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Riflessioni sulla militarizzazione del territorio. Contro l’ampliamento di Camp-Darby, per la ripresa del movimento contro la guerra

L’arte della guerra – La tendenza alla guerra a partire dalla mobilitazione contro l’ampliamento della base militare USA di Camp Darby

5agosto 2017 da “Campagna di resistenza alla militarizzazione del territorio Pisa e Livorno”

La guerra, diceva Sunzi, è di somma importanza per lo Stato e decide la sorte delle nazioni. Ai tempi di Sun Tzu non esisteva il capitale finanziario.

Camp Darby progetto di potenziamento

Oggi potremmo dire che la guerra non è solo vitale per i paesi imperialistici ma per i loro interessi economici, per il controllo delle risorse, per decidere il flusso dei capitali, controllare i corridoi, sperimentare tecnologie che dal militare possono passare al civile. Il confine tra militare e civile è venuto meno ormai, lo si evince anche articoli di cronaca se letti criticamente. Se qualche amministrazione militare chiede la navigabilità di un canale, trascorrono alcuni anni ma poi di questa opera se ne fa carico l’Ente Locale presentandola come intervento funzionale allo sviluppo economico, per creare posti di lavoro o a recupero di aree degradate. Ovviamente gioca un ruolo dirimente la disinformazione strategica ad omettere la richiesta militare, l’opinione pubblica viene zittita semplicemente con la notizia che soldi comunitari saranno investiti sul territorio, poi nel corso degli anni, quando ormai sarà troppo tardi per cambiare idea, ci accorgeremo che i benefici annunciati saranno stati ben pochi al contrario dei costi a carico della comunità.

In anni passati alcuni giornali scrivevano che la guerra all’occorrenza poteva assumere i connotati neokeynesiani per l’economia, di impulso alla ripresa. Una guerra sviluppa tecnologia militare, la richiesta di armi sempre più sofisticate darebbe impulso alla ricerca e a nuove commesse alla industria bellica. Sul ruolo delle imprese belliche interverremo dopo, intanto chiariamoci sul ruolo delle istituzioni finanziarie. 

  • Le banche godono di strutture internazionali con le quali è assicurata la transazione di denaro,
  • le banche accumulano svariati “compensi per intermediazione” ai quali aggiungere prestiti, anticipi e crediti illimitati e a dir poco agevolati.
  • Del resto, dopo la bolla del 2008, è proprio il credito alle famiglie ad avere subito i contraccolpi della crisi tra prestiti accordati senza garanzie e condizioni capestro in caso di mancati pagamenti soprattutto nel Nord America.
  • La lista delle banche in affari con le fabbriche della morte è infinita senza dimenticare il ruolo di piazzista dei Governi e delle visite all’estero che si traducono sempre in vendite di armi.

Sentire parlare di diritti umani da chi scientemente li viola ricorda quanto accaduto in questi giorni nel Mar Mediterraneo con la criminalizzazione delle Ong che non hanno sottoscritto il protocollo imposto dal Governo. Articoli ben documentati dimostrano che dietro alle denunce contro le Ong si trovano società mercenarie che hanno precisi interessi nei paesi africani e alla occorrenza si presentano a tutela delle culture identitarie.
Parlavamo prima del commercio di armi, mai come nel 2017 un anno è stato cosi’ attivo nel promuovere produzione ed export, i risultati li vedremo nei prossimi anni quando le autorizzazioni all’export entreranno nella fase operativa ma nel frattempo ricordiamoci che italiane sono le armi usate dall’Arabia Saudita per compiere stragi di civili nello Yemen, paese ove, in silenzio, si combatte una guerra sanguinosa di cui i civili sono le principali vittime. I trattati internazionali non vietano per altro la vendita di armi ai paesi sotto embargo e comunque le armi arrivano a destinazione nei piu’ svariati modi come la storia insegna.

Il nostro paese non è la cenerentola dell’Europa ma tra i principali produttori di armi, aumenta ogni anno l’export e nessuno ha mai aperto una discussione su come riconvertire le industrie di guerra e perfino il sindacato si è sottratto a questo annoso compito, ovviamente in nome della difesa dei posti di lavoro, quei posti che tanti accordi a perdere hanno invece cancellato.

La fine della netta separazione tra civile e militare a determinare un deciso salto di qualità nelle strategie imperialiste, del resto il Libro bianco della difesa va proprio in questa direzione come la ripresa dei capisaldi di quel modello di difesa di oltre 20 anni che prevedeva la riduzione del numero dei militari e dei civili per costruire un esercito professionale, nuove strutture logistiche piu’ moderne e funzionali.
Dobbiamo guardare con attenzione a quanto accade nel Mediterraneo, in Libia per esempio, paese ove gli interessi italiani sono particolarmente forti. In Libia la diplomazia francese ha giocato un ruolo importante e il fine del protagonismo di Macron è legato ai pozzi petroliferi e a scalzare il ruolo dell’Eni , patner commerciale privilegiato da sempre.
Anche l’affaire Fincantieri rientra in questo scenario, non bisogna pensare a politiche sovraniste pensando che il nostro paese possa nazionalizzare i cantieri o le banche (risanate invece con i soldi sottratti alla sanità e al welfare), dietro il sovranismo si cela spesso l’idea che possa esistere un capitalismo (e un imperialismo) progressivo, ma queste idee per altro non nuove ci hanno già portato nel corso del tempo a giustificare le guerre, le aggressioni militari, la cancellazione degli spazi di democrazia.
E’ comunque di fondamentale importanza denunciare la impotenza dei cittadini di fronte al diktat del Pentagono che impedisce ai paesi di conoscere cosa si trova dentro le basi militari Usa. Questioni di segretezza nel nome della quale non solo si sospendono le libertà democratiche ma si nasconde la dislocazione della B61-12, la nuova bomba nucleare Usa destinata a sostituire la B-61, schierata in Italia e negli altri paesi europei, ormai prossima ad essere prodotta e dislocata in quantità industriali.

Ebbene queste bombe di cui sappiamo poco se non la loro potenzialità distruttiva, saranno dislocate sul territorio italiano ma il nostro Parlamento, anche se lo volesse, non potrebbe fare nulla per non violare la segretezza imposta dalla Nato a tutti i suoi paesi.

E questa bomba è stata pensata proprio per rafforzare gli arsenali Usa e Nato come deterrente in funzione antirussa, la dislocazione è in aperto contrasto con quel Trattato di non-proliferazione (Tnp firmato anche dal nostro Paese che dovrebbe, in teoria, impegnarci a «non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente».

E’ evidente che un Governo antipopolare che taglia salari, pensioni, welfare, che non sa ricostruire le zone colpite dai terremoti, forte con le classi sociali subalterne (vedere la prossima limitazione del diritto di sciopero) ma arrendevole verso i poteri forti, siano essi finanziari, politici e militari. Anche a Camp Darby dislocheranno le nuove armi, una ragione in più’ per opporsi ai collegamenti via terra e via acqua che permetteranno in silenzio la circolazione delle armi e la loro rapida partenza verso le zone di guerra.

L’Italia ha interessi nevralgici nel Mediterraneo, la gestione migrante ha molto a che vedere con le politiche della Troika e le merci di scambio tra tagli al sociale, rivisitazione delle politiche di accoglienza e l’allentamento dei vincoli tra debito e Pil. Insomma, quando parliamo di guerra e di militarizzazione oggi significa avere un punto di vista più ampio e una lettura degli eventi senza schematismi senza mai perdere di vista la natura di classe dello scontro in atto. 
Nei prossimi anni i civili alle dipendenze del Ministero e i soldati subiranno tagli agli organici, la loro diminuzione è funzionale alla costruzione delle nuove forze armate.

Sono contenuti, quelli odierni, che ricordano quando oltre 20anni fa si discuteva con il Ministro Andreatta del nuovo modello di Difesa, dagli stessi ambienti nasceranno il peace Keeping e gli interventi umanitari nei Balcani.
E’ superfluo ricordare che la posta elettronica e la rete siano stati concepiti per fini militari per poi diventare uno strumento indispensabile a usi civili e commerciali.

Sempre Sunzi diceva che il saccheggio delle risorse del nemico era di fondamentale importanza per dividerle tra gli alleati, basti pensare al saccheggio operato nel Medio Oriente dei giacimenti petroliferi destinandoli alle solite compagnie a capo delle quali spesso troviamo managers con un passato, o un futuro, politico nella veste di ministri e di consulenti.

L’intreccio tra pace e guerra è di fondamentale importanza per capire anche la tendenza alla guerra intrinseca al capitalismo ma anche per cogliere l’importanza della lotta alla militarizzazione dei territori.
La presenza di poligoni di tiro, basi militari è spesso accompagnata dall’aumento di malattie, tumori e altre patologie, è giunta l’ora che la comunità scientifica, i medici e gli studiosi più sensibili diano il loro contributo analitico per dimostrare il nesso tra guerra e il venir meno della salute.

Non parliamo solo di contaminazione dei territori ma dei tanti civili e militari che stanno morendo di tumore contratto a causa dell’amianto, di aree come Pisa e Livorno dove si registrano elevate concentrazioni di casi di tumori. Ma dalla statistica all’analisi scientifica il passo non è breve e per questo abbiamo bisogno del contributo di studiosi indipendenti e coraggiosi.

Nel mese di agosto la campagna di resistenza alla militarizzazione del territorio di Pisa e Livorno parteciperà a vari dibattiti, pensiamo utile e necessario avviare un confronto a tutto campo sulla guerra e sulla militarizzazione del territorio perché in autunno il progetto di collegare la base militare Usa di Camp Darby via ferrovia all’aeroporto militare di Pisa entrerà in una fase operativa.
Non dimentichiamo che nei mesi scorsi i gestori dello scalo civile di Pisa hanno richiesto la concessione di aree ad oggi utilizzate dai militari e confinanti con le piste del Galilei (aeroporto di Pisa). Ciò non significa ridimensionare la presenza militare che negli ultimi anni ha visto sorgere uno dei più grandi hub militari in grano di equipaggiare, ospitare e far partire migliaia di soldati verso le zone di guerra.

La militarizzazione del territorio si avvale di nuovi strumenti pervasivi, conquista aree civili e alla occorrenza le utilizza a fini militari come accade con la banchina del porto nucleare di Livorno, come accadrà probabilmente a Pisa con il trasporto delle armi via acqua attraverso il Fosso dei Navicelli verso Livorno o con la nuova ferrovia che distruggerà parte della macchia mediterranea rafforzando la presenza della base di Camp darby.

Il nostro obiettivo è mettere in stretta relazione comitati locali che operano contro la militarizzazione del territorio e per contrastare i continui attacchi alla Costituzione e al ripudio della guerra sancito dall’articolo 11.
Da un quarto di secolo l’Italia è presente in vari scenari bellici, il nuovo modello di difesa è servito a tale scopo ed ha rafforzato non solo le servitù militari ma anche il ruolo nevralgico del militare nella nostra società.
E’ ormai assodato che la sovranità del nostro paese è fortemente limitata dal fatto che la Nato possa decidere a suo piacimento la dislocazione di armi di distruzione di massa in paesi che non possono neppure rivendicare il diritto a conoscere e rifiutare la presenza delle stesse sul territorio nazionale. Rinviamo a vari interventi di Manlio Dinucci, a Pandora Tv e altre, isolate, voci fuori dal coro
Ci sembra fuorviante contrapporre alla denuncia costante della militarizzazione dei territori l’idea che si debba privilegiare invece la lotta contro la BCE e la Troika, la contrapposizione alla Nato e ai nuovi sistemi di difesa comportano anche la necessità di contrastare l’Europa del capitale e le sue politiche economiche e finanziarie che hanno messo in ginocchio le classi lavoratrici di alcuni paesi.

In Grecia settori di classe stanno contrastando la svendita del loro territorio e insieme contrastano la occupazione sistematica dei porti a fini militari da parte della Nato come sono attenti anche a contrastare la tendenza delle forze armate a sfruttare a loro vantaggio della crisi che attraversa la Turchia e l’area attraversata dai corridoi. 

Occorre pertanto approfondire alcune questioni aprendo un dibattito il cui fine è quello di costruire un movimento contro la guerra e la militarizzazione dei territori. Per ricostruire una adeguata cassetta degli attrezzi, la nostra analisi critica tratterà alcuni punti quali:

  1. il libro bianco della difesa,
  2. l’aumento delle spese militari e la illusione che la crisi italiana possa essere superata da una sorta di neokeynesismo di guerra o barattando la perdita di sovranità nazionale con aiuti economici,
  3. il pericolo derivante dalla militarizzazione del territorio come dimostrato dalla Legge Minniti che riguarda sia i migranti che la costruzione di dispositivi e sistemi di controllo repressivi,
  4. il caso della campagna in via di costruzione tra Pisa e Livorno contro la costruzione di una ferrovia che permetterà alla base di Camp Derby il trasporto di armi verso l’aeroporto militare,
  5. il nesso esistente tra militarizzazione e contaminazione del territorio con aumento delle malattie che colpiscono indistintamente civili e militari.

Si tratta di fare un salto di qualità, mettere in stretta relazione comitati, campagne e realtà che individuano nella militarizzazione un pericolo per le masse popolari. l’auspicio è quello di una vasta partecipazione, partendo dalle istanze locali e da quanti si stanno organizzando sui territori ricordando che, la costante opera di informazione e di denuncia dovrà accompagnarsi a iniziative concrete per costruire su queste tematiche un movimento di massa.

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