Venezuela, una storia già vista

Quello che sta avvenendo negli ultimi mesi in Venezuela è un film già visto purtroppo molte volte negli ultimi anni. La tram è sempre la stessa: pressioni, sanzioni economiche di vario tipo, attacchi mediatici, atti di terrorismo che hanno lo scopo di portare al cambiamento di governo della nazione divenuta l’obiettivo degli  Stati Uniti.

Se tutto ciò non è sufficiente a far capitolare il governo in carica allora si lascia aperta l’opzione militare ovvero si inizia un’altra guerra umanitaria. 

30marzo 2019 di Andrea Puccio

Negli ultimi venti anni le guerre intraprese dagli  Stati Uniti contro governi definiti una minaccia contro gli interessi, aggiungo io economici, del governo a stelle e strisce sono state molte. Si inizia con l’Afganistan, poi si continua con l’Iraq, la Libia e la. Siria. Tutte hanno avuto per scusa, come è abbondantemente noto, lalotta al terrorismo di matrice islamica, divenuto il grande nemico delle democrazie occidentali dopo i fatti dell’11 settembre 2001. Ma i motivi che le hanno scatenate sono evidentemente altri.

Il controllo delle risorse economiche e la posizione geografica di questi paesi sono le cause per cui vengono definiti una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti. Le materie prime, soprattutto il petrolio, sono alla base dei conflitti. Il controllo del petrolio, del gas, delle terre rare e cosi via è imprescindibile per mantenere il controllo sull’economia che questa globalizzazione ci ha consegnato. Avere, illimitatamente, a disposizione le materie prime permette a quella élite di miliardari che controlla l’economia e detta le decisioni alla politica, diventata mera esecutrice di tali disposizioni, di arricchirsi sempre di più e di mantenere il potere che la ricchezza gli conferisce. Avere paesi amici dove piazzare basi militari come l’Afganistan ad esempio, permette al colosso statunitense di avvicinarsi alla Cina e alla Russia, considerati oramai concorrenti diretti degli Stati Uniti per il controllo economico e politico del pianeta, in una logica di unipolarità.

Il Venezuela fa parte di quei paesi che gli  Stati Uniti considerano una minaccia alla  loro sicurezza. Non solo per le sue materie prime di cui è ricchissimo ma anche per il suo ruolo politico nella regione. Bisogna ricordare che, secondo la dottrina Monroe, l’America Latina è considerata il cortile degli Stati Uniti, un subcontinente da sfruttare e depredare per i loro interessi. Un governo che usa  proventi del petrolio per sviluppare la nazione ovviamente va contro ogni regola della nuova globalizzazione.

Ma perché l’amministrazione Trump, in questo momento, avrebbe deciso di attaccare così massicciamente il governo di Nicolas Maduro? In realtà la guerra contro il Venezuela non è mai cessata da quando è andato al potere Hugo Chavez, ma negli ultimi mesi ha preso una piega davvero preoccupante. Come scritto in precedenza il paese è ricchissimo di materie prime che le industrie statunitensi non vedono l’ora di sfruttare, quindi un cambio di governo è richiesto al Presidente Trump, probabilmente, per sdebitarsi dell’appoggio elettorale ricevuto. Mettere le mani sul Venezuela rappresenterebbe poi un grosso colpo per riappropriarsi dell’America Latina. Vi è inoltre un aspetto puramente politico. In questo momento il Presidente Trump si trova isolato: il Congresso è nelle mani dei democratici e parte dei repubblicani non approvano la sua politica. Cercare un nemico da sempre fa parte della strategia per ricompattare il paese attorno al presidente, poi le elezioni del 2020 si avvicinano. Il Venezuela fa proprio al caso suo, infatti non solo l’elettorato Repubblicano vorrebbe mettere le mani sulle risorse del paese ma anche i Democratici che rappresentano una grande parte della ricca borghesia statunitense sono interessati allo sfruttamento delle risorse venezuelane.  Insomma un crollo di Maduro non dispiacerebbe a nessuno. Non pensiamo che i democratici siano riluttanti all’uso della forza, basta ricordare che il Premio Nobel per la Pace Barak Obama ha iniziato le guerre contro la Libia e la Siria. Autorizzare un’invasione del Venezuela è solo un problema politico a meno che non ci sia un buon motivo che scavalchi la questione politica.

La ricerca di un caso che giustifichi un intervento armato per ristabilire le condizioni democratiche messe a rischio dal mancato rispetto dei diritti umani è quello che l’amministrazione Trump sta cercando. Occorre creare un incidente che permetta a tutti i membri del Congresso di votare a favore della guerra umanitaria, di fronte alla palese violazione dei diritti umani non ci si può dividere, questo è un argomento troppo importante che travalica le proprie posizioni politiche. Sui diritti umani non rispettati dai governi che minacciano gli interessi americani si sono giocate le sorti di milioni di persone che avevano la sola colpa di essere nate nel posto sbagliato. Basta ricordare le mai trovate armi di distruzione di massa di Saddam Hussein o il rischio di una carneficina degli oppositori di di gheddafi in Libia. La supposta, perché sempre di supposta violazione dei diritti umani si parla, mai di certa e sicura violazione, è divenuta la scusa per iniziare una nuova guerra. La Carta Universale dei Diritti Umani approvata dall’Assemblea delle Nazioni Uniti è usata oramai da molti anni quale mezzo per etichettare una nazione come buona o cattiva senza mai ricordare che nessuno dei paesi che l’hanno ratificata la rispetta integralmente. Gli stessi Stati Uniti che si ergono a giudice internazionale per il suo rispetto sono i primi violatori sistematici.  Iniziano guerre senza nessuna autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, bombardano popolazioni civili, usano armi chimiche proibite, nel loro paese esiste ancora di fatto discriminazione tra bianchi e neri, e cosi via.Per la costruzione di un caso che giustifichi l’uso delle armi contro un altro paese occorre inoltre creare un consenso unanime, che faccia passare la guerra quale ultimo mezzo, dopo aver tentato invano di convincere il governo in tutti i modi possibili al rispetto  della propria popolazione, per riportare la democrazia oramai da tempo sistematicamente calpestata. Il compito di convincere la riluttante opinione pubblica che la guerra è rimasta l’ultima via percorribile è delegato ai sempre disponibili mezzi di informazione. Non si creano più campagne mediatiche ad hoc su un determinato paese o argomento ma si alimenta costantemente un rumore di fondo, come lo definisce Giulietto Chiesa in un suo libro, allo scopo di insinuare nelle menti della popolazione notizie vere, presunte o false. Chi riceve questo costante bombardamento di informazioni non è più in grado di distinguere le notizie vere da quelle false, perde la capacità di giudizio e alla fine percepisce tutto come vero, compreso la necessità di un intervento armato per riportare la democrazia in un paese.

In Venezuela si sta combattendo una guerra con questi mezzi.

Premesso che è evidente a tutti che qualche problema esiste, non si può però far ricadere tutta la responsabilità, come il rumore di fondo vorrebbe farci credere, sul governo in carica. Aver basato tutta l’economia sull’esportazione del petrolio senza aver sviluppato un sistema industriale interno ha esposto il paese ai mercati esteri per l’approvvigionamento delle merci di uso quotidiano. Ma le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e ratificate dalla sempre accondiscendente Unione Europea hanno privato il Venezuela di importanti risorse economiche necessarie per l’acquisto dei prodotti che la popolazione necessita. Le sanzioni iniziano quando, nel 2014, l’allora Presidente Obama emette un decreto che definisce il Venezuela una minaccia improvvisa e inusuale alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Ci vuole tanta fantasia per vedere in una nazione come il Venezuela una minaccia al paese più potente ed armato del mondo. Ovviamente la minaccia non era militare ma economica, cioè si minacciavano gli interessi di chi voleva appropriarsi delle risorse energetiche che il Venezuela dispone. Un dato su tutti: il paese sudamericano dispone della riserva certificata di petrolio più grande al mondo. La elevata inflazione è artificialmente indotta. Il valore del Bolivar non è determinato dai mercati monetari internazionali come tutte le valute mondiali ma deciso da una pagina internet, Dollar Today, dove  giornalmente si pubblica il cambio con il dollaro. Come se il valore Euro/Dollaro fosse definito non dalla Borsa ma da un sito di Miami.  Con l’arrivo del nuovo inquilino alla Casa Bianca le sanzioni e gli attacchi continuano con maggiore forza.

Gli avvenimenti degli ultimi due mesi evidenziano come l’amministrazione  sia decisa in tutti i modi a riprendersi il petrolio venezuelano. A fine gennaio un perfetto sconosciuto, eletto per il rotto della cuffia alle ultime elezioni nell’Assemblea Nazionale con poco più di 90 mila voti, Juan Guaidò, come in un film di Totò e Peppino de Filippo,  si presenta nel mezzo di una piazza e si proclama Presidente della nazione. Il motivo sarebbe che non riconosce le elezioni che si sono svolte il maggio dell’anno scorso che hanno eletto Nicolas Maduro alla presidenza perché viziate da brogli elettorali nonostante fossero state certificate da tutti gli organismi internazionali presenti. Nota curiosa: delle 25 elezioni svoltesi negli ultimi venti anni la destra venezuelana ha riconosciuto legittime, ovvero senza brogli, solo le due che hanno vinto. Prontamente gli Stati Uniti, sempre pronti ad agitare la bandiera del diritto internazionale, e poi la sodale Europa riconoscono Juan Guaidò Presidente del Venezuela. Alla fine saranno 52 le nazioni che lo riconosceranno, solo il 26 per cento dei paesi che fanno parte dell’Onu, abbastanza pochi mi sembra. Iniziano le notizie su una presunta crisi alimentare, la popolazione venezuelana starebbe letteralmente morendo di fame.

Per aiutare questa gente gli Stati Uniti bloccano opportunamente i conti correnti riconducibili al Venezuela nelle sue banche per un ammontare di 30 miliardi di dollari, ma come sempre, animati da buoni propositi, propongono un aiuto alimentare e sanitario per un valore di 20 milioni di dollari, sufficiente per solo 20 mila persone, Avete letto bene: la popolazione soffre una biblica fame e per aiutarli prima gli rubo 30 miliardi di dollari i poi faccio l’elemosina con 20 milioni di dollari, cioè 1500 volte meno di quello che ho rubato. Ma come sempre tutti zitti anestetizzati dal continuo bombardamento di false notizie che dipingono il paese in una crisi umanitaria senza precedenti. Il Consiglio di Pace del Canada e il Consiglio di Pace degli Stati Uniti in un comunicato del 16 marzo affermano che dal viaggio che hanno effettuato in Venezuela nei giorni precedenti risulta che non esiste nessuna crisi umanitaria. Perché dovrebbe essere attendibile? semplicemente perché se avessero affermato il contrario tutti i mezzi di informazione lo avrebbero citato e avrebbero continuato a gridare alla crisi. Perché poi tutte le notizie che scagionano il governo venezuelano devono essere provate mille volte mentre quelle provenienti dal Dipartimento di Stato americano sono sempre prese come oro colato?

Il 22 febbraio al confine tra Colombia e Venezuela, nella città di Cucuta, si è svolto un concerto per la pace organizzato per portare l’attenzione dei giornali sull’imminente tentativo, programmato per il giorno successivo, di far entrare contro il volere del governo in Venezuela il tanto pubblicizzato aiuto umanitario, gentilmente donato dal governo nordamericano. Stravagante scelta che un concerto sia stato organizzato da un magnate britannico per esortare il Venezuela alla pace quando la guerra è intrapresa proprio da chi organizza il concerto. Concerto costato solo per gli ingaggi per gli artisti 46 milioni di dollari. Ma il popolo venezuelano non muore di fame? Allora non era meglio comprargli del cibo invece di rinfrancargli lo spirito con quattro note musicali? Il giorno successivo la carovana dei buon samaritani ha cercato di introdurre l’aiuto umanitario in Venezuela senza successo. Visto l’insuccesso alla polizia colombiana non è restato altro che far lanciare bottiglie incendiarie verso i  camion con gli aiuti incenerendoli. Subito i pronti giornalisti presenti hanno addossato la colpa alla polizia di frontiera venezuelana per poi scoprire attraverso un video pubblicato sul sito del New York Times, noto giornale comunista, che effettivamente le bottiglie incendiarie provenivano dal lato colombiano della frontiera.

Alle ore 16.54 del 7 marzo un cyber attacco al sistema centrale di controllo della centrale idroelettrica della diga Simon Bolivar, la più grande del paese che somministra il 70 per cento dell’energia elettrica, blocca completamente l’erogazione elettrica lasciando il Venezuela al buio per tre giorni. Alcune ore dopo il blocco dei computer, quando si stava cercando di riavviare il sistema, un attacco elettromagnetico e vari attentati alle centrali di distribuzione dell’energia elettrica manda il sistema  nuovamente in tilt. Una intera nazione resterà senza elettricità, acqua, telefoni, comunicazioni, trasporti, assistenza sanitaria e così via per vari giorni. Mentre i tecnici, dopo pochi minuti dal primo attacco, cercavano di capire cosa fosse avvenuto, brancolando, ironia della sorte, nel buio, il Senatore americano Marco Rubio annunciava al mondo intero che la centrale idroelettrica Simon Bolivar aveva smesso di funzionare. Un bel tempismo non c’è che dire. Ovviamente la colpa dell’accaduto è stata fatta ricadere sul governo di Nicolas Maduro incapace, a loro dire, di non essere in grado di provvedere alla manutenzione dell’impianto ma molto solerte nell’avvertire il proprio portavoce Marco Rubio di avvisare il mondo intero dell’accaduto.

Ma Juan Guaidò che fine ha fatto?

Oramai non più necessario perché la sua autoproclamazione non è servita a scatenare una sommossa popolare adesso non lo nomina più nessuno, è tornato nell’oblio da cui era venuto. All’indomani dell’attacco alla centrale idroelettrica il nuovo Presidente ha convocato una manifestazione di protesta contro il governo a cui hanno partecipato poche decine di persone. Nonostante tutti questi tentativi di indurre la popolazione a insorgere contro il governo i cittadini venezuelani continuano a sopportare stoicamente l’ingerenza degli Stati Uniti nelle loro vite. 

Spero oramai sia chiaro a tutti che l’amministrazione Trump sta cercando in tutti i modi di creare un caso per giustificare un intervento armato, necessario, come precedentemente scritto, per causare la giusta emozione nei membri democratici del Congresso. Un caso di supposta violazione dei diritti umani che scuota le coscienze di chi ancora è riluttante, solo per opportunità politica, a procedere con l’uso delle armi contro il Venezuela. Spero sia chiaro, inoltre, che i diritti umani delle popolazioni non interessano a nessuno e che sono utilizzati solo come pretesto per portare i paesi disobbedienti sulla retta via del nuovo ordine mondiale.

  • Perché se così non fosse tutti gli attacchi che il Venezuela, e non solo, subisce non sono una palese violazione dei diritti umani dei cittadini?
  • Impoverire interi continenti depredandoli delle loro materie prime non è una violazione dei diritti di quelle popolazioni?

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