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Riflessioni sui fatti di Modena, la solidarietà ad Aldo Milani del Si Cobas: “Estorsione o lotta di classe”

Nella serata del 26 Gennaio viene arrestato Aldo Milani, coordinatore nazionale del “Si Cobas”. Intanto cosa è il Si Cobas?

28gennaio 2017 da Delegati e lavoratori indipendenti, Pisa

E’ una organizzazione sindacale che ha organizzato migliaia di lavoratori nella logistica e nelle fabbriche, decine di suoi attivisti sono stati denunciati, e condannati, per blocchi, picchetti e manifestazioni in concomitanza con scioperi nella logistica.

Assieme alla Associazione difesa lavoratori (ADL Cobas) hanno portato avanti da anni rivendicazioni e vertenze nella logistica guadagnandosi un tavolo di trattativa nazionale che ha permesso una interlocuzione nazionale e accordi migliorativi rispetto al Contratto nazionale di categoria.
Nella logistica poi operano con numeri ridotti, anche altre sigle quali Cobas lavoro Privato, Usb, Slai cobas sindacato di classe, Sgb e Sol Cobas.

  • Aldo Milani viene arrestato con una accusa pesantissima, quella di estorsione, nella giornata del 27 Gennaio viene diffuso un video (scientemente privato dell’audio) che lo riprende a un tavolo sindacale, accanto ad un signore al quale viene consegnata una busta.
  • Quella busta, per gli inquirenti, è  la prova tangibile della estorsione  organizzata dal Si Cobas ai danni della Levoni, una Azienda del comparto carni che ha licenziato numerosi suoi dipendenti a seguito di una vertenza durissima condotta nello stabilimento di Modena da settimane paralizzato da vari scioperi.
  • Aldo Milani è nel carcere di Modena in attesa della udienza che deciderà se convalidare il suo arresto.

Questi sono i fatti, i media hanno diffuso note di stampa e il video con una velocità incredibile, basti pensare che pochi minuti dopo l’arresto la notizia compariva già sui siti on line. Ma, Aldo Milani, e il Si cobas, sono degli estorsori o dei sindacalisti conflittuali?

Dopo 40 anni di lotte, passati da tempo i 60 anni, Aldo Milani è diventato un malavitoso che pretende il pizzo per arrestare le proteste operaie, vuole una mazzetta di migliaia di euro da scambiare con la pace sociale?

Ovviamente la risposta è negativa

Sicuramente si tratta di una trappola costruita con grande efficacia che oltre a distruggere una persona screditandola agli occhi del mondo ha come obiettivo la delegittimazione del Si Cobas e di tutti i sindacati conflittuali.

La notizia diffusa ad arte getta discredito su tutto il mondo Cobas, lancia un messaggio ben preciso:

Questi signori che lottano e protestano lo fanno per scopi personali, intascano tangenti, sono dei delinquenti che si celano dietro al sindacato, delinquenti che vanno puniti e allo stesso tempo bisogna mettere fuori legge tutte le forme di lotta come i picchetti, gli scioperi, perseguire chi pratica lotte radicali. 

Molteplici sono i messaggi lanciati all’opinione pubblica, diversi i ragionamenti e i comportamenti in ambito sindacale, se per lo più’ domina il silenzio imbarazzato o la solidarietà incondizionata di altri, c’è stato chi, come la Confederazione Cobas, ha subito (poche ore dai fatti con una solerzia inspiegabile per chi conosce i tempi decisionali di questa organizzazione) rivendicato il copyright della sigla Cobas diffidando la stampa a fare confusione tra le sigle e precisando urbi et orbi che loro sono i veri Cobas.

“I Cobas non hanno nulla a che fare con i fatti di Modena” è il titolo del comunicato diffuso.

Pensiamo che la preoccupazione di Bernocchi (inamovibile portavoce della Confederazione) sia legata al giudizio degli insegnanti o degli iscritti nel pubblico impiego, alla paura che la loro base militante debba giustificarsi nei luoghi di lavoro dalle insinuazioni e accuse che certo arriveranno da più’ parti, paura di qualche disdetta sindacale. Tuttavia, i toni e i contenuti del comunicato firmato da Bernocchi restano ingiustificabili, un comunicato brutto e ammiccante, costruito ad arte per prendere le distanze e, volenti o non volenti, associarsi alla canea mediatica contro Aldo Milani, rinunciando a capire cosa sta realmente succedendo, quei fatti che poi ci riguardano tutti\e.
Alla Confederazione Cobas ricordiamo che quando alcuni suoi attivisti vennero arrestati nella inchiesta Sud Ribelle, all’indomani del G8 di Genova, nessuno si è permesso tra le aree militanti sociali, sindacali e politiche, di scrivere un comunicato del genere, lo diciamo agli insegnanti che sulla memoria e la ricostruzione, storica e non, farebbero bene a lavorare.

Ma cosa è realmente accaduto?

Nelle prossime ore lo capiremo sicuramente meglio, i giornali hanno parlato di due sindacalisti arrestati ma il secondo arresto riguarda un consulente del lavoro che sul sito del Si Cobas hanno dichiarato del tutto estraneo alla organizzazione e legato, sempre secondo quanto abbiamo letto, alla Levoni, scrivono che il passaggio della busta è avvenuto non tra Milani e la ditta ma tra quest’ultima e il consulente del lavoro, il cui ruolo è sicuramente tutto da capire. E a supporto di queste dichiarazioni (il filmato quello senza video) e la dichiarazione del legale di Aldo Milani.

Abbiamo cercato anche eventuali commenti della ditta coinvolta ma senza esito.

Le circostanze di questo arresto rappresentano un salto di qualità della repressione e della canea mediatica costruita contro chi lotta e pratica il conflitto sociale, ogni strumento sarà utilizzato per ridurci al silenzio e alla impotenza, nell’opinione pubblica la notizia farà breccia e sarà difficile convincere compagni di lavoro, conoscenti, vicini di casa abituati a pendere dalla bocca della televisione, di cui sovente colgono solo poche parole decontestualizzate.
Un salto di qualità non nuovo perché a livello locale abbiamo già subito la criminalizzazione di spezzoni sindacali, da Brindisi (colpiti esponenti della Confederazione Cobas) a Napoli.
Ricordiamoci dei fatti di Bolzaneto e della Diaz durante il G8 di Genova, quelli che venivano dipinti come aggressori e pericolosi sovversivi si sono poi dimostrati vittime di violenze e depistaggi.

Il Si Cobas e Aldo non sono mariuoli che scappano via con le tangenti, non siamo davanti a una riedizione di Mani pulite in versione sindacale, per questo occorre fare chiarezza sui fatti ma partendo da un presupposto:

“Aldo Milani non è un estorsore, la sua storia militante dimostra l’esatto contrario e per questo bisogna far conoscere le lotte intraprese nella logistica che hanno messo in crisi un business colossale costruito ad arte su paghe da fame e condizioni di lavoro impossibili.”

Il comunicato nazionale del Si Cobas

28gennaio 2017

Col passare delle ore diviene sempre più evidente l’infondatezza del castello accusatorio ordito dalla Questura di Modena contro Aldo Milani e soprattutto l’infame disegno politico che si cela dietro questa vicenda, teso a screditare e “sporcare” tramite un bombardamento mediatico la lotta portata avanti dal SI Cobas a livello nazionale contro lo sfruttamento nei luoghi di lavoro. 

Il teorema della Questura, assunto come solenne da tutti gli organi di stampa è: due dirigenti del SI Cobas hanno ricattato un povero imprenditore estorcendo e ricevendo soldi dietro la minaccia di scioperi.

Analizziamo per punto per punto questo teorema, e vedremo che la verità è non solo diversa, ma per certi versi l’opposto di quanto sostenuto dai media.

1) Chi ha ricevuto i soldi? Come evidenziato nel precedente comunicato e come si vede dallo stesso video della Questura, non è stato Aldo Milani (coordinatore nazionale SI Cobas) a ricevere la busta coi soldi, bensì Danilo Piccinini, presentato dalla stampa come SI Cobas ma, lo ripetiamo e lo ribadiremo con forza in tutte le sedi competenti, non solo del tutto estraneo all’organizzazione ma presentatosi al SI Cobas in qualità di consulente del gruppo Levoni con lo scopo di avere un ruolo nella trattativa.
Di quanto affermiamo abbiamo prove certe ed incontrovertibili, che al momento sono al vaglio delle autorità inquirenti e che appena possibile renderemo pubbliche!
A ulteriore conferma di quanto scriviamo vi è lo stesso andamento dell’udienza tuttora in corso per la convalida degli arresti: mentre Aldo Milani ha risposto in maniera chiara e circostanziata a ogni domanda del giudice e del PM, Piccinini si è avvalso della facoltà di non rispondere!!!
2) Cosa chiedeva il SI Cobas a quell’incontro? La discussione con Levoni, come anche in questo caso abbiamo ampiamente chiarito nel precedente comunicato, era il frutto di mesi di lotte dei lavoratori sfociate in 52 licenziamenti. Si parlava di soldi? Chiaramente si, come in ogni trattativa sindacale, che per definizione ha ad oggetto richieste e rivendicazioni di natura economica.
E cosa chiedeva Aldo Milani per conto del SI Cobas? Chiedeva, con la forza e la determinazione che caratterizzano il nostro sindacato, nient’altro che il rispetto delle leggi vigenti iateria di CCNL. Nello specifico, dato che i 52 licenziati di Alcar Uno, all’atto di fare richiesta di accesso alla NASPI (assegno di disoccupazione erogato dall’INPS), avevano scoperto che le cooperativa Alcar Uno in appalto per Levoni non aveva versato i contributi INPS utili a maturare l’assegno di disoccupazione, Milani aveva chiesto che Levoni saldase quest’ammanco, ovviamente non certo consegnando del denaro liquido bensì versando le somme contributive mancanti attraverso le modalità previste dalla legge così come risultanti dai modelli F24!
3) Una volta chiarita la strumentalità dell’accusa di estorsione e l’estraneità di Milani alla consegna di denaro (quindi gli aspetti di natura strettamente giudiziaria) resta il nocciolo politico della questione, ossia l’accusa di minacciare la controparte con l’arma dello sciopero.
Chi pensi di muoverci questa accusa sappia che come SI Cobas non abbiamo alcun problema a rivendicare appieno questo metodo, che si è articolato in migliaia di lotte e vertenza che hanno consentito a decine di migliaia di lavoratori di passare dalla condizione di schiavi di cooperative e padron i senza scrupoli, a titolari di diritti e soprattutto di un salario non da fame!
Chiunque ci muova una simile accusa, sia che lo faccia in maniera esplicita sia che lo lasci trasparire attraverso allusioni o stucchevoli “prese di distanza”, non solo avvalora il teorema accusatorio, ma si assume, tantopiù se si tratta di organizzazioni sindacali o di “movimento” a legittimare l’unico obbiettivo reale di questa inchiesta: legittimare l’attacco al diritto di sciopero, già attaccato pesantemente dalla miriade di riforme del mercato del lavoro (in ultimo il Jobs Act) e dalle normative antisciopero inasprite dai governi a guida PD e dall’attuale ministro del lavoro Poletti.
Contro quest’attacco risponderemo colpo su colpo non solo nelle aule giudiziarie, ma, come abbiamo sempre fatto, innanzitutto nei luoghi di lavoro e nelle piazze!
 

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