha scarsa risonanza nazionale o, ne ha sempre meno. Il riscontro lo si ottiene ogni anno, in coincidenza con l’anniversario del 28 maggio. I grandi, e potenti, mezzi di comunicazione di massa tendono a dimenticare, oscurare, censurare ciò che avvenne nella Piazza bresciana, che è stata recentemente definita ‘il nostro parlamento’da un migrante, protagonista delle lotte per il permesso di soggiorno. Raramente, ed eccezionalmente, solo qualche organo d’informazione, scritto o video-parlato, collocato nell’area della sinistra, offre ai propri lettori spunti, ricordi o riflessioni. Per cercare di rendere di più facile comprensione le ragioni e i motivi che hanno portato – il 28 maggio 1974 – alla strage di Piazza della Loggia a Brescia,è necessario ripercorrere i mesi di inizio anno, segnati da forti contrapposizioni politico-ideologiche. Soprattutto, a distanza di trentaquattro anni dall’eccidio, è essenziale ricordare che, dopo Portella della Ginestra, è la prima – e unica – volta che viene compiuta una strage, con l’assassinio di otto lavoratori, durante una manifestazione sindacale e antifascista.

Di Fiorenzo Angoscini

  • 1974 – REFERENDUM SUL DIVORZIO

Foto di Renato Corsini

La stagione primaverile era stata marcata dalla campagna elettorale relativa al Referendum*1 per l’abrogazione della legge sul divorzio*2 approvata dal parlamento nel 1970. Questa legge modificava gli accordi fino allora vigenti, stabiliti tra la chiesa e lo Stato italiano con il Concordato dell’11 febbraio 1929, (firmato da Benito Mussolini e papa Pio XI) che rendeva il cattolicesimo religione ufficiale di Stato e uniformava il diritto di famiglia civile a quello ecclesiastico (fra cui l’indissolubilità del matrimonio). La prova di forza referendaria era stata promossa e voluta da tutti gli ambienti clerico-fascisti, con l’appoggio dell’apparato Vaticano, della Democrazia Cristiana e del Movimento Sociale Italiano. La chiesa, con l’introduzione del divorzio si vedeva sottratta la gestione delle politiche familiari; essa aveva, e ha, un suo Tribunale ordinario, la Sacra Rota che assolve, condanna, conferma e annulla, tra le altre cose, anche le unioni religiose. Il Segretario del M.S.I., Giorgio Almirante, ad esempio, aveva ottenuto il divorzio ‘papale’ da questo tribunale.

A difesa della legge sul divorzio, si erano schierate tutte le organizzazioni della sinistra non parlamentare, il movimento delle donne, i partiti della sinistra storica comunista (che inizialmente aveva tentato la via della modifica della legge in sede parlamentare per evitare lo scontro frontale con il Vaticano), socialista, il filo-atlantico Partito Social Democratico, i partiti Repubblicano e Liberale, nonché il Partito Radicale di Emma Bonino, Marco Pannella e Francesco Rutelli. Il 12 e 13 maggio si svolse il referendum, la partecipazione al voto fu dell’87,7% degli aventi diritto, di questi il 59,3% si pronunciò per il mantenimento dell’istituto del divorzio.

  1. *Con la legge 352 nel 1970 furono introdotte le norme che istituivano il Referendum, il precedente fu quello istituzionale del 2 giugno 1946 indetto per determinare la forma dello stato dopo la fine della Seconda guerra mondiale: monarchico o repubblicano.
  2. *Detta anche Fortuna-Baslini. Loris Fortuna, socialista, aveva presentato alla Camera, nel 1965 un progetto di legge sul divorzio che si combinerà successivamente con quello di Antonio Baslini, liberale.
  • IL RAPIMENTO DEL GIUDICE MARIO SOSSI

A Genova,il 18 aprile,anniversario della vittoria elettorale del 1948 da parte della Democrazia Cristiana sul Fronte Popolare di Comunisti e Socialisti, l’organizzazione armata Brigate Rosse*3 aveva rapito il Sostituto Procuratore della Repubblica, Mario Sossi. È stato il primo rapimento politico di un giudice in Italia. Il magistrato venne rilasciato, dopo 35 giorni di ‘prigionia’, il 23 maggio,senza nessuna contropartita politica o materiale, perché le richieste del gruppo armato – liberare,in cambio del giudice, otto militanti della XXII Ottobre4 di Genova: Mario Rossi, Giuseppe Battaglia, Augusto Viel, Rinaldo Fiorani, Silvio Malagoli, Cesare Maino,Gino Piccardo e Aldo de Scisciolo –, accolte formalmente, non furono soddisfatte praticamente. Il 20 maggio la Corte d’assise d’Appello di Genova concesse la libertà provvisoria agli otto componenti del gruppo denominato XXII Ottobre,ma il sostituto Procuratore della Repubblica, Francesco Coco, interpretando in modo cavilloso il dispositivo d’applicazione, impugnò la sentenza e fece ricorso in Corte di Cassazione contro l’ordinanza della Corte genovese, bloccando così la scarcerazione dei detenuti.

  1. *3. Brigate Rosse, la più nota formazione armata degli anni ’70. L’atto formale di ‘costituzione’ dell’organizzazione comunista combattente, può farsi risalire a due convegni politici: il primo, del novembre 1969, a Chiavari, presso una locanda denominata Stella Maris; il secondo, dell’agosto 1970, organizzato dal Collettivo Politico Metropolitano-Sinistra Proletaria in una trattoria situata nella frazione Costaferrata di Pecorile, località dell’Appennino reggiano, a cui parteciparono un centinaio di militanti, provenienti prevalentemente da Milano, Torino, Trento e, ovviamente, Reggio Emilia. Quella delle Brigate Rosse, contrariamente a quanto si è portati a credere, non è la prima esperienza di contrapposizione politico-armata sviluppatasi in Italia nel dopoguerra: dall’estate del 1945 fino al febbraio del 1949, con sede presso la Casa del Popolo di Lambrate, quartiere proletario di Milano dove l’influenza comunista è fortissima, opera e agisce La Volante Rossa, organizzazione armata che compie ‘espropri proletari’ e giustizia fascisti repubblichini. (Cesare Bermani, Primo Maggio n. 9/10, inverno 1977/78; Cesare Bermani, Storia e mito della volante rossa, Nuove Edizioni Internazionali, 1997; Carlo Guerriero e Fausto Rondinelli, La volante rossa, Datanews, 1996).
  2. *4. “Controprocesso Rossi”, a cura dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci, Roma, 1974; Paolo Piano, ‘XXII Ottobre’, un progetto di lotta armata a Genova (1969-1971),Annexia edizioni, Genova 2005.
  • LA STRAGE NEL CARCERE DI ALESSANDRIA

Il 9 maggio, nelle aule scolastiche del carcere piemontese di Alessandria, dove si svolgono le lezioni per il conseguimento del diploma di Geometra, verso le ore 10.00, tre detenuti (Concu, Levriero e Di Bona) armati di una Colt, una Smith and Wesson, un coltello, e baschi neri da ‘parà’, con tanto di grado, nel tentativo di evadere, prendono in ostaggio sei insegnanti (Rossi, Ferraris, D’Emmanuelli, Gay, Campi e Don Martinengo) sei guardie carcerarie (Allegrini, Capuana, Cantiello, Gaeta, Barbato, Caporaso), il medico del carcere, Roberto Gandolfi, l’assistente sociale, Graziella Giarola e un detenuto infermiere.

Nonostante tutto, tra sequestratori e ostaggi non c’è forte tensione. Ma quanto successo quel mattino non è un fatto imprevisto, grazie ai ‘confidenti’(sempre ben informati), la direzione del carcere,l’Ispettorato regionale carcere di Piemonte-Lombardia e ben due ministeri: Interni e Grazia e Giustizia, da più di un mese, erano a conoscenza del giorno e dell’ora, in cui i tre avrebbero cercato di mettere in pratica il loro tentativo di fuga. Gli altri detenuti non reagiscono e non partecipano,ma nemmeno capiscono esattamente cosa stia succedendo. Per cercare di ‘risolvere’ la situazione, arrivano i magistrati locali e le forze dell’ordine. Il piano d’emergenza scatta dopo un’ora: alle 11.00. Ma nel giro di poche ore, alla polizia, ai carabinieri e ai magistrati di Alessandria, si affiancano:l’Ispettore carcerario per la Lombardia e il Piemonte De Mari,il capo della Criminalpol Montesano, il Generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa e il Procuratore generale di Torino Reviglio Della Veneria. Tutti fanno riferimento direttamente al Ministro dell’Interno, Paolo Emilio Taviani. La prima trattativa, condotta dai magistrati alessandrini, muore sul nascere perché non corrisponde ai criteri di ‘durezza’di cui si fa interprete il Procuratore capo di Torino. Così, alle 17.30, il P.G. Reviglio Della Veneria si appresta ad andare a parlamentare con i tre rivoltosi. Dopo mezz’ora di ‘melina’il capo-delegazione Concu, consegna le richieste al Procuratore generale: un pulmino per la fuga e una ‘staffetta’, composta da due motociclisti della polizia, per salvaguardarli durante la fuga ed evitare l’intervento di altre forze di polizia. Reviglio della Veneria ritorna verso l’ufficio del direttore del carcere sempre più convinto che «il dovere principale è quello di riaffermare l’autorità dello Stato, che lui impersona, dopo vengono gli ostaggi e il dovere di salvare loro la vita». Alle 19.30, il silenzio viene rotto dalle raffiche di mitra. Reviglio Della Veneria ha dato l’ordine di attaccare, Carlo Alberto Dalla Chiesa ha lanciato i suoi uomini all’assalto.

Il tentativo d’evasione è soffocato nel sangue. Veneria e Dalla Chiesa impiegano 15 minuti per sfondare una porta con la chiave nella toppa. Durante l’assalto vengono esplosi centinaia di colpi: un uomo viene ucciso subito, il dott. Roberto Gandolfi, medico del carcere. L’irruzione viene interrotta, si intavolano pseudo trattative senza esito e, il giorno dopo, verso le 17.00 si scatena l’attacco conclusivo. Vengono uccisi due guardie carcerarie e l’assistente sociale, Graziella Giarola, nonché due detenuti, Concu e Di Bona. Qualche giorno dopo morirà l’insegnante Campi. Nel mese di gennaio, dal 17 al 29, nel carcere alessandrino, c’era stata una rivolta di detenuti per «l’abolizione dei codici fascisti, abolizione della recidiva, sanatoria per tutti, miglioramento delle condizioni di vita all’interno del carcere, maggiori contatti con i famigliari».

L’inizio d’anno era stato segnato, come gli anni precedenti, da numerose aggressioni e attentati fascisti contro cooperative di consumo, sedi sindacali, sezioni di partiti e movimenti di sinistra, associazioni partigiane, residenze municipali e anche abitazioni di militanti antifascisti. Torino, Milano, Brescia e la sua provincia i centri più colpiti.

  • MOVIMENTO DI AZIONE RIVOLUZIONARIA, MOLOTOV E MOTO-BOMBA

La corona di fiori che accompagnava il feretro di Silvio Ferrari

Necrologio per il primo anniversario della morte di Silvio Ferrari pubblicato su «Il Giornale di Brescia» il 19 maggio 1975. Le iniziali dei nomi,lette in verticale,formano la frase «Camerata Silvio presente».

Nella città della Leonessa, il 9 marzo 1974, un fascista, Silvio Ferrari, figlio della Brescia ‘bene’, lancia una molotov contro un corteo organizzato per chiedere la scarcerazione dell’anarchico Giovanni Marini*5. L

o stesso giorno a Sonico, in alta Val Camonica, scatta l’operazione ‘basilico’ (essendo partita da Genova). Due fascisti bresciani, Kim Borromeo – già condannato per l’attentato alla federazione provinciale del Partito Socialista di Brescia – e Giorgio Spedini, vengono ‘intercettati’ e arrestati, a bordo di un’automobile carica di esplosivo (364 candelotti di tritolo e 8 chili di esplosivo al plastico ad alto potenziale) e con una provvista economica di 5 milioni di lire (a quei tempi, uno stipendio medio mensile ammontava a circa 150mila lire).

Un paio di mesi dopo, il 9 maggio, un’altra azione dei carabinieri, a seguito delle indagini relative all’arresto di Borromeo e Spedini, porta a numerose perquisizioni e arresti. I mandati di cattura raggiungono,tra gli altri: Carlo Fumagalli, sedicente ‘partigiano bianco’, valtellinese capo del gruppo fascista Movimento di Azione Rivoluzionaria (MAR); il responsabile di Avanguardia Nazionale, per Brescia e Provincia, Roberto Agnellini, ai giorni nostri tra i principali azionisti del Venezia calcio; Diego Odelli di Borno (Brescia), Giovanni Bombardieri di Tirano, (Sondrio); Mauro Colli e Antonio Squeo di Milano; Pierdanilo Martinelli di Bormio (Sondrio); Mauro Targher di Segrate (Milano).

  1. *5. Giovanni Marini, militante libertario, era detenuto perché, vittima di un’aggressione squadrista, si era difeso uccidendo uno dei fascisti accoltellatori, Carlo Falvella dirigente del Movimento Sociale,il partito di Almirante. Il fatto avvenne il 7 luglio 1972:Giovanni Marini passeggiava sul lungo mare di Salerno accompagnato da altri due compagni anarchici, Franco Mastrogiovanni e Gennaro Scariati. Quel pomeriggio aveva subito continue provocazioni, fino al tentativo di accoltellamento da parte di un gruppo di fascisti, fra i quali anche il vicepresidente del Fronte della Gioventù (l’organizzazione giovanile fascista, emanazione del MSI).

Nella notte tra sabato 18 e domenica 19 maggio, in Piazza del Mercato, esplode sulla sua Vespa carica di tritolo il terrorista Silvio Ferrari. Accanto al corpo, dilaniato dall’esplosione, viene rinvenuta una pistola con il colpo in canna, numerosi proiettili di revolver e il ‘foglio’ neonazista Anno Zero. Quasi contemporaneamente, alle ore 3.30 circa,un’auto targata Milano con a bordo quattro fascisti,inspiegabilmente, sbatte contro un muro all’angolo tra via Villa Glori e via Milano: il guidatore, Carlo Valtorta, con una svastica tatuata sul braccio, di Cassano d’Adda (Mi), muore. Valtorta, con Ferdinando Bonfà, Mauro Casu e Domenico Russo, è membro del gruppo delinquenzialfascista al servizio di Movimento Sociale Italiano prima e di Avanguardia Nazionale (M. Franzinelli, La sottile linea nera, Rizzoli 2008) poi. Nell’auto è rinvenuto materiale propagandistico del Movimento Sociale Italiano, vernice nera e copie del ‘giornale’ «Anno Zero». A poche centinaia di metri dall’impatto, abitano Angelino Papa ed Ermanno Buzzi, in seguito arrestati nell’ambito della prima inchiesta sulla strage di Piazza della Loggia.

Martedì 21 maggio 1974, giorno dei funerali del ‘kamikaze nero’ esploso con la sua motoretta, fascisti provenienti da Veneto, Emilia e anche Milano, provocano numerosi incidenti e tafferugli. Il feretro è accompagnato al cimitero periferico di S. Francesco da Paola (zona a cavallo tra S. Polo e Sant’Eufemia, rioni a est della città) con una corona di fiori a forma di ascia bipenne (il simbolo di Ordine Nuovo) corredata dalla scritta «Camerati Anno Zero».

Il 19 maggio 1975, primo anniversario del ‘sacrificio’ di Silvio Ferrari, alcuni suoi amici fanno pubblicare, a pagamento, su «Il Giornale di Brescia», un necrologio molto particolare: le iniziali dei nomi, lette in verticale, formano la frase «Camerata Silvio presente». Nel maggio del 1973 l’organigramma del Fronte della Gioventù bresciano, comprendeva, tra gli altri: Mario Labolani, fiduciario provinciale corporazione lavoratori; Livio Barucco, responsabile del centro iniziative antimarxiste; Nando Ferrari, responsabile attivismo e propaganda; Marinella Facchi, alla stampa e diffusione editoriale; Bruno Glissenti, vice segretario, responsabile organizzazione e tesseramento; Fabio Marini, fiduciario provinciale corporazione studentesca.

Per dare una risposta politica a tutti questi avvenimenti, viene organizzata,per martedì 28 maggio,una manifestazione antifascista con numerosi cortei che confluiscono in Piazza della Loggia

Convocazione della manifestazione del 28 maggio 1974

La mattinata piovosa spinge molti manifestanti a cercare riparo sotto i portici X Giornate, sul lato sud della piazza, solitamente ‘presidiati’ dalle forze dell’ordine. Durante il comizio di Franco Castrezzati, segretario provinciale della Fim-Cisl, una bomba ad alto potenziale, collocata in un cestino porta rifiuti, esplodendo causa la morte immediata di sei antifascisti:

  • Livia Bottardi Milani (insegnante, di 32 anni),
  • Clementina Calzari Trebeschi (insegnante, di 32 anni),
  • Adalberto Trebeschi (insegnante, di 35 anni, marito di Clementina),
  • Giulietta Banzi Bazoli (insegnante, di 35 anni),
  • Euplo Natali (pensionato, di 69 anni),
  • Bartolomeo Talenti (operaio, di 55 anni);
  • il 1° giugno, dopo atroce agonia, decede Luigi Pinto (insegnante, di 25 anni)
  • mentre, il 16 giugno, cessa di vivere Vittorio Zambarda (ex-manovale, di 60 anni).
  • I feriti sono più di cento.

Tutti gli insegnanti sono iscritti alla CGIL scuola e al PCI, con l’eccezione di Luigi Pinto e Giulietta Banzi che, pur aderendo anch’essi al sindacato, sono attivisti di Avanguardia Operaia. Anche Euplo Natali, Vittorio Zambarda e Bartolomeo Talenti sono militanti comunisti. Lo stesso giorno della strage, comunicati di rivendicazione di Ordine Nero vengono inoltrati a varie agenzie di stampa. In tutto il paese la tensione è altissima, molti esponenti di primo piano dei partiti e organizzazioni di sinistra lasciano le loro residenze e si trasferiscono all’estero. Il timore di un colpo di stato (l’ennesimo) è molto forte. Pochi giorni dopo la strage,il 30 maggio, a Pian del Rascino,in provincia di Rieti, in uno ‘strano’ conflitto a fuoco con due guardie forestali e cinque carabinieri, viene crivellato di colpi e poi finito con un ‘colpo’ alla testa Giancarlo Esposti, leader delle milanesi Squadre d‘Azione Mussolini (SAM). Durante la stessa operazione vengono arrestati altri due fascisti ‘meneghini’legati ad Avanguardia Nazionale, Alessandro Danieletti e Alessandro D’Intino, già arrestato per l’attentato alla federazione bresciana del PSI del febbraio ’73.

  • STRAGI, SERVIZI SEGRETI E COMPLOTTI

Un’altra bomba che, destabilizzando, è volta a rafforzare l’establishment politico-sociale-economico-militare.

Interno della Banca dell’Agricoltura

Infatti, già nel 1960, il giornalista Vittorio Gorresio, subito dopo gli assassini di Licata, Catania e Reggio Emilia (7 luglio 1960), attribuisce al Presidente del Consiglio di allora, Ferdinando Tambroni, il progetto di un colpo di Stato, l’operazione ‘Ippocampo’.

Nell’estate 1964, il generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo, capo del SIFAR (il servizio segreto militare del periodo), dirige il ‘Piano Solo’che prevede l’arresto e il trasferimento,con ‘ponte aereo’in ‘campi’ di prigionia appositamente allestiti in Sardegna, dei “cittadini indesiderati”. Nell’ambito del Piano Solo erano state schedate 157.000 persone, di cui 34.000 erano considerate “persone di interesse rilevante per la vita nazionale” (“tintinnio di sciabole” si disse, questo piano portava all’allora presidente della Repubblica Antonio Segni). Per l’occasione, la rivista «Epoca» (gruppo Mondadori) con sospetta tempestività, ‘esce’ con un numero speciale a copertina tricolore intitolato «L’Italia che lavora chiede al Capo dello Stato un governo ENERGICO e COMPETENTE che affronti subito con responsabilità la crisi economica e il malessere morale che avvelena la nazione».

Il 12 dicembre 1969, una borsa di pelle, con all’interno una cassetta metallica riempita di candelotti di binitroluene avvolti nel plastico, depositata sotto il tavolo centrale della sala contrattazioni della banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, a Milano, provoca la morte di sedici persone e il ferimento di un altro centinaio. Quel pomeriggio, come ogni venerdì, la banca è aperta per il ‘mercatino’degli agricoltori. Iniziano le indagini, tra i primi ad essere ‘invitato’in Questura: il quarantunenne ferroviere anarchico Giuseppe Pinnelli, che la raggiungerà, con il suo motorino, la sera stessa del 12 dicembre e non ne uscirà vivo. La notte tra il 15 e il 16 dicembre, quando il suo fermo era già illegale, sarà colpito da ‘malore attivo’,precipitando improvvisamente da una finestra del quarto piano dello stabile di via Fatebenefratelli a Milano. Le circostanze, mai chiarite definitivamente, della sua morte diedero il via ad una campagna per (ri)stabilire la verità. In particolare, l’organizzazione Lotta Continua ed il suo organo di stampa, affiancata da tutte le componenti della sinistra non parlamentare, incluso quella anarchica, lanciarono la parola d’ordine “Pinelli è stato assassinato”. Individuando nel Commissario Luigi Calabresi il principale responsabile della sua morte. Per tutto ‘il movimento’, i cosiddetti democratici e la stampa progressista, Pinelli è la diciassettemila*6 vittima della strage di Piazza Fontana. Sempre a Milano, quasi contemporaneamente all’esplosione di Piazza Fontana,nei sotterranei della Banca Commerciale Italiana, in Piazza della Scala, viene rinvenuta una borsa identica, con lo stesso contenuto dinamitardo della Banca dell’Agricoltura. È l’indizio essenziale per poter risalire all’identità degli attentatori. Inspiegabilmente e ‘tempestivamente’, all’insaputa del giudice competente,viene fatta ‘brillare’nel cortile della banca stessa.

Bombe a Milano, ‘capitale economico morale’ d’Italia, ma bombe anche nella capitale reale: a Roma, verso le ore 17.00, dello stesso 12 dicembre, un’esplosione ferisce quattordici impiegati della Banca Nazionale del Lavoro. Poco più tardi, vi sono altre due esplosioni, una all’Altare della Patria e una all’ingresso del Museo del Risorgimento che ferisce un carabiniere e tre passanti. Stessa tecnica, stesse borse, stesso esplosivo a Roma come a Milano. In questo stesso mese di dicembre la rivista

«Epoca» proporrà un’altra ‘operazione tricolore’. Il settimanale ‘neogollista’ può titolare, «senza peli sulla lingua – senza conformismi – CHE COSA PUÒ ACCADERE IN ITALIA».

Un incredibile ‘fiuto’per i tentativi di colpo di Stato. Golpe ancora tentato alla fine dell’anno 1970 quando, nella notte di Tora-Tora o della Madonna (7-8 dicembre, festa dell’Immacolata), fascisti del Fronte Nazionale – con a capo l’excomandante della Decima Mas,il principe nero Junio Valerio Borghese – in combutta con militari del Corpo Forestale dello Stato (gli stessi che ritroveremo quattro anni dopo coinvolti a Pian del Rascino) e la compiacenza dell’Arma dei carabinieri tentano, armi alla mano, di occupare il Ministero degli Interni. L’occupazione viene ‘misteriosamente’interrotta e tutti gli ‘uomini’sono fatti rientrare. Era già pronto il proclama da leggere alla radio: «L’auspicata svolta politica, il lungamente atteso colpo di Stato ha avuto luogo».

Poi, ancora, l’attentato alla questura di Milano, in via Fatebene fratelli, del 17 maggio 1973, quando il ‘finto’ anarchico Gianfranco Bertoli, legato a Ordine Nuovo e a vari servizi segreti (tra cui il Mossad) lancia una bomba ananas, di fabbricazione israeliana, all’indirizzo del Ministro dell’Interno, il democristiano Mariano Rumor. L’attentatore manca il bersaglio ‘grosso’ ma uccide quattro persone e causa più di 50 feriti. È stato appurato – ordinanza Salvini contro Ordine Nuovo – che l’obiettivo prescelto non poteva essere colpito e l’azione altro non era che un avvertimento, che gli ambienti di Ordine Nuovo avevano deciso di indirizzare nei confronti del presidente del Consiglio in carica il 12 dicembre 1969 il quale,vista la reazione popolare, aveva deciso di ritirarsi dall’impresa e, venendo meno alle promesse, si era rifiutato di attivare il meccanismo ‘concordato’ dopo gli attentati, ovvero decretare lo ‘stato d’emergenza’ e mettere in moto i militari che avrebbero saputo dare lo sbocco voluto alla crisi. 

  1. *6. Amedeo Bertolo, Pier Carlo Masini, Corrado Stajano, Pinelli. La diciassettesima vittima, Biblioteca Franco Serantini, Pisa, 2006.
  • INDAGINI, ISTRUTTORIE, PROCESSI

Dopo il ‘botto’bresciano, gli apparati dello Stato – magistratura, polizia, carabinieri – iniziano le ‘loro’ indagini. Depistaggi, finte prove, testimoni, più o ‘molto’ meno attendibili, raccontano tutto e il contrario di tutto, vengono ‘aiutati’a espatriare e se ne perdono le tracce. Di un ‘supertestimone’, Ugo Bonati, in particolare, dopo 34 anni, non si hanno notizie.

Testata di «Avanguardia nazionale»

Ufficialmente non morto, non si è più, letteralmente, visto. Tanto meno sentito. Inizia il ‘balletto’delle istruttorie, dei rinvii a giudizio, dei ricorsi, dei dibattimenti. Il primo, apertosi il 30 marzo 1978 e concluso il 2 luglio 1979, mise in diretto collegamento la morte di Silvio Ferrari e la strage. Si caratterizzerà per le 178 udienze durante le quali imputati e testimoni ritrattarono tutto. Dopo sei giorni di Camera di Consiglio, venne letta la sentenza che condannava solo Ermanno Buzzi all’ergastolo e Angelino Papa a dieci anni e sei mesi di reclusione, quali esecutori materiali della strage. Per la morte di Silvio Ferrari viene condannato, per omicidio colposo e non volontario, solo Nando Ferrari (nessun rapporto di parentela con Silvio e, nel maggio 1973, responsabile del Settore attivismo e propaganda del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del MSI). Il 13 aprile 1981, nel cortile del supercarcere di Novara, dopo solo quarantotto ore dal suo arrivo, viene ‘giustiziato’ Ermanno Buzzi. A strangolarlo: Mario Tuti, il geometra nero di Empoli, e Pier Luigi Concutelli, il ‘colonnello’ di Ordine Nuovo.

La sentenza di morte era già stata pubblicata il mese prima sul giornale «Quex», bollettino di collegamento tra i terroristi neri in carcere,quelli in clandestinità,i latitanti e i ‘liberi’. Il 2 marzo 1982 la Corte d’assise d’appello di Brescia assolve tutti. Ma la procura di Brescia avanza ricorso, contro la sentenza della Corte d’appello, e la Corte di Cassazione, il 30 novembre 1983, lo accoglie. Annulla le assoluzioni, impacchetta i faldoni degli atti e affida il nuovo processo alla seconda sessione della Corte d’assise d’appello di Venezia. La quale, il 19 aprile 1985, assolve di nuovo tutti, pur riconoscendo la responsabilità, quale esecutore, di Ermanno Buzzi. Da Roma, il 25 settembre 1987, la Corte di Cassazione conferma questo giudizio.

La strage di Piazza della Loggia a Brescia, è responsabilità di un solo colpevole. Non più giudicabile in quanto defunto. Ermanno Buzzi, il 21 maggio 1974, aveva inviato a “Il Giornale di Brescia”, il più diffuso quotidiano della provincia, una lettera anonima in cui si annunciava che, entro la fine del mese, nel capoluogo si sarebbe consumato un attentato per provocare numerose vittime fra le forze dell’ordine. La lettera non venne pubblicata dal giornale. Questura e Prefettura imposero il silenzio e ne vietarono la diffusione. Come ormai sostenuto da più ‘fonti’ e confermato da vari riscontri – ed indipendentemente dall’esito finale: la morte, purtroppo, di otto militanti antifascisti – l’originale obiettivo della bomba del 28 maggio 1974, erano proprio gli agenti di polizia e carabinieri che, solitamente, stazionavano in quel tratto di Portici. L’intenzione degli attentatori, causando numerose vittime tra poliziotti e carabinieri, era quella di far montare la rabbia dei militari per indurli ad usare le maniere forti, per poi ristabilire l’ordine e la legalità.

  • AUTORITÀ MORALE E DICHIARAZIONE AUTOGRAFA

Le indagini sulla strage di Brescia ripresero nuovo vigore nel 1984. Un detenuto ‘comune’, Sergio Latini, avvicinatosi agli ambienti neofascisti in carcere, indicò in alcuni squadristi milanesi i corresponsabili dell’eccidio, individuando in Cesare Ferri il coordinatore-supervisore.

Il nuovo dibattimento prese il via il 14 gennaio 1987, per concludersi, il 23 maggio, con l’assoluzione di tutti per insufficienza di prove. Il 10 marzo 1989, in secondo grado, le assoluzioni furono confermate «per non aver commesso il fatto». La Corte di Cassazione, senza aver letto – a detta del giudice istruttore Gianpaolo Zorzi – una sola riga degli incartamenti contenuti nei 52 faldoni degli atti processuali, rimasti sempre presso la cancelleria del Tribunale di Brescia, il 13 novembre, riconfermò questo giudizio. Nell’ottobre 1989, Vincenzo Vinciguerra, fascista veneto di Ordine Nuovo,autore reo confesso della strage di Peteano (tre carabinieri uccisi e due feriti) ribadì, nel suo libro Ergastolo per la libertà, che durante la permanenza nel carcere di Porto Azzurro, Fabrizio Zani*7, gli aveva confidato che «un personaggio dell’estrema destra, di riconosciuta ‘autorità morale’ era in possesso di una dichiarazione scritta, firmata dagli autori della strage di Brescia» in cui se ne assumevano la responsabilità. L’autorità ‘morale’ altro non è che Mario Tuti, uno dei boia di Ermanno Buzzi a Novara.

  1. *7. Fabrizio Daniele Zani, addetto stampa, e scritturale – redigeva tutti i comunicati – di Ordine Nero. Vive ogni attimo nell’adorazione dell’ideologo fascista Julius Evola. Arrestato, il 27 ottobre 1974, a Casciago (Va) in un vecchio casolare, dove, con l’appoggio di neofascisti locali, aveva allestito una base operativa per compiere una strage di tremende proporzioni. Nella sua disponibilità vengono sequestrati armi ed esplosivo da mina per circa tre chilogrammi. Il rapporto, del Nucleo antiterrorismo della Lombardia, sostiene: “che era intenzione dei predetti usare l’esplosivo per un attentato in uno stadio, nel corso di una partita di calcio, in modo da produrre un evento che doveva superare per clamore e per numero delle vittime quello di Piazza della Loggia a Brescia e al treno Italicus (4 agosto 1974) a S. Benedetto Val di Sambro”. Lo stadio da colpire era il Franco Ossola di Masnago-Varese, in occasione della partita Varese-Roma, oppure quello di S. Siro a Milano. Un altro bersaglio possibile, poteva essere la diga di Creva. Un impianto con oltre un milione di metri cubi d’acqua ed un invaso di due chilometri. La quantità d’esplosivo utilizzato avrebbe distrutto l’impianto e, l’acqua, sommerso le abitazioni del paese di Germignaga (circa tremila abitanti) e di Voldomino Inferiore (circa 500 abitanti). Il processo,per direttissima,si conclude il 14 novembre 1974 con la condanna dell’ideologo di Ordine Nero a 6 anni di reclusione, un milionequattrocentoventimila lire di multa e tre mesi di arresto. All’uscita dell’aula, rispondendo al saluto dei camerati, intona l’inno delle SS italiane.
  • GENERALI, UFFICIALI, ESTORSIONI, TRAFFICI D’ARMI, GOLPE E FONTE ‘TRITONE’

Tra fascisti, vecchi e nuovi, supertestimoni, infiltrati, agenti segreti, millantatori, improvvisamente compare anche Donatella Di Rosa.

Nel mese di luglio 1993 redige un memoriale, che indirizza al giudice Pier Luigi Vigna, nel quale sostiene, in un intreccio perverso (?) di truffe, tentate estorsioni e traffici internazionali di armi organizzati da ufficiali dell’esercito e da estremisti di destra, i pericoli imminenti di un colpo di Stato. “Il golpe dagli occhi azzurri” o, meno poeticamente,“Lady golpe”, come venne chiamata, era moglie di un ufficiale dell’esercito e amante di un generale. Afferma anche,fra tante altre cose,di essere a conoscenza di molti particolari sulla strage del 28 maggio a Brescia. Due sostituti procuratori del Tribunale di Brescia, nell’ottobre del 1993, la interrogano per quattro ore. In questo troncone confluì lo stralcio d’indagine generato da appunti riservati del SID trasmessi,inizialmente anonimi, nell’aprile ’85,a un giudice del Tribunale di Bologna. Solo nel mese di gennaio del 1992 si ‘scoprì’ che provenivano dalla fonte ‘Tritone’,l’agente del SID Maurizio Tramonte, ex militante padovano di Ordine Nuovo. In un ‘report’, in cui erano riassunte tutte queste informazioni – redatto il 6 luglio 1974 dal maresciallo dei carabinieri Fulvio Felli, agente del controspionaggio di Padova – si segnalava che,tra il 25 maggio e la fine di giugno 1974, si erano svolte più riunioni, tra i presenti Carlo Maria Maggi e Gian Gastone Romani (cofondatori,nel 1957, del primo nucleo veneziano del Centro Studi Ordine Nuovo), durante le quali si decise la costituzione di Ordine Nero e la messa a punto di una strategia per organizzare attentati e stragi per ‘abbattere il sistema’. Si ribadì inoltre che la strage di Brescia non doveva rimanere un fatto isolato. L’informativa fu trasmessa a Roma, al capo del reparto D,l’8 luglio 1974.

Dopo svariati interrogatori, compiuti tra il 1995 e il 1996, Maurizio ‘Tritone’ Tramonte venne arrestato il 5 luglio 2001. Ma sarà Carlo Digilio – armiere di Ordine Nuovo,ma anche agente della CIA con il nome in codice ‘Erodono’ e più noto con l’appellativo di ‘zio Otto’ per la sua pistola preferita, la Otto Lebel – con le sue rivelazioni, a far prendere quota alla nuova istruttoria, con la richiesta di un nuovo processo avanzata nell’ottobre 2006. Nell’aprile 2007, i PM bresciani che si occupano di istruire il ‘nuovo’ processo, rinviano a giudizio con Delfo Zorzi (miliardario in Giappone con il nome di Hagen Roy), Gian Maria Maggi e Maurizio Tramonte, nomi di spicco dell’eversione nera, dei ‘servizi’ e del controspionaggio, Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, *Francesco Delfino, l’ex generale dei CC, e uno dei suoi uomini,Giovanni Maifredi,autista del Ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani, all’epoca della strage, e infiltrato da Delfino in organizzazioni terroristiche (MAR e ON). L’inchiesta della Procura bresciana è sorretta dalle ammissioni di responsabilità di Maurizio Tramonte – la fonte ‘Tritone’presente in Piazza della Loggia al momento dello scoppio – e Carlo Digilio. In base ai nuovi elementi acquisiti dai magistrati: la bomba l’avrebbe procurata Delfo Zorzi; l’organizzazione dipendeva da Carlo Maria Maggi; Maifredi era stato il custode della bomba, predisposta dagli ordinovisti veneti; mentre Giovanni Melioli (morto di infarto con mezzo chilo di cocaina sul comodino), un militante di ON di Rovigo, l’avrebbe collocata in Piazza della Loggia.

La richiesta per il ‘nuovo’rinvio a giudizio coinvolge buona parte del vertice della destra anti sistema in armi. Insieme a loro,(complice o manovratore?) appare il nome di un ex generale dei carabinieri: Francesco Delfino *8 da Platì (Reggio Calabria).

Il suo percorso, all’interno dell’arma, sembra ‘ricalcato’sulle tracce di quanto disegnato dall’OSS di Allan Dulles, l’antenato della CIA in Europa,con il compito di arruolare fascisti per alimentare la strategia della tensione. Dopo un inizio di carriera scoppiettante, dalla scuola sottufficiali – da cui esce vicebrigadiere nel 1957 – all’Accademia militare di Modena; poi Roma, scuola ufficiali, dove si ‘diploma’tenente. Sotto il colle Cidneo approda nel 1971 e,i bene informati,lo indicano già come un uomo dei servizi segreti. Risulta essere l’anello di collegamento con il MAR di Carlo Fumagalli,il ‘partigiano bianco’che organizzava attentati in Valtellina. Suo ‘braccio destro’in quella operazione, Giovanni Maifredi (operazione ‘basilico’). Ed è Delfino che arresta Fumagalli nella primavera 1974. Qualche tempo dopo, è il mitico ‘capitano Palinuro’che forniva esplosivi alle Squadre d’Azione Mussolini. La sua sfolgorante carriera subisce una pesante battuta d’arresto nel 2002,quando viene processato e condannato a tre anni e quattro mesi per truffa aggravata. Sentenza confermata dalla Corte di Cassazione. Secondo il dispositivo di condanna, Delfino, avrebbe approfittato del rapimento dell’industriale manifatturiero Giovanni Soffiantini*9, per truffare alla famiglia dell’ostaggio, in mano all’Anonima sarda, la somma di ben 800 milioni delle vecchie lire, in cambio della promessa di far liberare il sequestrato. La vicenda che lo ha portato,appartenente a quella che si autodefinisce l’arma ‘nei secoli fedele’(prima al Re, poi al fascismo, in seguito al patto atlantico e alla Democrazia cristiana) alla infamante condanna, innerva le sue radici ai tempi delle indagini sul MAR, Silvio Ferrari,strage di Piazza della Loggia. Ombretta Giacomazzi, la fidanzata diciassettenne di Silvio Ferrari,anni dopo sposerà Carlo Soffiantini, figlio dell’imprenditore bresciano. Delfino era stato l’autore dell’arresto della Giacomazzi, costringendola alla falsa testimonianza per allentare la presa attorno alla propria famiglia: gestiva con la madre, una pizzeria, luogo d’incontro dei fascisti bresciani coinvolti nei vari filoni d’indagine. Un personaggio inquietante, non solo estorsore, come confermato dalla sentenza Soffiantini. Un uomo dei ‘servizi’ abituato a rimestare nel torbido: in quel mar nero pieno di bombe,morti, attentati, sequestri, ricatti e stragi.

  1. *8. Francesco Delfino è (era?) l’ufficiale dei carabinieri più decorato d’Italia. Con una grande capacità di ‘costruttore della propria immagine’, lascia credere di essere stato tra gli artefici della cattura di Renato Curcio (Milano, 1976), di aver lavorato all’antiterrorismo con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, di aver avuto un ruolo determinante nella cattura di Riina. Tutto frutto della propria immaginazione. Durante l’interrogatorio del 29 settembre 1994, davanti al giudice Guido Salvini, un appartenente alla ‘ndrangheta, politicizzato e militante di Avanguardia Nazionale, il ferroviere Carmine Dominici, dichiara a verbale: «So che esisteva un ufficiale dei carabinieri che curava il trasporto di timer ed esplosivi verso il nostro ambiente avanguardista calabrese. Non so il nome, ma so per certo che un ufficiale dei carabinieri a cognome Delfino, appartenente a una Loggia massonica, era legato ad Avanguardia Nazionale. Era considerato “dei nostri”. Specifico che con la parola “nostri” indicavamo coloro che anche operativamente operavano con Avanguardia, a differenza della parola “vicini” con la quale indicavamo coloro che davano appoggio, ma senza partecipare a fasi operative; tra questi ricordo il Miceli e il Birindelli». (Vito Miceli, capo del Sid dal 16 ottobre 1970 al 1 luglio 1974; ammiraglio Gino Birindelli, comandante navale alleato (Nato) dell’Europa Meridionale dal 1970 al 1972. Poi entrambi, parlamentari per il Movimento Sociale Italiano). È proprio Delfino, lo confermano le carte processuali, quel ‘Palinuro’ che forniva armi ed esplosivi ai camerati delle Squadre d’Azione Mussolini. ‘Palinuro’ li armava poi, quando conveniva, Delfino li arrestava.
  2. *9. L’imprenditore bresciano, Giuseppe Soffiantini, viene rapito la sera del 17 giugno 1998 nella sua villa alle porte di Manerbio (Bs), da componenti dell’Anonima sarda, guidati da Giovanni Farina. Durante la prigionia (Soffiantini è stato ‘custodito’in varie località della Maremma), all’ostaggio’verranno tagliate le cartilagini di entrambe le orecchie, successivamente recapitate ai famigliari. Il 17 ottobre 1997 nei pressi di Riofreddo (provincia di Roma) ha luogo un’azione di forza orchestrata dai NOCS, che tendono una trappola ai rapitori fingendo la consegna del riscatto. Durante l’azione rimane ucciso l’Ispettore di polizia Samuele Donatoni che, secondo alcuni consulenti viene colpito da ‘fuoco amico’, mentre altri ritengono che il colpo sia stato sparato da Mario Moro, un componente della banda. Giuseppe Soffiantini verrà rilasciato, dietro il pagamento di un riscatto di circa 5 miliardi delle vecchie lire, il 9 febbraio 1998. Anni dopo la conclusione del sequestro, durato 237 giorni, l’imprenditore finanzierà la pubblicazione di un libro di poesie del suo ‘rapitore-carceriere’.

Così,il 31 gennaio 2008, con lo svolgimento dell’udienza preliminare, prende il via il terzo processo per la strage di Brescia.

Dopo 34 anni dall’attentato – otto morti e più di cento feriti, prove equivoche, falsi indizi e ‘piste’ artificiali, terroristi fascisti bresciani, milanesi e veneti, infiltrati e agenti di CIA e SID, coordinati da ‘militi’ dell’arma e da teorici-strateghi dell’eversione antipopolare – gli apparati istituzionali cercano ancora di dare un nome agli ideatori-organizzatori-esecutori dell’ennesima strage fascista-statalista, che dal dopoguerra ad oggi,da Portella della Ginestra alla stazione di Bologna,ha insanguinato l’Italia.

  • GIOVEDÌ 15 MAGGIO 2008

Piazza della Loggia il giorno della strage

Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Brescia, Lorenzo Benini, accogliendo la richiesta del Procuratore aggiunto Roberto di Martino e del sostituto Francesco Piantoni, ha rinviato a giudizio – per la strage del 28 maggio 1974 – sei indagati. Il processo inizierà il prossimo 25 novembre, presso la seconda Corte d’assise di Brescia. Alla ‘sbarra’, compariranno:

  • Giuseppe (Pino) Rauti – suocero del neo-sindaco di Roma, Giovanni Alemanno – fondatore di Ordine Nuovo
  • e segretario nazionale del Movimento Sociale Italiano nel 1990, teorizzatore di politiche razziste mutuate dal filosofo neonazista Julius Evola;
  • l’ex-generale dei carabinieri Francesco Delfino;
  • il responsabile di Ordine Nuovo per il triveneto, il medico Carlo Maria Maggi;
  • Delfo Zorzi, ‘latitante’in Giappone con il nome di Hagen Roy, capo della cellula ordinovista di Mestre;
  • Maurizio Tramonte (la fonte ‘Tritone’) appartenente al gruppo ma, soprattutto, collaboratore dal 1972 al 1975 del Servizio Informazioni Difesa (SID);
  • Giovanni Maifredi (Gianni il genovese), ex segretario della sezione Dc di Sestri Levante, responsabile della ‘vigilanza’ alla fabbrica Idra di Brescia, proprietà dell’industriale Adamo Pasotti, infiltrato, per il Capitano Delfino, nel Movimento d’Azione Rivoluzionaria e, secondo le sue affermazioni, già autista del Ministro Paolo Emilio Taviani (responsabile del dicastero degli Interni all’epoca della strage).

Il GIP ha praticamente accolto le richieste dei due procuratori, che avevano ‘riaperto’ le indagini dopo le rivelazioni di Carlo Digilio (zio Otto), esperto di armi ed esplosivo di Ordine Nuovo, e Maurizio Tramonte. Digilio ha raccontato come Marcello Soffiati, capo cellula di ON a Verona, avesse ricevuto a Mestre da Delfo Zorzi, su ordine di Carlo Maria Maggi, una valigetta con la bomba già approntata per l’esplosione e come lui stesso l’avesse messa in sicurezza per garantirne il trasporto verso Milano. Maurizio Tramonte, invece,ha riferito che furono predisposte due bombe, utilizzando come ‘innesco’ i timer provenienti dalla stessa partita di quelli utilizzati per la strage di Piazza Fontana. I due ordigni furono consegnati a Ermanno Buzzi e da quest’ultimo a Giovanni Melioli,membro della cellula di ON a Rovigo, che si era offerto volontario per collocarne uno nel cestino porta rifiuti sotto i portici di Piazza della Loggia. Entrambe le versioni sono convergenti nell’individuare in Maggi, Zorzi e Soffiati gli organizzatori della strage. Rauti, secondo l’accusa, era al corrente di quanto si andava a preparare. Delfino è stato inquisito perché era presente alle riunioni in cui si decise e pianificò la strage e anche perché è stato autore-responsabile dei depistaggi che ne seguirono. Maifredi custodì gli ordigni presso la propria abitazione. Circostanza confermata dalla sua convivente.

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Questa bibliografia non ha la pretesa di essere esaustiva. È stata redatta con il preciso intento di porre all’attenzione del lettore libri,opuscoli,ciclostilati o altro materiale a stampa,di “preziosa”consultazione e di scarsa diffusione e conoscenza. L’intraprendenza, la curiosità o l’interesse di ognuno, potrà spingerlo alla ricerca di ciò che più lo interessa.

BRESCIA, IL FASCISMO E I FASCISTI

  • La violenza fascista a Brescia – 1965/73,ciclostilato a cura del Movimento Studentesco di Brescia,1973.
  • 1973:un anno di neo-fascismo a Brescia,ciclostilato a cura del Movimento Studentesco,Brescia,Gennaio 1974.
  • 28 maggio 1974. Strage fascista a Brescia. Dossier di dieci anni di violenza fascista, Edizioni Movimento Studentesco, Milano, 1974.
  • Processo popolare contro i fascisti assassini e i loro mandanti, Comitato Nazionale per la Libertà d’Opinione,Brescia – 13 luglio 1974. Piazza della Loggia,stampato a Milano,1974.
  • Brescia, 28 maggio 1975, un anno dalla strage fascista di Piazza Loggia, Comitato di Vigilanza e di Lotta Antifascista BOTTONAGA, stampato a Brescia,1975.
  • Giudici reazionari,mandanti democristiani,poliziotti fascisti,terroristi neri, PAGHERANNO TUTTO!,Lotta Continua Brescia,senza data [ma 1976].

ITALIA, FASCISMO E FASCISTI

  • Mario Giovana, Le nuove camicie nere, Edizioni dell’Albero, collana I Radar,Torino,1966.
  • Indagine su un movimento al centro di ogni complotto,Federazione milanese del PCI,senza data [ma 1973].
  • Il nuovo fascismo in Valtellina,a cura dei collettivi valtellinesi,1974.
  • Franco Giannantoni,Varese in camicia nera,ANPI Edizioni,Varese,1974.
  • Franco Giannantoni, Varese dal manganello alle bombe, ANPI Edizioni, Varese,1975.
  • Processo popolare in fabbrica. Costituzione repubblicana e connivenze neofasciste nei corpi separati dello stato, Quaderni di dibattito sindacale, Edizioni FLM,Milano,1975.
  • Il neofascismo in provincia di Como. Inchiesta sulla violenza fascista e sulla stampa locale. Aprile 69-Settembre 1977, a cura del Soccorso Rosso di Como,Ottobre 1977.
  • Saverio Ferrari, Da Salò ad Arcore,collana Omissis,Edizioni l’Unità,Roma, 2006. Saverio Ferrari,Le stragi di stato,collana Omissis,Edizioni l’Unità,Roma, 2006.

GOLPE, SIFAR, PIAZZA FONTANA, PINELLI, CIA E SID

  • Giangiacomo Feltrinelli, La politica al primo posto. “Persiste la minaccia di un colpo di stato in Italia!”, Libreria Feltrinelli,Milano, 1968. Giangiacomo Feltrinelli,
  • La politica al primo posto. “Estate 1969:  la minaccia incombente di una svolta radicale e autoritaria a destra, di un colpo di Stato all’italiana. Le ragioni e i modi con cui si tenterà di imporre un regime autoritario in Italia”,Libreria Feltrinelli,Milano,1969.
  • Croce Nera Anarchica, Le bombe dei padroni, Edizioni La Fiaccola, Ragusa, 1970. Milano e Roma – 12 dicembre 1969.
  • La strage di Stato voluta dai padroni, supplemento a «Umanità Nova», n.35, ottobre 1971.
  • Valpreda è innocente: La strage è di Stato! Giustizia proletaria contro la strage dei padroni, Guida al processo a cura del Soccorso Rosso, MilanoRoma, senza data [ma 1972].
  • Chi è nella CIA. Who’s who in Cia. L’elenco biografico dei 3.000 agenti militari e civili del Servizio Segreto americano operante in oltre 120 stati, Napoleone Editore, Roma,1972. 
  • Il silenzio di Stato, Padova – Comitato di Documentazione Antifascista,Edizioni Sapere,Milano,1973.
  • Il perché delle stragi di stato, PCdI(m-l), Edizioni Avanti Popolo, Firenze, 1974.
  • Chi farà il vero colpo di stato? La strage della guerra psicologica, in «Maquis», mensile d’informazione politica militare internazionale, n.1 giugno 1974.
  • Guido Giannettini – Pino Rauti, Le mani rosse sulle forze armate, a cura della commissione Proletari in Divisa di Lotta Continua, Savelli Editore, Roma, 1975.
  • Roberto Faenza,Il malaffare. Dall’America di Kennedy all’Italia, a Cuba,al Vietnam, Arnoldo Mondadori Editore, Milano,1978
  • Walter Rubini, Il segreto della repubblica, Edizioni Flan, Milano,1978.
  • A.A.V.V. Gladio,stragi, riforme istituzionali, Milano,1992.
  • La notte dei gladiatori. Omissioni e silenzi della Repubblica, Calusca Edizioni,Milano,1991. Fabio Cuzzola,Cinque anarchici del sud. Una storia negata,Città del Sole, Napoli,2001.

GIOVANNI MARINI

  • Libertà per Marini, supplemento a «Umanità Nova», n.42,novembre 1973.
  • Comitato Anarchico “G. Marini”di Firenze, Se scampi ai fascisti ci pensa lo stato, Cooperativa Editori Contro, Firenze1974.
  • Repressione 72-74. Giovanni Marini,Controinformazioneuno, Gruppo Controinformazione Padovano,Padova,aprile 1974.
  • Soccorso Rosso Militante, Il caso Marini. Fuori Marini, dentro i fascisti, Bertani Editore, Verona 1974.
  • Comitato Nazionale Comitati Anarchici per Giovanni Marini, Questo è il coltello, Calusca Edizioni,Milano 1975.

CARCERE E “22 OTTOBRE”

  • Controprocesso Rossi,a cura dei Comitati Autonomi Operai di via dei Volsci, ciclostilato,Roma, Marzo 1974.
  • Comitato di difesa della XXII Ottobre, Controprocesso Rossi,Ceriale, Savona 1975. La strage nel carcere.
  • Alessandria,maggio 1974, a cura delle sezioni di Alessandria di Avanguardia Operaia, Lotta Continua, PDUP, Alessandria 1975.

Siti web che contengono notizie,informazioni e documenti su fascisti,stragi e complotti.

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