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Sul referendum catalano tutti usano il vecchio trucco della patria

“Niente comincia davvero, tutto è proseguimento di qualcos’altro, però se questo fosse un racconto si potrebbe dire che è cominciato nel 2010, quando la crisi economica globale ha raggiunto la Spagna”

30settembre di Martín Caparrós, (Traduzione di Federico Ferrone). Questo articolo è stato pubblicato sul quotidiano statunitense The New York Times

Quell’anno il Partito popolare ottenne che la corte costituzionale annullasse lo statuto autonomo che i catalani avevano votato quattro anni prima. Al potere in Catalogna c’era allora quello stesso partito della destra catalanista che, pur essendo rimasto al potere più di due decenni, mai aveva parlato di indipendenza per la sua regione. E non lo aveva fatto neanche sette anni fa. Però la crisi si aggravava e il governo catalano decise di rifarsela sui più deboli. Tra il 2010 e il 2015 ha ridotto il bilancio destinato ad alloggi, istruzione e sanità pubblica di più del 15 per cento. In nessun’altra comunità spagnola i tagli sono stati così brutali. Ci sono state proteste, a migliaia, nelle piazze. Spaventato, il governo ha capito che doveva fare qualcosa.

“Freud (quanto tempo era che non lo citavo) parlava dei “ricordi-schermo”, quelli che servono per allontanare ciò che non vogliamo prevedere, le minacce del futuro, come succede in qualsiasi religione e in molti discorsi politici, per fare due buoni esempi. Il partito della destra catalana è ricorso al più classico di essi: il vecchio trucco della patria.”

Un’idea paranoica

Tutta la colpa, hanno detto, era di Madrid. E così il governo centrale di destra, a sua volta colpito dalla crisi, vedendo l’opportunità, ci è saltato sopra: cosa c’era di meglio che imitare i colleghi catalani e agitare lo stesso spettro? Si trattava di una curiosa coincidenza: sia Artur Mas a Barcellona sia Mariano Rajoy a Madrid pensavano che i fantasmi patriottici sarebbero serviti a nascondere altri spettri, e hanno cominciato a evocarli a gran voce. “Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie”, diceva il dottor Samuel Johnson. Battersi e sventolare bandiere conveniva a entrambi gli uomini: è così che è cominciata questa gara di provocazioni, minacce e assurdità che rischia di dar vita a nuove frontiere.

Il maggior effetto della patria è appiattire le differenze

La patria è un’idea paranoica, che funziona in relazione a una minaccia esterna, e la paranoia è una merce che si vende sempre facilmente. È facile entusiasmarsi con la patria. È facile credersi diversi dagli altri, è facile credersi migliori degli altri. È facile credere che tutti i mali vengano da quelli che si trovano più lontani, quelli che non sono nostri parenti, che non sono nostri vicini, che non sono dei nostri. È più comodo, più rassicurante: evita vari problemi ed evita soprattutto lo sforzo di dover pensare. Il maggior effetto della patria è appiattire le differenze, le sfumature: fa in modo che qualsiasi altra considerazione scompaia di fronte alla forza di questo gruppo di, così si dice, uguali. Di fronte all’aumento, negli ultimi anni, delle disuguaglianze nella società catalana, come nel resto di quella spagnola, dovuto alla concentrazione della ricchezza, alla perdita di posti di lavoro e agli errori economici, la cosa più facile per molti catalani è stato dire “Espanya ens roba” (la Spagna ci rapina). È quanto hanno fatto anche i britannici che hanno votato a favore della Brexit o gli statunitensi che hanno votato per Trump. Ed ecco i risultati.

Ed è così che la grande destra catalana, stranamente alleata alla sinistra repubblicana, contando sulla maggioranza nel parlamento autonomo, ha convocato un referendum affinché i catalani votino per dire se vogliono o meno l’indipendenza. Il referendum annunciato per il 1 ottobre e la legge che lo regolamenta prevede che in caso di vittoria del sì, tramite una maggioranza semplice di voti e senza un quorum, il parlamento debba dichiarare entro 48 ore l’indipendenza. L’indipendenza è un concetto sfuggente.

Credo che molti catalani non immaginassero lo sforzo, il costo e la volontà richieste per dare vita a un paese nuovo. Non si vedevano, e lo dico avendo vissuto lì vari anni, nella società catalana l’energia e l’urgenza necessaria per inventare un paese, per dare forma concreta a un’idea. Sembrava che immaginassero l’indipendenza come uno stato idilliaco, fatto di amore e tradizione, di ritorno a un passato che non era mai esistito. Come se non pensassero che sarebbe stato necessario creare un grande apparato statale, uscire dalla comunità europea, perdere per un certo periodo il proprio principale mercato economico, la Spagna, e rinunciare ai propri livelli di vita. E accettare che il Barça giochi in un campionato di secondo piano.

La cocciutaggine di Rajoy

Per questo non sarebbe stato difficile, fino a qualche mese fa, contenere questo impulso o, perlomeno, convogliarlo. Il governo centrale avrebbe potuto trovare un modo di farlo: informando sulle complicazioni di un’eventuale separazione, insistendo sul fatto che la Spagna ama e ha bisogno della Catalogna, discutendo migliori termini di convivenza. E, in ultima istanza, organizzando un referendum legale, consensuale, che prevedesse che per convalidare la propria secessione la popolazione di una regione necessita di due terzi o tre quarti dei voti, con un quorum minimo di partecipanti. In fin dei conti, tutti i sondaggi rivelano che tre catalani su quattro desiderano votare e decidere, però meno della metà di loro sceglierebbe l’indipendenza. Votare, e votare a favore dell’indipendenza, sono due cose radicalmente distinte. La cocciutaggine di Rajoy e dei suoi le hanno rese una cosa sola. Il referendum è forse illegale. Ma, con la sua violenza, lo Stato centrale lo sta legittimando

Avevano molte possibilità e le hanno sprecate, credendo che per compiacere il proprio pubblico convenisse mantenere l’immagine di galantuomini orgogliosi e inflessibili, che tanto servì ai loro antenati per costruire la celebre leggenda nera spagnola. E ora insistono con la loro assurda miscela di sordità e aggressività: continuando a rifiutare ogni forma di dialogo, sequestrando milioni di schede elettorali, inviando forze di polizia con elicotteri e motoscafi, incriminando più di settecento sindaci, arrestando una dozzina di dirigenti e creando un clima di occupazione che non fa altro che favorire gli altri nazionalisti. L’immagine della guardia civil spagnola che impedisce ai cittadini catalani di votare è una di quelle che possono rimanere impresse per vari decenni. Il governo del Partito popolare insiste nel dire che il referendum è incostituzionale. Lo è, ai sensi della legge, però non sempre il testo di una legge ne traduce lo spirito. È difficile, in una democrazia, sostenere che un popolo non abbia diritto di esprimersi alle urne. Ed è ancor più difficile reprimerlo quando cerca di farlo. Il referendum è forse illegale. Ma, con la sua violenza, lo stato centrale lo sta legittimando.

Attacchi intollerabili

Si è sempre detto che la principale caratteristica dei catalani era il seny: il buon senso, la ragionevolezza. In questo caso l’intolleranza centralista li sta distruggendo. Sempre più catalani si convincono a sostenere un indipendentismo che, fino a qualche settimane fa, li spaventava o non li interessava. Sempre più persone dicono che non gli interessa quale sarà il prezzo da pagare: non vogliono più tollerare gli attacchi e le prepotenze spagnole. Se in futuro vorremo capire com’è possibile arrivare a situazioni che apparivano impossibili, quello catalano diventerà un caso esemplare: di come due parti che credevano di poter controllare uno scontro a bassa intensità lo hanno trascinato verso l’abisso. Il 22 settembre Mariano Rajoy ha annunciato che il suo intervento politico e giudiziario era già riuscito a disinnescare il referendum. È probabile che il governo catalano, messo in ginocchio, non riesca a organizzarlo.

La votazione sarà sostituita dall’intenzione di votare: il 1 ottobre queste intenzioni si trasformeranno in marce, picchetti e occupazioni varie, come quella cominciata all’Università di Barcellona. 

E così non si saprà mai cosa avrebbero votato i catalani. Non ci saranno dati né certezze, ma solo nuove illusioni: i dati si possono discutere, le illusioni no. E nessuno può escludere che lunedì 2 ottobre il presidente catalano Puigdemont dichiari l’indipendenza della Catalogna, che la Spagna intervenga manu militari, che i catalani resistano e chissà che altro. Mariano Rajoy passerà alla storia come lo stolto che, dovendo scalare una dolce collina, la trasformò in un Everest: grazie ai suoi sforzi gli indipendentisti stanno ottenendo quella legittimità che, nelle nostre società, è riservata alle vittime. Niente di meglio per chi ricorre al vecchio trucco della patria.

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