Renzi a Livorno e, la narrazione del mito di un Paese che non c’è

“Prima c’era Berlusconi, adesso Renzi. Passano le stagioni ma il refrain è sempre quello: raccontare il mito di un Paese che non c’è. Questione di interesse, questione di potere.
Negare o nascondere le disuguaglianze, le povertà, le precarietà: tutte in aumento”

7agosto da Stefano Romboli, Buongiorno Livorno

In dieci anni di crisi la povertà è raddoppiata. Ce lo dice l’Istat: nel 2016 oltre 4 milioni di persone in povertà assoluta, erano la metà nel 2007. Circa 8 milioni e mezzo invece sarebbero coloro in povertà relativa, vale a dire nella trappola della precarietà: fra questi molti dei cosiddetti working poors, quelli per cui il lavoro non è sufficiente.
La crescita di Renzi (sia del suo governo che di quello eterodiretto dal fido Gentiloni, in tutto oltre 3anni e mezzo, non poco…) non produce occupazione fissa né arretramento della povertà. Anzi.
Il bluff più clamoroso è stato celebrato pochi giorni fa quando l’Istat ha pubblicato i dati sull’occupazione di giugno:

“Gentiloni, Boschi, Poletti e la schiera di commentatori e stampelle servili hanno accompagnato i dati spacciandoli per quelli che non sono. O meglio… c’è sì la crescita ma del lavoro a termine! Un vero e proprio record di precari. Grazie al pilastro del Jobs Act, il ‘contratto a tutele crescenti’ a crescere è solo la libertà di licenziare il lavoratore. Lo sanno bene i neo-licenziati di Porca Vacca e i livornesi che hanno seguito questa vicenda”.

E così avanti tutta con la ripresa occupazionale fondata sulla precarizzazione dei nuovi rapporti di lavoro. Un colpo di sole dei renziani? Forse, oppure la conferma che ciò che conta è il come si dice e se si è capaci di farlo credere.

Del resto basterebbe osservare i repentini cambiamenti sulle politiche dell’accoglienza e dei salvataggi: nel giro di poco tempo siamo passati dal tentativo di contrapporsi, più o meno credibilmente, alle politiche xenofobe e razziste della Lega, a perseguire la logica dell’”aiutiamoli a casa loro”, col rischio concreto di alimentare il “reato umanitario” e di svilire ancora di più categorie e pratiche fondamentali come quelle di salvataggio, soccorso, aiuto umanitario. E lo ius soli? Meglio aspettare, adesso non è il momento.

  • L’Italia è la patria dei “neet” (giovani che non hanno e non cercano un lavoro né sono impegnati in percorsi di studio e formazione), dei disoccupati e dei working poors.
  • L’Italia è il paese col boom della sanità privata: più di 12 milioni di italiani rinunciano a curarsi; nel solo 2016 sono stati 1,2 milioni in più rispetto all’anno precedente e la spesa nella sanità privata ha raggiunto nel 2016 la cifra record di 37,3 miliardi di euro (dati Censis).
  • È uno dei paesi con la maggiore disuguaglianza: nel 2007 le dieci famiglie più ricche avevano un capitale pari a quello di 3,5 milioni di poveri; oggi un capitale pari a quello di 6 milioni di poveri.

Le soluzioni dei governi Renzi e Gentiloni sono state all’insegna dei bonus, di soluzioni “categoriali” e di “pannicelli caldi” come la recente misura contro la povertà, niente a che vedere con riforme strutturali e organiche. L’Italia è uno dei pochissimi paesi dell’Unione Europea in cui manca una misura di reddito minimo per i poveri a livello nazionale. Del resto si stanziano soldi per salvare le banche, non per ridurre la povertà. Sia mai detto.
E tralasciamo qui, per motivi di spazio, la riduzione delle spese sociali con tagli continui e progressivi agli Enti Locali abbinata alla riduzione delle tasse, sulla base della logica della “tassa piatta” a discapito della ‘progressività impositiva’. L’Italia risulta del resto avere uno dei peggiori indici per effetto redistributivo dell’intervento dello Stato fra i paesi OCSE.
La disconnessione fra la politica economica seguita in questi 10anni (e quindi anche da Renzi) e la condizione materiale che grida da questi dati e dalle vite di milioni di persone è evidente. Ecco ancora una volta il paese immaginario, quello decantato dal padrone di turno (ieri Berlusconi, oggi Renzi) e quello reale, fatto da sempre più persone che non ce la fanno e che convivono con una precarietà socio-economica sempre più aggressiva.

Quello che conta non è la sostanza, non sono i fatti, ma l’interpretazione che viene data e la spettacolarizzazione con la quale si accompagna la narrazione. Lo stile Renzi è ormai conclamato: la versione aggiornata, più rassicurante e giovanile di Berlusconi; piace perché parla alle persone, è simpatico, fa pure ridere.

  • Lo avevamo visto a difesa della sua riforma costituzionale a Livorno presso la SVS,
  • lo abbiamo visto alla Rotonda alla Festa del PD: chi lo ascoltava aveva la faccia sorridente, beata, divertita, come quando si va a uno spettacolo comico.

Non sta a noi giudicare la qualità dello spettacolo, oltretutto gratis e quindi anche normale non avere troppe pretese.
Ma da un politico, anzi dal leader massimo di un partito importante che governa il Paese da oltre 3anni e mezzo non sarebbe male sentire ogni tanto qualche tentativo di riflessione politica “seria”, ammesso ne sia capace. Ma forse non è così importante per chi continua a considerare Renzi il “salvatore”, l’uomo della provvidenza, l’unico che può cambiare le cose ecc. Tutte espressioni sentite davvero direttamente e testimoniate attraverso i social.

Possiamo concludere che fra i mille (?) presenti, sabato, non ci fossero persone coinvolte dalla crisi e dall’impoverimento che tanto duramente hanno colpito Livorno e l’Italia. Forse sono persone che a vario titolo hanno beneficiato delle riforme ‘classiste’ di Renzi, magari oltre ai numerosi pensionati anche qualche imprenditore che ha ottenuto qualche libertà in più, o chi esprime gratitudine per non pagare più la tassa sulla prima casa o che riceve il bonus degli 80euro:

“Ognuno dei presenti avrà avuto qualche buon motivo.
Potrebbe esserci anche un’altra spiegazione: i colpi di sole – eventi naturali in questi giorni – potrebbero aver favorito l’ascolto beato e accondiscendente della voce del padrone. E poi quando c’è la star l’importante è esserci, meglio se in prima fila”.

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5 Comments

  1. La impotencia sexual masculina, también llamada disfunción eréctil, es la incapacidad para lograr mantener la erección el tiempo necesario para conseguir disfrutar de las relaciones sexuales de manera satisfactoria.

  2. La principal manera de prevenir la disfunción eréctil es modificando el estilo de vida para evitar cual posible hábito que repercuta de manera negativa en las arterias y las venas.

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