Venezuela: il sogno di Simon Bolivar

11giugno 2018 Di Marco Consolo

Lo scorso 20 maggio in Venezuela più di 20 milioni di Venezuelani erano chiamati alle urne per eleggere Presidente e i deputati dei consigli regionali. In lizza 4 candidati , il Presidente Maduro oggi al governo e 3 di opposizione.  Nicolás Maduro ha vinto con  6.248.86  voti (68%), contro Henri Falcón, un ex-chavista passato da tempo all’opposizione, con 1.927.958 (21%). Più indietro il pastore evangelico Javier Bertucci 925.042 (11%) e Reinaldo Quijada 34.614 voti (0,4%).  

Si è trattato di una vittoria di chi difende la sovranità del Paese e la democrazia, e di una sconfitta della strategia statunitense, che ha reclutato Bogotá, Madrid, Ottawa, il “Gruppo di Lima, la Unione Europea ed il latifondo mediatico  internazionale.  Dal 1998, su 24 elezioni realizzate, il chavismo ne ha vinte 22, quando la prima vittoria di Chavez ha aperto un ciclo di trasformazioni in America Latina. Una buona parte dell’opinione pubblica internazionale continua a non capire perché, se in Venezuela c’è una dittatura immersa in una “guerra civile”, si possano realizzare elezioni in pace, senza morti e con risultati simili (in quanto a partecipazione e appoggio al vincitore) ad altri processi elettorali del continente.

Un sistema di votazione a prova di brogli

E’ utile ricordare che il sistema di voto elettronico è stato dichiarato anche dall’ex-Presidente Jimmy Carter (non sospetto di simpatie chaviste) come uno dei piu sicuri al mondo[1]. Infatti, il processo elettorale si apre con l’identificazione dell’impronta digitale dell’elettore. Una volta identificato, passa ad esprimere un voto elettronico in una macchina che emette una ricevuta di verifica, che a sua volta l’elettore  introduce nell’urna. Il risultato elettronico deve quindi coincidere, seggio per seggio,  con iI conteggio del voto cartaceo a chiusura delle urne. Sia all’interno dei seggi, che nel Consiglio Nazionale Elettorale sono presenti rappresentanti di lista di tutti partiti, che assistono a tutte le fasi dello spoglio per garantire la trasparenza del voto.

Il dato polemico dell’astensione, i fatti hanno la testa dura. Ma andiamo con ordine.

  • In Venezuela l’astensione storica è di circa il 25-30%. A questa c’è da aggiungere una percentuale della popolazione che è emigrata in questi anni a causa della difficile situazione economica.
  • In un Paese dove il voto non è obbligatorio, l’astensione è stata del 54%, con una partecipazione del 46%. Su questo dato ha battuto molto la destra e i grandi media internazionali, schierati da tempo contro il processo bolivariano.  Com’è noto, la parte più oltranzista e violenta dell’opposizione non si è voluta presentare e la destra rivendica la vittoria dell’astensione. Ma la verità è che questa volta ha votato un 4,5% in più dello scorso anno, in occasione della polemica elezione dell’Assemblea Nazionale Costituente (41,53%).

Un rapido confronto con altri Paesi latino-americani, mostra che il Presidente colombiano Santos nel 2010 è stato eletto con un 50,1% di astensione, che nel 2014  ha raggiunto il  52,03%. In Cile (dove tuttora vige la costituzione di Pinochet, e che pretende di dare lezioni di democrazia) Sebastian Piñera è stato rieletto con il 51% di astensione. Il caso del Brasile è ancora più sfacciato, dato che Temer è alla presidenza grazie ad un colpo di Stato e mantiene in prigione Lula, che potrebbe vincere le prossime elezioni. Per non parlare degli Stati Uniti dove Trump ha ottenuto il 27% dei voti (un paio di milioni in meno della Clinton), ma grazie alla legge elettorale è stato proclamato vincitore. E nelle elezioni francesi del 2017, al primo turno Macron è stato votato con un’astensione del 50,2%…

Mentre la destra oltranzista avoca a sè l’astensione, viceversa diversi analisti sostengono che una sua buona parte sia frutto del malcontento di settori chavisti stanchi di non vedere risolti problemi come l’alta inflazione, l’accaparramento ed il mercato nero che provocano la scarsezza di alimenti ed i prezzi proibitivi, la mancanza di medicine, etc.  Questi settori chavisti (che non voterebbero mai l’opposizione) avrebbero adottato la strategia dell’astensione-castigo. Insomma, la rivoluzione bolivariana ha vinto, ma non sarebbe riuscita a convincere una parte importante della popolazione.

Il labirinto dell’opposizione divisa

Il 20 maggio l’opposizione ha perso l’occasione della sua vita. Se davvero, come dicono, gode dell’appoggio della stragrande maggioranza della popolazione, perché non si è presentata con un candidato unico per vincere Maduro ? Non lo ha fatto, con la scusa della mancanza di trasparenza del sistema elettorale, perché sicura di perdere. 

L’opposizione è divisa al suo interno. In queste elezioni si sono presentati 3 candidati di opposizione, che non hanno accettato i diktat degli Stati Uniti e delle loro litigiose e corrotte marionette locali, riunite nell’auto-dissolta Mesa de Unidad Democratica (MUD). Queste elezioni sono la sconfitta dell’opposizione violenta, quella che ha assassinato e bruciato vive persone povere, negre o chaviste, quella che aveva scommesso su una strategia di scontro violento. Una strategia di destabilizzazione per cercare di vincere con la violenza quello che non sono mai riusciti a vincere con i voti. Una strategia sconfitta da un popolo  organizzato, che nel 2015 aveva castigato il chavismo, ma che non ha mai avallato, nè elettoralmente, nè politicamente la violenza, il golpismo, gli appelli all’intervento straniero dei “vende-patria”.

L’aggressione di cui è stato oggetto l’ex Premier spagnolo Zapatero (non sospetto di simpatie chaviste) in un seggio elettorale della classe alta di Caracas, evidenzia i tratti fascisti della parte violenta dell’opposizione, tanto cara a Renzi ed al governo Gentiloni.

Il portato di questa tornata elettorale sedimenta una divisione dell’opposizione, ed una riconfigurazione della stessa in cui potrebbero dominare i settori favorevoli alla strategia elettorale, diversi dalla moribonda Mesa de Unidad Democrática (MUD). C’è da segnalare inoltre la nascita di un neonato spazio politico “evangelico” sulla falsa riga di quanto già avviene in altri Paesi del continente, Brasile in testa.  

La campagna elettorale

La campagna elettorale da parte del governo è stata caratterizzata da una scarsa rilevanza dei programmi, e dei risultati ottenuti. Al contrario, secondo la sociologa Maryclén Stelling, la priorità è stata data alle motivazioni, alla persuasione con messaggi affettivi, diretti alle emozioni e non alla razionalità dell’elettore. E’ stata una campagna fatta di simboli, immagini, retorica ed emozioni, diretta a mobilitare sulla base della polarità vittoria-sconfitta. Con un’attenzione particolare alle “percezioni” della critica situazione economica, sociale e politica, con il fattore “pericolo” rappresentato dai vari candidati in lizza. 

Non ha funzionato la campagna di “elogio dell’astensione”, amplificata dai centri di potere internazionali. Un errore già commesso in passato da alcuni settori dell’opposizione, con un “salto nel buio” che fa l’occhiolino ad un possibile intervento militare straniero. Senza sorprese la copertura dei grandi media internazionali (tra cui quelli italiani), con fake news di notizie e foto false: alcuni hanno parlato addirittura del 90% di astensione, con foto dei seggi vuoti, scattate prima della loro apertura.

Trump, la UE, la OEA

Gli Stati Uniti non stanno, né staranno a guardare. Un Paese con un governo che espelle migranti, che costruisce muri, che minaccia e cospira contro la pace mondiale, che semina di basi militari il continente, che promuove colpi di Stato, che spia le comunicazioni dei governi di mezzo mondo. Un governo  che ha posto l’imperialismo al centro della sua dottrina politica, economica, militare. Che, attraverso il Comando Sud, riedita la “Dottrina Monroe” (America agli americani) e pensa di estendere la propria aggressiva giurisdizione su tutti coloro che difendono la propria sovranità politica, economica, territoriale. Un Paese con gli ultimi 3 governi che hanno dichiarato il Venezuela una “minaccia inusuale e straordinaria” per la propria sicurezza. Se non fosse serio, ci sarebbe da ridere, dato che, al contrario degli Stati Uniti, il Venezuela non ha mai fatto la guerra a nessuno.

Da un pezzo gli Stati Uniti non hanno nessuna autorità morale per ergersi a paladini della libertà e della democrazia. Ma il loro obiettivo è chiaro: disfarsi di un “cattivo esempio” e allo stesso tempo riappropriarsi del petrolio, coltan, gas, acqua, torio, bio-diversità ed altre risorse strategiche.  Con l’aiuto della Colombia di Santos, alleato fedele che ha appena annunciato l’adesione alla NATO. Le classi dominanti ed i governi dell’Unione Europea scimmiottano, supini, l’impero. In una farsa da 4 soldi, si sciacquano la bocca con parole altisonanti di cui ignorano volutamente il significato reale. Tuonano contro la corruzione i governi più corrotti, a cominciare da quello spagnolo, in buona compagnia dell’italiano. Parlano di democrazia, mentre la asfissiano a casa propria con le delinquenziali politiche di “austerità” e la criminalizzazione delle lotte sociali. Mentre cresce sempre più la distanza tra governanti e governati.

Luis Almagro, il patetico burattino Segretario della screditata Organizzazione degli Stati Americani (OEA), agisce da proconsole dell’impero, da centravanti di sfondamento, organizzando nel “Gruppo di Lima” la destra continentale al governo. 

C’è spazio per il dialogo?

La rielezione di Nicolás Maduro per un altro mandato di 6 anni, smaschera la manipolazione dei sondaggi e le patetiche denunce di brogli che si ripetono puntuali, ogni volta che l’opposizione perde le elezioni. In campo internazionale, nonostante i tentativi di isolamento, il Venezuela bolivariano presiede la OPEP, l’ALBA, Petro Caribe, ed il Movimento dei Paesi Non Allineati (180 Paesi). All’interno del Paese, il governo rilancia il dialogo con i diversi settori economici e politici.  E a proposito di dialogo, il governo venezuelano ha deciso di mandare un segnale di tregua a Washington con la liberazione di Joshua Holt, un mormone statunitense detenuto da 2 anni perché trovato in possesso di armi da guerra. Ma la sfida principale continua ad essere la  grave situazione economica, la corruzione,  la minaccia di violenze di piazza, ed un possibile intervento straniero. Si ricordi che l’opposizione, su ordine di Washington,  si è rifiutata all’ultimo momento di firmare  un accordo raggiunto con il governo a Santo Domingo, alla presenza di mediatori internazionali. Washington, Bogotá e Madrid gettano benzina sul fuoco, in buona compagnia della Conferenza Episcopale venezuelana che da tempo promuove la violenza.

Il giorno dopo la scadenza elettorale la situazione è sempre grave. Continua la “guerra a spettro completo”, con un bloqueo sempre più rigido e nuove sanzioni a cui si è aggiunta l’Unione Europea. Si inasprisce la via crucis delle transazioni finanziarie internazionali.

L’ultima denuncia venezuelana riguarda il blocco da parte delle banche statunitensi (su ordine di Trump) di sette milioni di dollari destinati all’acquisto di medicine per la dialisi di migliaia di persone. Il governo colombiano, una settimana prima delle elezioni, ha impedito l’arrivo di 400 tonnellate di cibo destinate ai Comitati Locali di Rifornimento e Produzione (CLAP), un sistema di distribuzione territoriale per far fronte al bloqueo economico-finanziario. Per non essere da meno, il governo del Guatemala (che un minuto dopo Trump ha annunciato lo spostamento della sua ambasciata a Gerusalemme) ha negato il visto ad atleti venezuelani che dovevano partecipare ai giochi pan-americani. E mentre gli amministratori della multinazionale Kellogg’s hanno cercato di chiudere la fabbrica, il governo di Maduro ne ha decretato la gestione operaia.

Come tutti i governi del mondo, anche il governo Maduro ha i suoi difetti ed ha commesso errori. Ma la maggioranza degli elettori venezuelani ha dato un voto di fiducia a Maduro per risolvere la crisi economica indotta. Piaccia o no, il chavismo ha più appoggio dell’opposizione e del suo progetto di ritorno al neo-liberismo in salsa caraibica. La chiave di volta sta nel rispettare la volontà di un popolo che, nonostante le dure critiche  ed autocritiche,  vuole camminare con le proprie gambe, continuare a sognare con gli occhi aperti il sogno di Simón Bolívar,  e non tornare al passato.

[1] “Delle 92 elezioni che abbiamo monitorato, direi che il processo elettorale in Venezuela è il migliore del mondo” https://actualidad.rt.com/actualidad/view/54145-jimmy-carter-sistema-electoral-venezolano-mejor-mundo

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