Referendum. Perché Si!

fanucchi massimo7novembre 2016 di Massimo Fanucchi

Nell’attesa della mitica riforma costituzionale che metterà d’accordo tutti, le recenti modifiche alla costituzione approvate dal parlamento hanno seguito tutto l’iter parlamentare previsto dall’art. 138 della costituzione, che recita:

“Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti (da non confondere con maggioranza semplice e maggioranza relativa) di ciascuna Camera nella seconda votazione”.

Poiché nella seconda votazione la legge di revisione costituzionale non ha ottenuto la maggioranza qualificata dei due terzi dei componenti delle due camere, nel rispetto del citato articolo, il prossimo 4 dicembre si svolgerà il referendum, dove l’ultima parola spetterà ai cittadini nonostante i ripetuti “colpi di stato” denunciati sotto il sole che brucia. Chi contesta la legittimità della riforma approvata non conosce la costituzione che dice di voler difendere e chi si appella all’illegittimità di un parlamento eletto con il Porcellum, tra l’altro approvato da movimenti e partiti che fanno parte integrante (ed essenziale) del fronte del “No”, fa confusione tra legittimazione politica e legittimità giuridica, dimenticando che quest’ultima è stata confermata dalla Corte Costituzionale.

grillo-e-renzi

La riforma nel merito

referendum-costituzionale-4-dicembre-2016La prima cosa da evidenziare è che il bicameralismo perfetto, o bicameralismo paritario indifferenziato, è un’anomalia tutta italiana che dopo 70 anni di vita non ha più significato nell’attuale contesto politico nazionale. Danimarca, Lussemburgo e Svezia, solo per citare tre paesi europei molto più evoluti del nostro, hanno una sola camera. Correlare il bicameralismo alla democrazia è una falsità priva di fondamento empirico. Quindici su ventotto paesi dell’U.E. non hanno una seconda camera e i pericoli per la democrazia non derivano certamente dall’assenza di un senato o del bicameralismo perfetto. Tra i restanti 13 paesi europei solo in cinque i membri sono eletti direttamente dai cittadini. In Francia il senato non è eletto dai cittadini e in Germania il Bundesrat tedesco è composto dai delegati dei governi dei vari Lander.

Purtroppo il parlamento non è riuscito a cancellare del tutto il Senato, che comunque prevede un modello di rappresentanza delle istituzioni locali coerente con i nuovi rapporti fra Stato e Regioni.

costituzioneLa riforma conferisce al senato la possibilità di richiamare tutte le leggi, impedendo i temuti colpi di mano della maggioranza, anche se la Camera, ovviamente, detiene l’ultima parola. La direzione della riforma è quella di incrementare le materie di competenza statale, razionalizzando le competenze regionali, eliminando le materie di legislazione concorrente e quindi contribuendo a limitare i ricorsi alla Corte Costituzionale. Il sistema delle garanzie viene rafforzato dall’introduzione del referendum abrogativo, dal ricorso diretto alla Corte sulla legge elettorale, dal quorum più alto per eleggere il capo dello Stato.

La riduzione dei costi della politica non è l’argomento principale a favore della riforma. E’ molto importante invece la riduzione dei costi indiretti che paghiamo per la lentezza del procedimento legislativo con due camere doppione che incentivano l’abuso della decretazione d’urgenza. Vengono definitivamente abolite le province (riforma attesa dal momento della costituzione delle Regioni, che a mio modesto parere andrebbero ridotte a sette o otto) e viene abolito il costoso CNEL.

Il pericolo del premier troppo forte non esiste.

grillo-berlusconiLa riforma non introduce il presidenzialismo, né il semipresidenzialismo e non cambia i poteri del Presidente del Consiglio che continua ad essere nominato dalla Camera e non ha nessuna facoltà di sciogliere il parlamento. La nuova riforma ci avvicina all’Europa, alle sfide della post-modernità e non si può giudicare prendendo in considerazione qualcosa di estraneo come il sistema elettorale (che non mi piace) demandato alla legge ordinaria.

Il vero pericolo per la democrazia, trascurato per miopia o opportunismo politico allo stato puro, proviene invece dall’interno del Circo Barnum del fronte del No, dove due esponenti politici nient’affatto trascurabili (Grillo-Casaleggio Associati e Silvio Berlusconi che oggi fa il paladino della costituzione da lui definita “sovietica”) chiedono la soppressione del libero mandato previsto dall’art.67 della Costituzione (già presente anche nello Statuto Albertino), che è il perno del costituzionalismo liberal-democratico.

La soppressione del libero mandato aprirebbe la strada al cosiddetto “mandato imperativo” che trasformerebbe il parlamento in un semplice consiglio di amministrazione, dove i parlamentari potrebbero anche non scomodarsi ad andare in aula a votare: i capigruppo potrebbero tranquillamente rappresentare il “pacchetto azionario” dei voti vincolati e decidere per tutti gli altri membri, ridotti al ruolo del “pigiabottone”, come scriveva Marcello Barison sul Fatto Quotidiano. Il mandato imperativo c’è in India, nel Bangladesh, a Panama ed era presente nei paesi comunisti. Il divieto di mandato imperativo è presente oggi nella Costituzione francese (articolo27, comma1), in Germania (articolo 38, comma1 della Legge Fondamentale), nella Costituzione spagnola (articolo67, comma2) e in quasi tutte le democrazie rappresentative.

Su questa questione, dirompente per la democrazia, lascia esterrefatti il silenzio degli iper-democratici del fronte del no e dei costituzionalisti che spaccano il capello in quattro, misurano la lunghezza del chiarissimo articolo 70 e non vedono a chi stanno tirando la volata. Ma quest’ultimo aspetto riguarda un’altra storia che meriterebbe una valutazione politica a parte sulla straordinaria capacità di certa sinistra di far resuscitare la destra moribonda. Tanto per intenderci, la sinistra “del giorno Fausto”… per la destra.

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