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L’ISLAM e la sua perla: il Sufismo.

Quanto leggerete non è niente più di un semplicissimo e disarticolato accenno all’Islam e al Sufismo, la perla dell’esoterismo islamico che parla direttamente al cuore.

29marzo 2015 – di Massimo Fanucchi

Lo facciamo, senza grandi pretese, perché le religioni, dopo la morte delle ideologie e con il ridimensionamento dei miti della politica, appaiono oggi l’unico pensiero forte che muove gli uomini, che li può unire o dividere, spingere alla fratellanza o all’odio, e spesso alla guerra e all’omicidio.

Nonostante la profonda diversità tra le religioni, gli spiriti autenticamente religiosi, a qualunque tradizione appartengano, si comprendono e si rispettano. E la comprensione e il rispetto sono l’unica speranza per un futuro pacifico dei nostri figli e dei nostri nipoti: sempre se riusciamo a non corromperli nella fase fondamentale della loro crescita.

“Il primo fatto da mettere in rilievo – scrisse Henry Corbin nella sua principale opera sulla Storia della filosofia islamica – è l’assenza, nell’Islam, del fenomeno chiesa. Nell’Islam, così come non esiste un clero detentore dei ‘mezzi della grazia’, non esiste un magistero dogmatico, né un’autorità pontificia, né un Concilio che definisca i dogmi”. Infatti, un celebre detto (hadith) del profeta Maometto recita: “Niente monachesimo nell’Islam”. Se questo è stato ed è un punto di forza o di debolezza della religione islamica è un tema complesso che non osiamo affrontare.

I pilastri della religione islamica sono cinque: la professione di fede, la preghiera, il digiuno, l’elemosina e il pellegrinaggio alla Mecca. L’espressione: “Non c’è Dio all’infuori di Dio, e Maometto è il suo inviato” è la professione di fede, che può essere suddivisa in due parti: la prima accentua l’importanza di Dio; la seconda di Maometto.

Come le religioni ebraica e cristiana, quella islamica è monoteista: il Dio unico è Allah. E questo è il principio basilare della dottrina della “unicità” esposta nel Corano dallo stesso Maometto come frutto della Rivelazione divina. Per i musulmani il Corano è la testimonianza delle parole rivelate da Dio attraverso l’Arcangelo Gabriele al profeta Maometto. In esso vengono ammessi, secondo il prof. L.V Arena, sei profeti-inviati che hanno annunciato una nuova legge all’umanità (pag. 30 della sua opera “Il Sufismo”): Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Gesù e Maometto. Altri, tolgono Adamo dall’elenco. Come ci ha suggerito l’autorevole amico Giuseppe Vece, un vero esperto in materia, la tradizione islamica parla di 124.000 profeti, di cui 25, definiti profeti messaggeri, sono direttamente citati nel Corano. Ognuno di loro ha integrato il messaggio inviato dal precedente, Maometto è il sigillo della profezia, cioè colui che ha trasmesso la dottrina più completa, il prescelto da Dio come canale della Rivelazione. Dopo di lui l’uomo non riceverà altre leggi.

Questa “riassunzione” della figura di Gesù in Maometto spiegherebbe la facilità con cui passarono all’islamismo, quasi senza colpo ferire, intere regioni cristiane: dalla Siria alla Mesopotamia all’Egitto. Al contrario, le popolazioni cristiane ortodosse, a partire dalla Grecia, lottarono strenuamente per secoli pur di non sottomettersi e mantenere la propria fede.

Maometto riaprì l’elenco dei profeti, ormai chiuso, per gli ebrei, con Zaccaria e Malachia, ma negò a Gesù la filiazione divina, proclamandosi ultimo portavoce del Dio unico e sigillo della profezia. Tuttavia, anche al profeta, che nessuno può superare, Dio resta ineffabile e inaccessibile, ma soprattutto ben lontano dall’esistente quotidiano, e avvicinabile solo nel terreno “riservato” di un’esperienza di tipo estatico. “Qualunque idea di Dio vi facciate nella vostra mente – è stato scritto – Lui è differente”.

Il sufismo islamico:

sufiMarco Vannini, considerato il più autorevole studioso italiano di mistica speculativa, giudica scorretto appellare, come fanno molti, il sufismo come misticismo islamico, intendendo il misticismo come è inteso in occidente – un’estensione della devozione religiosa e una passività di fronte alla Grazia divina – e preferisce usare il termine di “esoterismo islamico”. Per lo studioso in questione, al Corano sarebbe estranea l’idea (tipica di ogni mistica) “dell’unità sostanziale e profonda di tutte le anime”. Tuttavia – aggiunge – “se il Corano non fornisce effettivo materiale alla mistica, lo stesso non può dirsi di quella tradizione di detti e fatti attribuiti al profeta che costituisce la fonte primaria della spiritualità islamica”, molto profonda, e forse poco conosciuta in Italia. Per evitare possibili fraintendimenti, precisiamo subito che i Sufi accolgono la concezione tradizionale islamica e hanno un’autentica venerazione per il Corano. Tuttavia, la loro valorizzazione dell’opera si spinge ben oltre, perché – per gli stessi Sufi – “Il Corano ha un’apparenza esteriore e una profondità nascosta, un senso essoterico e uno esoterico…. fino a sette sensi esoterici” (Cfr. H. Corbin, op. cit. pag. 24).

Qui riportiamo alcune interessanti interpretazioni esoteriche del Corano da parte dei Sufi.

Per esempio: mentre la prescrizione islamica impone la pratica del digiuno nel mese del Ramadan, i Sufi la estendono a tutto l’anno, richiamandosi però al digiuno interiore, che consiste nell’abbandono dei concetti e dei pregiudizi, piuttosto che alla semplice astensione dal cibo (che non viene comunque messa in discussione). Mentre l’Islam prescrive ai pellegrini di recarsi alla Mecca per visitare la Ka’ba (la grande costruzione cubica all’interno della Moschea della Mecca per effettuare sette giri intorno all’edificio), i Sufi ritengono che la meta non sia solo una località geografica, bensì il proprio stesso cuore, o il centro stesso del nostro essere; quindi non è necessario andare alla Mecca per girarvi intorno. Il pellegrinaggio autentico viene quindi compiuto nei meandri della propria interiorità.

Nazim CiproUn altro degli aspetti più interessanti del Sufismo è l’interpretazione del concetto di “guerra santa” (jihad) contro gli infedeli. Inteso in senso letterale, come purtroppo avviene ad opera degli integralisti, questo precetto conferisce una tonalità aggressiva alla religione musulmana, invalidandone la denominazione stessa (Islam = “Pace”). Per i Sufi questa è invece una grande guerra tutta interiore contro il proprio “ego”, le sue passioni e i suoi desideri egoistici.

Hazrat inayat khanPer la psicologia Sufi, l’immaginazione è l’ostacolo più potente allo sviluppo dell’individualità, perché l’uomo concepisce la realtà in una prospettiva anticipatoria che gli impedisce di vivere nel momento presente, senza farsi condizionare dai timori del passato o dalle attese del futuro. Il Sufi viene definito, infatti, “figlio del momento presente”. Essi consigliano anche di astenersi da qualsiasi critica negativa nei confronti del prossimo.

Il noto maestro contemporaneo, Hazrat Inayat Khan, ha sottolineato che chi imputa un difetto a qualcuno deve possederlo in sé. Detto in altri termini, detestiamo negli altri ciò che rifiutiamo di attribuire a noi stessi.

Erich FrommLa stessa cosa che sostennero, tra gli altri, Jung e lo psicanalista Erich Fromm, che riassunse il concetto nella celebre frase: ”Ciò che Pietro dice di Paolo serve più a capire Pietro che Paolo”. Inoltre, i Sufi si curano soprattutto di mettere in rilievo che la critica agli altri ci impedisce di vederli per ciò che in realtà sono: creature divine, essenzialmente buone e perfette. Non possiamo chiudere la nostra nota senza citare Mansur al-Hallaj (858-922), il più grande martire della storia del Sufismo che predicava dottrine eversive, raccomandando la necessità di una relazione personale con il Divino. In una poesia riferì di aver visto Dio con l’occhio del cuore, per poi chiedere chi fosse; questa la risposta dell’eterno: “Tu stesso”.

Poiché non è possibile parlare dell’Islam e del sufismo in poche righe, la nostra speranza è quella di aver fornito qualche stimolo in più per approfondire e conoscere meglio una religione che riguarda molte persone che vivono vicino e intorno a noi, circondate, spesso, da tanti pregiudizi.

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