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Eramanno Olmi ci ha lasciato: “la migliore ideologia consista nel non essere schiavi dell’ideologia”

Dopo Vittorio Taviani un altro grande vecchio del cinema italiano ci ha lasciato.

7maggio 2018 da Donatella Nesti

“La morte non è la fine, perché il destino dell’uomo è nell’eternità”. Parola di Ermanno Olmi che, in un’intervista di tre anni fa, parlava della malattia che lo tormentava e che nella notte del 7 maggio lo ha portato via a 87 anni, dopo aver combattuto a lungo senza perdersi d’animo, guardando oltre. 

Olmi era un regista particolare, sicuramente non amato dalle nuove generazioni di cinefili sempre in cerca di sperimentazioni ed effetti strabilianti, eppure Olmi aveva anticipato molti temi ancora attualissimi. Ricordo la sorpresa alla proiezione del suo film “Il posto”protagonista un giovane poco più che adolescente alla ricerca di un posto di lavoro e che prezzo dovrà pagare per avere quel posto? Eravamo nel 1961  eppure il filo conduttore è ancora quello e siamo 2018! Nel 1978 conquistò la Palma d’oro a Cannes con “L’albero degli zoccoli” gli fu rimproverata una visione cattolica del mondo contadino ispirato alle tematiche Virgiliane ‘labor,pietas,fatum’ lontana dalle accese contrapposizioni politiche e sociali di quegli anni. Vinse il Leone d’oro a Venezia con ‘La leggenda del santo bevitore” una raffinata, lirica rappresentazione del racconto di Joseph Roth. Piuttosto schivo e riservato non amava le conferenze stampa anche se i suoi modi gentili e pacati accompagnati dal sorriso lo rendevano unico ed apprezzato in tutto il mondo.  Con Il mestiere delle armi si aggiudica 9 David di Donatello. Seguiranno la fiaba pacifista Cantando dietro i paraventi, interpretata da Bud Spencer e la parabola cristologica Centochiodi. Tra i suoi ultimi lavori Torneranno i prati (2014), film ambientato nelle trincee sull’Altopiano di Asiago, claustrofobico inno contro la guerra che ha vinto 8 David di Donatello, un Nastro d’Argento e un Globo d’Oro.

Molti comunicati per la perdita del grande regista:il Presidente Sergio Mattarella “una grave perdita per la cultura italiana” il presidente Della Biennale di  Venezia Paolo Baratta ed il direttore Alberto Barbera esprimono profondo dolore per la morte di un protagonista del cinema italiano.

«Se dovessi definirmi, direi di essere stato sempre un uomo libero, un cinematografaro – come mi piace questa parola, com’è brutto dire cineasta – senza un impegno politico. L’accusa più ricorrente, contro di me, è sintetizzata in una critica: “Si nota il limite cattolico dell’autore”, dissero di un mio lavoro, tanti anni fa, mentre io non ho mai neppure sottoscritto il cattolicesimo. Sono soltanto un aspirante cristiano e penso che la migliore ideologia consista nel non essere schiavi dell’ideologia».

«Il vero problema per noi registi è che ti senti libero di inventare, ma poi hai a che fare con i numeri, esigenze di costi, rischi del business, di cui sei responsabile. Il film costoso che fallisce è un problema di ordine morale, oltre a provocare danni al produttore. Il film che vorrei fare è quello dove posso fare quello che voglio e non costa niente. Parlavano tempo fa di uno scienziato che voleva trasferire il pensiero in immagini… Sarebbe il massimo». «I miei film io li scrivo sempre come fossero delle storie. Non ho mai fatto una sceneggiatura tradizionale, con le indicazioni delle riprese o degli obiettivi da usare. Io scrivo dei “raccontoni”, poi tiro delle linee per dividere le possibili scene e mi appunto delle idee: qui un piano lungo, qui magari un primo piano. Ma è solo sul set, con la macchina da presa al mio fianco, che decido come riprendere» (da un’intervista di Paolo Mereghetti).

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