06232018Headline:

“Pisa e il ’68”

*(In fondo all’articolo, una rettifica del prof. Raffaello Morelli)

1967. A 50 anni dalla Rivoluzione russa, nello stesso mese di febbraio, 72 studenti universitari, di cui 14 studentesse, provenienti dagli Atenei di Pisa, Firenze, Bologna, Cagliari, Milano, Torino e Camerino occuparono il Palazzo della Sapienza a due passi dalla Scuola Normale Superiore di Piazza dei Cavalieri. A 50 anni dall’occupazione della Sapienza Pisa ricorda.

16febbraio 2017 di Beatrice Bardelli, Pisa

Molti di quei giovani studenti erano normalisti, il fior fiore dell’intelligenza viva e della cultura del nostro paese (l’ammissione per concorso alla Scuola Normale era e resta severissima). Tra questi Gian Mario Cazzaniga, Vittorio Campione, Adriano Sofri, Giuliana Biagioli, Umberto Carpi. Il casus belli fu la scelta di Pisa come sede della Conferenza dei Rettori in programma l’11 febbraio in Sapienza.

Il 7 febbraio gli studenti e le studentesse decisero di occupare il cuore pulsante dell’Ateneo pisano, La Sapienza, per riappropriarsi, con una forte azione simbolica, del “luogo della produzione del sapere”, della loro “fabbrica delle idee”. E contestare, con un’azione eclatante, la riforma dell’Università voluta dall’allora ministro Gui.

Dal 7 all’11 febbraio quelle teste intelligenti e rivoluzionarie produssero un loro documento, il loro “manifesto rivoluzionario”, il “Progetto di tesi del sindacato studentesco elaborate collettivamente dagli occupanti La Sapienza di Pisa”, passato alla storia come le “Tesi della Sapienza”.

In cinque giorni quell’avanguardia di giovani intellettuali che si erano formati sulle letture appassionate di Marx, Lenin, Rosa Luxemburg, scrissero una delle pagine più importanti della storia delle giovani generazioni del Novecento. Una pagina di storia che non si limitò a “rivoluzionare” lo statico e baronale mondo accademico universitario di allora, ma dette inizio ed impulso al rovesciamento del tradizionale modo di relazionarsi con il “potere costituito”. In ogni campo. Dalla moda, alle canzoni, dai rapporti interpersonali, di amicizia o di amore che fossero, alle scelte culturali e politiche nel senso più alto del termine. Quei giovani volevano contare nella vita, non solo universitaria, e volevano essere protagonisti delle loro scelte. E scelsero di stare dalla parte della equità sociale. Quella storica pagina del ’68, iniziata a Pisa un anno prima del Maggio francese, dovrebbe essere raccontata nei dettagli ai giovani d’oggi per dare loro la speranza che il “cambiamento” è possibile solo se si prendono in mano le redini della nostra vita e si decide di voler essere protagonisti in prima persona della Storia. Senza ascoltare i vari pifferai magici né farsi tagliare le ali dagli imbonitori di turno dello Status quo. “L’immaginazione al potere” era scritto a lettere cubitali su una parete della Facoltà di Lettere (oggi Giurisprudenza) nei pressi di Piazza Dante. In quei giorni di febbraio del ’67, quei 72 giovani raccolsero tutte le loro fresche energie intellettive, tutta la loro passione politica, “di parte”, per dare vita ad una delle più grandi Utopie del Novecento: creare una società più equa e più giusta attraverso l’alleanza storica tra studenti ed operai, tra i lavoratori della “mente” ed i lavoratori della “mano”.

2017.

L’iniziativa “Pisa e il ‘68” organizzata a Pisa a 50 anni dalla stesura delle “Tesi della Sapienza”, per iniziativa dell’Università, del Comune di Pisa e della Biblioteca Serantini, non ha saputo trasmettere il sapore né l’atmosfera di questa grande pagina della Storia d’Italia. A cominciare dal Comune che ha voluto imporre (nonostante la dichiarata contrarietà di Gian Maria Cazzaniga e di Franco Bertolucci della Biblioteca Franco Serantini) il logo con la scritta “L’ultima utopia”. Un nonsense linguistico e storico-filosofico. Perché le utopie non possono mai morire in quanto fanno parte del DNA dell’umanità. Perché la capacità di sognare ed aspirare a vivere in un mondo migliore, più giusto e più equo, è stato il motore dei più importanti cambiamenti della Storia. E se “Utopia” significa etimologicamente il “Non luogo” (la parola, coniata da Tommaso Moro, deriva dal greco οὐ “non” e τόπος “luogo”), questo “Non luogo” non potrà mai avere una fine né essere circoscritto in un tempo determinato. L’Utopia può essere, quindi, replicata all’infinito se ci sono persone capaci di immaginarla. Personalmente sono convinta che oggi ci siano tutte le condizioni per poter tornare ad immaginare un mondo migliore e più giusto. Se l’Utopia è sinonimo di passione e volontà di cambiamento in opposizione alla staticità ed alla cristallizzazione dei ruoli di potere, il cosiddetto “popolo del NO” ha dato prova che “un altro mondo è possibile” lo scorso 4 dicembre schierandosi dalla parte dei difensori della Costituzione del ’48.

Il convegno di Pisa.

Nonostante che le relazioni di studiosi e docenti universitari che furono tra i protagonisti di allora come Gian Mario Cazzaniga (l’ideatore del concetto dello studente come forza-lavoro intellettuale in formazione), Michele Battini, Vittorio Campione (che dette forma scritta al testo elaborato collettivamente), Giuliana Biagioli, siano state assolutamente corrette nel ricreare quelle vicende, è mancata la capacità, o la volontà, di trasmettere al pubblico che affollava in modo incredibilmente straripante la sala della Gipsoteca, quello che fu l’elemento motore di quella pagina della Storia. L’entusiasmo e la chiarezza degli obiettivi da raggiungere. Ovvero, quella tensione al rinnovamento e alla trasformazione progressiva degli assetti sociali che loro avevano vissuto da giovani. E’ del tutto mancato, inoltre, quell’inquadramento storico-politico del periodo utile a capire, soprattutto per i più giovani, la portata e l’assoluta novità del ’68. Che aprì la strada alle conquiste sociali che di lì a poco avrebbero acceso le passioni e l’impegno di partecipazione attiva di un’intera popolazione di italiane e di italiani che spinsero il Parlamento ad approvare leggi a difesa dei “grandi diritti”. Come lo Statuto dei lavoratori (20 maggio 1970), l’introduzione del Tempo Pieno nelle Scuole elementari e medie inferiori (legge n. 820 del 24 settembre 1971), la legge sul divorzio (1° dicembre 1970) riconfermata nel referendum abrogativo del 12 maggio 1974, la riforma del diritto di famiglia (legge 151/1975), la legge sulla depenalizzazione della interruzione di gravidanza (n. 194 del 1978) conquistata in Italia dopo anni di battaglie civili (era considerato reato penale) ed infine, anche se molto tempo dopo, l’abrogazione delle disposizioni sul “delitto d’onore” e del “matrimonio riparatore” (legge n. 442 del 5 settembre 1981) che era stata preceduta da lunghi anni di dibattiti parlamentari ma anche da due storiche sentenze della Corte Costituzionale proprio nel periodo caldo del’68 (dicembre 1968 e dicembre 1969).

Un’impostazione riduttiva.

Che non è piaciuta a molti dei partecipanti tra cui alcuni compagni di Lotta Continua che è stata ignorata, o meglio, che è stata citata a sproposito dal relatore Raffaello Morelli (all’epoca esponente della cultura liberale) che l’ha definita fucina di “terrorismo” tanto da stimolare l’intervento del professor Michele Feo a sostegno della inesistenza di quella connessione. E’ stato uno di quei 72 studenti che aveva contribuito a formulare le tesi, il professor Gianluigi Goggi, ad intervenire dalla platea, a conclusione del convegno, definendo “riduttivistico” il fil rouge che aveva legato le varie relazioni. Ad eccezione, secondo me, di quella di Giampaolo Borghello che ha aperto il tavolo dei relatori, autore del testo più completo, documentato e sociologicamente “colorato” sul ’68 (“Cercando il ‘68”, Forum Editrice Università, pag. 1250, € 35,54 pagando online), che ha tracciato anche il contesto politico e mediatico in cui si inserì la storica pagina pisana. “In un momento di crisi degli organismi rappresentativi ufficiali, il movimento in quanto tale avvertì questa crisi”. “Le Tesi della Sapienza si intrecciano con la nascita della CGIL Scuola” “Si parlava di “piano del capitale” a cui contrapporre il “contropiano” che diverrà il nome della rivista che avrà come direttori Asor Rosa, Cacciari, Toni Negri”. Gli studenti pisani occupanti venivano da due Facoltà, Lettere e Fisica, la fucina delle idee del Movimento studentesco. E molti della Facoltà di Lettere seguivano i corsi di Storia della Filosofia del mitico professor Nicola Badaloni, il filosofo partigiano (sindaco di Livorno dal 1954 al 1966, presidente dell’Istituto Gramsci, membro del Comitato centrale del PCI), scomparso nel 2005, e di Storia Moderna dell’altrettanto mitico professor Mario Mirri, oggi 92nne, che, da giovanissimo studente liceale, si era assunto l’impegno di combattere in prima persona, da partigiano, contro la dittatura fascista.

“Cercando il ‘68”.

Si tratta di un’ampia e rigorosa antologia che allinea e accosta analisi e interpretazioni del fenomeno, disegni del contesto italiano e internazionale, documenti della rivolta universitaria, dibattiti sull’‘eredità’ del ’68 e, al contempo, presta particolare attenzione ai ‘luoghi’ (le aule, l’assemblea, il corteo, le occupazioni), al modo di vestire, alle canzoni. Ne risulta un affresco vasto e composito che restituisce efficacemente linee, particolari, colori, atmosfere, contraddizioni di questa mitica e lontana stagione. “Il ’68 è un tema, quasi paradossalmente, sempre attuale. Coinvolge chi c’era ed è rimasto dalla stessa parte, chi lo ha guardato da lontano con curiosità o con fastidio, chi lo ha attraversato e ora lo rimuove o lo rifiuta, ma anche chi non era ancora nato o all’epoca andava all’asilo ed è desideroso di avvicinarsi, di conoscere, di capire, di giudicare” si legge sul sito di Forum Editrice www.forumeditrice.it/percorsi/storia-e-societa/varia/cercando-il-68). Le Tesi della Sapienza. Il testo, originariamente battuto a macchina e ciclostilato, è stato ristampato per l’occasione dall’Università di Pisa come libretto che può essere ritirato presso il Rettorato. Dopo un’attenta analisi dello “Stato attuale del Movimento” (studentesco) e della Controparte si affrontava il tema dello sviluppo capitalistico che “determina lo sviluppo e le riforme dell’università”.

Il diritto allo studio.

Lo studente deve avere un “effettivo controllo della propria formazione”. Per questo, l’obiettivo fondamentale è che lo studente possa determinare il proprio piano di studi ed i contenuti degli insegnamenti secondo i propri interessi ed obiettivi sociali. Nelle Tesi della Sapienza viene scritta una Piattaforma programmatica sul Diritto allo studio. Una serie di proposte concrete che in parte verranno realizzate negli anni seguenti. La scuola doveva essere pubblica, gratuita e obbligatoria, dall’infanzia alla scuola media superiore ma articolata per gruppi opzionali di materie e “l’insegnamento deve svolgersi con i caratteri della co-ricerca per cui lo studente consegue una formazione culturale integrale e non solo professionale per due tipi di accesso: al lavoro o all’Università”.  Quei concetti non nascevano dal niente ma avevano radici in quella straordinaria rivoluzione pedagogica che stava operando Don Lorenzo Milani nella sua Scuola di Barbiana, nel Mugello fiorentino. Ma nessuno se ne è ricordato. Eppure quell’esplosiva e rivoluzionaria “Lettera ad una professoressa”, scritta collettivamente dai ragazzi di Barbiana che sconvolse il paludato mondo della scuola italiana, includente i figli dei benestanti ma escludente i figli dei contadini e degli operai,  è del maggio 1967. E Don Milani morirà poco dopo, il 26 giugno, all’età di 44 anni. Ma quel J’accuse trovò terreno fertile nelle rivendicazioni degli studenti del ’68 anticipate dalle Tesi del ’67.  A livello universitario, si legge nelle Tesi,  lo studente, essendo un lavoratore, ha diritto al salario, “se produce”, e  non all’inadeguato presalario che si basa sul censo familiare e sul profitto scolastico che nega allo studente la sua qualità di lavoratore. Ma se lo studente-lavoratore “non produce”, scrivevano gli studenti occupanti La Sapienza,  non ha diritto di restare all’interno dell’Università.

Il sindacato studentesco.

E’ costituito dagli studenti che partecipano all’assemblea dell’unità di base e garantisce la contrattazione di tutti gli aspetti della vita studentesca. Il sindacato studentesco entra in rapporto con il sindacato operaio perché il “processo di formazione che il sindacato studentesco analizza e contratta altro non è che un primo momento dell’uso capitalistico della forza-lavoro”. Il sindacato studentesco “rivendica il suo inquadramento (assunzione) all’interno del sindacato operaio”.

Sul Partito.

Nel sindacato si formano avanguardie che pongono al movimento problemi direttamente politici di contestazione dell’organizzazione sociale esistente. Questi problemi e gli strumenti di risoluzione degli stessi […] sono competenza di partito inteso come organizzazione politica per eccellenza. Esso ponendosi in rapporto dialettico con le avanguardie traduce in elementi di organizzazione le proposte che da esse scaturiscono.

Rappresentanza.

Chi concorda sulle tesi rifiuta la partecipazione agli organismi rappresentativi. Queste Tesi intendono fondare una piattaforma programmatica ed una proposta politica di organizzazione per il movimento studentesco. I suoi estensori le propongono a tutte le assemblee come progetto di discussione. Solo nella misura in cui questa discussione si generalizzerà sarà possibile verificarne fino in fondo la validità.

In sintesi.

Le Tesi contestano il documento sulla riforma universitaria reso pubblico dalla Conferenza dei rettori riuniti a Pisa. Ed esprimono dettagliatamente un giudizio negativo su: 1) i 3 livelli di laurea che tendono a frantumare la popolazione studentesca imponendole a priori la scelta tra corsi di laurea o di diplomi non intercomunicanti: 2) il numero chiuso; 3) il trasferimento degli studenti in sovrannumero da un ateneo all’altro.

Un video.

Durante il convegno è stato presentato un video dal titolo “I giorni della Sapienza di Pisa che anticiparono il Sessantotto. Appunti per un documentario” basato su recenti riprese del presente del Palazzo della Sapienza (un cantiere per la messa in sicurezza del complesso) e su riprese in Super8 dei giorni della occupazione, a cura di Lorenzo Garzella e Nicola Trabucco. Il regista Garzella ha lanciato un appello ai presenti per poter recuperare tutti la documentazione video che qualche protagonista di quei giorni potrebbe avere conservato, per realizzare un documentario dal più ampio respiro. Ed è risuonata una canzone nota a tutti i presenti scelta da Garzella come colonna sonora. Le parole di “Lotta continua”, scritte da Pino Masi, uno dei cantautori del Canzoniere pisano (Alfredo Bandelli, Piero Nissim, Riccardo Bozzi), sembrano scritte per l’oggi:

“Siamo operai/ compagni braccianti/ e gente dei quartieri/ siamo studenti/ pastori sardi/ divisi fino a ieri/ [refrain] L’unica cosa/ che ci rimane/ è questa nostra vita/ allora compagni/ usiamola insieme/ prima che sia finita/. Il refrain che va inquadrato storicamente (la guerra del Vietnam era diventata un simbolo per tutti) recitava: Lotta/ lotta di lunga durata/ lotta di popolo armata/ Lotta Continua sarà.

Occorre sempre inquadrare storicamente un fenomeno, quindi affermare che Lotta Continua fu una fucina del terrorismo è falso. Le cosiddette “schegge impazzite” non possono condannare un intero movimento dove hanno militati nomi divenuti noti a livello nazionale come Gad Lerner, Paolo Liguori, Giampiero Mughini, Toni Capuozzo e, naturalmente, lo stesso Adriano Sofri.

*Richiesta di rettifica del prof. Raffaello Morelli:

Nel Suo articolo su “Pisa e il ’68”, apparso su Pisorno.it e che ho letto in ritardo, Lei mi attribuisce per ben due volte l’aver definito Lotta Continua  “ fucina di “terrorismo”.

Ciò non risponde affatto al vero, dal momento che io ho detto esattamente “Nel 69  il movimento delle Tesi della Sapienza si divise in tre rami e uno, Lotta Continua, alla lunga fiancheggiò la lotta armata, attuando la semplicistica alternativa autoritarismo-rivoluzione”. 

“Siccome il mio discorso era scritto ed è riportato sia nella registrazione ufficiale del Convegno (nella quale penso figuri anche la mia replica al pubblico dello stesso tenore) sia nella mia biblioteca online (http://www.losguardolungo.it/biblioteca/2017/02/11/le-tesi-della-sapienza-1967-2017/ ). La invito a  tornare espressamente sull’argomento per rettificare il Suo articolo, pubblicato come indicato sopra,  citando in un’appendice la mia dichiarazione esatta. Questa Sua rettifica servirà non soltanto a ristabilire il vero su quanto ho detto a proposito di Lotta Continua, ma in conseguenza anche a rafforzare l’idea che  non è affatto scontata la Sua tesi riguardo il grande effetto riformatore del ’67 e del ’68.

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