02212018Headline:

America Latina: ciclo economico e dinamiche geopolitiche

“La ricerca effettuata cerca di indagare sulle correlazioni intercorrenti fra l’andamento politico dell’ultima parte della Stagione dei governi progressisti latinoamericani (dopo il 2014) e quello del corrispondente ciclo economico macroregionale, considerando anche la struttura economica ed il modello di sviluppo che caratterizza i paesi dell’area.”

10febbraio 2018 di Andrea Vento, Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

Una fase storico-geopolitica iniziata col nuovo millennio sostanzialmente in modo inatteso che, dopo il trentennio delle dittature civico-militari degli anni 50′-60′-70′ ed il difficile ritorno a forme incompiute di democrazia degli anni 80′, ha portato al centro dell’azione politica significative nuove istanze: il rispetto delle regole democratiche, la difesa dei diritti umani e l’attuazione di politiche più sensibili alle istanze sociali. I governi progressisti, nelle varie declinazioni nazionali, insediati in questi anni in Venezuela (il primo nel 1999), Brasile, Argentina, Cile, Bolivia, Uruguay, Ecuador, Paraguay, Nicaragua, Panama, Guatemala, Honduras (benché scosso da un golpe nel giugno 2009[1]), e, a fine 2014, dal Salvador, hanno conseguito importanti progressi in ambito sociale e dato origine al processo di integrazione regionale Sud-Sud più avanzato su scala globale.

Il conseguimento di tali risultati è stato indubbiamente favorito dal trend rialzista delle quotazioni delle commodities agricole, minerarie ed energetiche del primo decennio del XXI secolo. Una volta esauritasi nel 2011 la fase delle quotazioni elevate delle materie prime agricole e minerarie e nel 2014 quella del petrolio, le entrate valutarie dei paesi sudamericani hanno subito una sensibile contrazione mettendo a rischio la sostenibilità dei bilanci statali e il mantenimento delle politiche redistributive, come le varie Missiones in Venezuela e Fame Zero e Bolsa Familia in Brasile, creando inevitabilmente malcontento popolare ed inevitabili ripercussioni di carattere politico. Alla luce di questa breve sintesi introduttiva cercheremo ora di provare ad interpretare le interazioni fra le dinamiche politiche e quelle economiche del subcontinente negli ultimi anni.

Muta lo scenario geopolitico latinoamericano

I primi segnali preoccupanti per il campo progressista latinoamericano iniziano a manifestarsi a fine 2015 con la vittoria delle destre alle elezioni parlamentari in Venezuela e del liberista Mauricio Macri alle presidenziali in Argentina, successo che mette fine, dopo 15 anni, alla stagione del peronismo di sinistra guidato dalla famiglia Kirchner, prima con Nestor e, dopo la sua morte, con la moglie Cristina.

E’, tuttavia, il “Golpe istituzionale” consumato ai danni di Dilma Rousseff in Brasile nell’estate del 2016 che, oltre a chiudere la lunga fase di governi del Pt (Partito dei lavoratori) iniziata nel 2002, determina lo spostamento a destra dell’asse geopolitico sudamericano, cambiandone gli equilibri preesistenti, anche all’interno delle organizzazione sovranazionali. In particolare, è il Mercosur a subirne gli effetti più diretti con la creazione di un blocco maggioritario di paesi di destra (Brasile, Argentina e Paraguay) che avvia un processo di cambiamento della strategia commerciale, favorendo le relazioni con le potenze del Nord tramite accordi di libero commercio (Tlc) a scapito di quelle fra i paesi membri e crea una frattura interna che isola il Venezuela di Maduro, unico paese membro con governo marcatamente di sinistra. Le pressioni politiche esercitate contro il governo bolivariano, frutto di una strategia internazionale, hanno addirittura portato alla sospensione del Venezuela dal Mercosur nel dicembre del 2016 a seguito dell’azione propugnata dai tre paesi del neo costituito gruppo conservatore, decisione peraltro frutto di mediazione da parte dell’Uruguay che ne ha, almeno al momento, evitato l’espulsione. L’aspetto paradossale, oltre che inquietante della vicenda, è riconducibile al fatto che dei 3 governi che hanno operato per l’espulsione del Venezuela, due (Paraguay e Brasile) sono figli di “Golpe istituzionali”.

La recente congiuntura economica

Dal punto di vista economico, dopo una lunga fase espansiva (grafico 1), il subcontinente ha attraversato a partire dal 2014 una congiuntura sfavorevole, in parte legata al riaffermarsi del modello di sviluppo estrattivista, dipendente dall’esportazione di prodotti primari e dal conseguente andamento delle loro quotazioni sui mercati finanziari. La contrazione dei valori delle commodities[2] ha spinto in recessione il Brasile, l’Argentina e il Venezuela, 3 fra le principali 4 economie del Sud America, facendo registrare una battuta d’arresto all’intero subcontinente (tabella 1).

Grafico n.1: la crescita del pil del Brasile (prima potenza economica latinoamericana) nel periodo 2001-2011 e la successiva recessione (Fonte: Fondo Monetario Internazionale)
Tabella 1: variazioni percentuali del Pil anni 2014 – 2015 – 2016 e 2017 delle principali potenze economiche sudamericane, dell’America Latina e Caraibica e delle sue sub-regioni.

Variazione percentuale del Pil in America Latina anni 2014 – 2017. Fonti: Fondo Monetario Internazionale e Cepal

  Dati rilevati   Fmi Dati rilevati  Cepal Dati rilevati  Cepal Preliminare Cepal
Anno 2014 2015 2016 2017
Brasile + 0,1 – 3,8 – 3.5  + 0,9
Argentina – 2,5 + 2,5 – 1,0 + 2,9
Venezuela – 3,9 – 5,7 – 8,0  – 9.5
America Latina e Caraibica + 1,0 – 0,1 – 1,1 + 1,3
America istmica + 3,9 + 4,2 + 4,5[3] + 3,3
Caraibi + 4,3 + 3,9 – 1,7 + 0,1
Sud America + 0,3 – 1,3 – 2,4 + 0,8

L’America Latina, dopo il -0,1% del 2015, ha chiuso infatti il 2016, secondo i dati della Cepal[4], con una contrazione media del Pil pari a -1,1%. seppur con dinamiche contrastanti fra le varie regioni interne. La negativa fase latinoamericana è stata indubbiamente condizionata dal rallentamento del ciclo economico del Brasile che, iniziato nel 2012 (+ 1,8%), è sfociato in vera e propria recessione nel 2015 (-3,8%) e nel 2016 (-3,5%). La recessione del Brasile, locomotiva latinoamericana e settima potenza economica a livello mondiale, sommata a quella di Argentina (-1% nel 2016) e Venezuela (-3,9% nel 2014, -5,7% nel 2015 e nel 2016 addirittura -8%) ha inciso soprattutto sul ciclo economico dell’America Meridionale che ha  presentato di gran lunga le maggiori criticità fra le varie sub-regioni: dopo il -1,3% del 2015, si è addirittura scesi al -2,4% dello scorso anno.

I dati relativi del commercio internazionale, diffusi dalla Cepal a fine 2016 (vedi tabella n 2), hanno impietosamente certificato che, per l’America Latina, quello appena concluso, anche a causa della crisi deflagrata nel 2008, è stato addirittura il peggiore degli ultimi otto decenni. La relazione sottolinea come la quota regionale delle esportazioni mondiali di beni e servizi sia diminuita di circa il 6% negli ultimi 15 anni, perdendo significative quote di mercato nel campo dei beni ad alta tecnologia e nelle telecomunicazione, a vantaggio dei paesi emergenti asiatici, Cina in particolare. La ricomposizione del paniere dell’export latinoamericano registra un aumento percentuale delle commodities a conferma del processo in atto di ri-primarizzazione estrattivista dell’economia con la duplice caratterizzazione mineral-energetica e mono-agro-esportatrice.

Tabella 2: variazioni percentuali dell’import e dell’export anni 2014 – 2016 secondo la Cepal[5]

Evoluzione delle esportazioni e delle importazioni in America Latina, triennio 2014 2015 – 2016

 

Esportazioni Importazioni
  2014 2015 2016 2014 2015 2016
America Latina e Caraibi – 2,9 – 14,7 – 5,0 + 2,0 – 8,8 – 9,4
America Latina – 2,5 – 14,5 – 4,7 – 1,9 – 8,7 – 9,4
Sud America – 7,1 – 22,4 – 6,3 – 5,1 – 18,8 – 16,7
America Centrale + 4,7 – 1,6  – 1,2 + 2,0 – 1,2 – 5,0
America Caraibica – 10,4  – 15,0 – 9.2 – 5,8 – 8,5  – 5,2
Argentina – 10,1 – 17,0 + 1,3 – 12,4 – 8,4 – 8,1
Brasile – 7,2 – 15,2 – 4,0 – 4,3 – 25,3 – 20,9
Venezuela – 15,8 – 50,0 – 26.1 – 16,9 – 22,3 – 35,7

La voce Caraibi include tutti  gli stati dell’area sia delle Grandi che delle Piccole Antille

Le ultime stime della Commissione Economica dell’Onu per l’America Latina e i Caraibi, riportano, a conferma della difficile fase macroeconomica, che nel 2016, il valore delle esportazioni della regione è diminuito per il quarto anno consecutivo a causa del ridotto dinamismo della domanda mondiale verso i suoi prodotti e della crescente incertezza. Tuttavia, il trend negativo dell’export, in parte legato all’andamento delle commodities, sembrerebbe in fase di attenuazione, appurato che la riduzione nel 2016 si attesta al – 5%  sostanzialmente inferiore a quella del 2015 (-14,7%).  Sul fronte delle importazioni, la riduzione nel 2016, al secondo anno consecutivo, del 9,4% non si discosta molto da quella dell’anno precedente (- 8,8%).

L’analisi della dinamica degli Investimenti Diretti Esteri (Ide) in entrata,[6] pubblicata dalla Cepal il 10 agosto 2017[7], non presenta un quadro molto distante da quello appena descritto per il commercio internazionale. Gli investimenti a carattere produttivo in America Latina e nei Caraibi, in netta prevalenza effettuati dalle multinazionali, sono diminuiti infatti del 7,9% (-14 miliardi) nel 2016 rispetto al 2015, per un totale di 167 miliardi di dollari, che rappresenta una riduzione del 17% rispetto al massimo raggiunto nel 2011. Nel 2016, l’America Latina ed i Caraibi hanno ricevuto il 10% degli IDE globali, in linea con la quota del 2015, ma inferiore al 14% circa raggiunto tra il 2011 e il 2014 a conferma del ridimensionamento della macro-regione sullo scenario globale. Questi risultati, afferma la Cepal, possono essere spiegati dai bassi prezzi delle materie prime e dal conseguente loro impatto sugli investimenti rivolti al settore delle risorse naturali, alle difficoltà economiche macroregionali e allo scenario globale di sofisticazione tecnologica e di espansione dell’economia digitale che tende verso una concentrazione di investimenti transnazionali nelle economie sviluppate.

Nonostante la tendenza al ribasso, gli IDE rappresentano il 3,6% del prodotto interno lordo della macroregione, superiore alla media globale del 2,5%, a conferma dell’elevato grado di dipendenza estera dell’economia latinoamericana, ancora contrassegnata da marcata subordinazione neocoloniale verso gli Stati Uniti e i paesi dell’Europa Occidentale. Infatti, per quanto riguarda i paesi di provenienza degli investimenti, lo studio indica un basso livello di diversificazione tant’è che il 73% del totale degli IDE continua a provenire dai paesi Occidentali. Tuttavia, se gli Stati Uniti col 20% si confermano principale paese investitore, dall’Unione Europea nel suo complesso  proviene il flusso maggiore di investimenti, pari addirittura al 53%. Il ruolo dominante degli Usa e dei paesi dell’Unione Europea è tuttavia incalzato dal crescente protagonismo di Russia e, soprattutto, Cina nel subcontinente. Infatti, afferma il documento della Cepal, se analizziamo il valore delle fusioni e acquisizioni[8] societarie nel 2016, il gigante asiatico è stato la quarta fonte di investimenti e, alla luce delle grandi operazioni che la Cina ha condotto nella prima metà del 2017, si prevede che questa partecipazione sia andata aumentando alla fine dell’anno appena concluso. Gli investimenti Diretti Esteri in entrata tendono a concentrarsi nelle principali economie latinoamericane oltre a quelle col maggior grado di internazionalizzazione dell’economia, evidenziando da questo punto di vista profondi squilibri interni alla macroregione. Infatti, quasi la metà dei flussi è assorbito dal solo Brasile (47%) che insieme a Messico (19%), Colombia (8%) e Cile (7%) – le 3 principali economie dell’Alleanza del Pacifico – hanno attratto nel 2016 addirittura l’81% del totale degli investimenti.

Il rapporto conferma inoltre che il 2016 è stato anche un anno debole per le società transnazionali latinoamericane, anche note come trans-latini. I flussi diretti dei FDI dai paesi dell’America Latina e dei Caraibi sono diminuiti del 50% per ripiegare a 24,609 miliardi di dollari.

2017: l’uscita dal tunnel della recessione

Per l’America Latina e Caraibica, tuttavia, i dati positivi del primo trimestre 2017 rilevati dalla Cepal che già presagivano il superamento della congiuntura economica negativa, si sono trasformati in ripresa effettiva nella “Panoramica preliminare delle economie dell’America latina e dei Caraibi 2017” diffusa dallo stesso organismo a dicembre, che indicavano un dato generale della macroregione pari a +1,3%, con la parte Istmica in fase di crescita più sostenuta (+3,3%) e quella Meridionale in ripresa con + 0,8%. In stagnazione invece l’area Caraibica con +0,1% a causa dei gravissimi danni provocati dai cicloni Irma e Maria che si sono abbattuti nell’area in settembre. Sicuramente l’isola più colpita nelle Piccole Antille è risultata quella occupata dallo stato di Dominica che ha registrato una riduzione del pil addirittura del 8,3%. Anche se la sub-regione più dinamica nel 2017 è stata la parte Istmica, dove infatti troviamo gli stati che registrano gli incrementi maggiori (+5,3% Panama e +4,9% Nicaragua), il ritorno in campo positivo dell’intero subcontinente è riconducibile all’uscita della recessione di Brasile (+0,9%) e Argentina (2,9%) e dalla conferma del Messico (2,2%), principali 3 economie latinoamericane. L’inversione di tendenza del ciclo economico dell’intera macroregione è principalmente riconducibile al trend positivo che, nel corso del 2017, ha caratterizzato le quotazioni delle commodities (tabella 3), soprattutto quelle dei prodotti energetici, con il petrolio che ha raggiunto a gennaio 2018 i 70 dollari al barile. Il Brent, passando da 50 a 70  dollari in sei mesi, ha intrapreso una tendenza che lascia speranze di ripresa per il 2018 al Venezuela, il quale registrando un pesantissimo -9,5% nell’anno appena concluso, ha visto sprofondare il pil, al quarto anno consecutivo di recessione, ad un -27,1% dal crollo delle quotazioni del petrolio di inizio 2014  (grafico 2).

Grafico n. 2: andamento della quotazione del petrolio dal 2005 a metà 2017

 2018: verso il consolidamento della crescita e il rischio del neoliberismo

 Sembrerebbe, anche alla luce delle previsioni per l’anno appena iniziato, che l’America Latina dal punto di vista economico sia indirizzata verso un consolidamento della crescita economica. La quale, tuttavia, visto il riemergere delle politiche neoliberiste nell’Argentina di Macri e nel Brasile del golpista Temer e il ritorno -dopo la recente vittoria di Piñera- della destra in Cile, ove i dettami della scuola degli economisti di Chicago non sono mai stati del tutto abbandonati anche con i vari governi di centro-sinistra, vi è il concreto rischio, se non la certezza, che questa non si traduca in sviluppo umano e avanzamento sociale per i ceti inferiori. Il nuovo corso del Mercosur, tutto spostato a destra, e l’annuncio del Trattato di Libero Commercio fra quest’ultimo organismo e l’Unione Europea, costituiscono sicuramente un cattivo auspicio per i movimenti sociali, indigeni e contadini che vedono il rischio concreto del ritorno in grande stile del neoliberismo nel subcontinente. Ed è proprio per non rischiare di veder svanire le conquiste sociali degli ultimi anni e scongiurare uno scenario di tipo europeo nel quale, a causa delle politiche neoliberiste e di austerity, la crescita economica si traduce in benefici per pochi e in un aumento degli squilibri socio-economici, che i partiti di sinistra ed i movimenti latinoamericani, si stanno organizzando, anche alla luce dei limiti e degli errori del passato, per le importanti tornate elettorali previste per il 2018, in primis le presidenziali in Brasile e in Venezuela, che potrebbero nuovamente cambiare gli equilibri geopolitici interni, almeno in Sud America, la più lontana, non solo geograficamente, da Washington.

Le oscillazioni del ciclo economico sembrano quindi giocare un fondamentale ruolo nelle dinamiche politiche interne dei paesi latinoamericani, in quanto in assenza di riforme strutturali incisive (riforma agraria e fiscale, superamento del modello estrattivista ecc), finiscono per condizionare la vita delle persone e, conseguentemente, di orientare gli esiti elettorali.

Tabella 3: Panoramica preliminare delle economie dell’America latina e dei Caraibi 2017

 America Latina e Caraibi: proiezioni di crescita 2017-2018. Fonte: Cepal – dicembre 2017

Paese o regione Variazione Pil 2017 Variazione Pil 2018
America Latina e Caraibi 1.3 2.2
Argentina 2.9 3.0
Bolivia 3.9 4.0
Brasile 0,9 2.0
Chile 1.5 2.8
Colombia 1.8 2.6
Ecuador 1.0 1.3
Paraguay 4.0 4.0
Perù 2.5 3.5
Uruguay 3.0 3.2
Venezuela -9.5 -5.5
Sud America 0.8 2.0
Costa Rica 3.9 4.1
Cuba 0.5 1.0
El Salvador 2.4 2.5
Guatemala 3.2 3.5
Haiti 1.3 2.2
Honduras 3.9 3.9
Messico 2.2 2.4
Nicaragua 4.9 5.0
Panama 5.3 5.5
Repubblica Dominicana 4.9 5.1
America centrale[9] e Messico 2.5 2.7
America centrale 3.3 3.6
Antigua e Barbuda 4.5 5.8
Bahamas 1.2 2.0
Barbados 1.5 1.5
Belize 2.5 2.4
Dominica -8.3 7.6
Granada 3.5 2.5
Guyana 2.9 3.5
Giamaica 1.2 1.3
Saint Kitts e Nevis 2.1 3.8
Saint Vincent e Grenadine 0.8 1.5
Santa Lucia 2.8 3.6
Suriname -0.7 0.7
Trinidad e Tobago -2.3 0.5
I Caraibi 0.1 1.5

Fonte: https://www.cepal.org/sites/default/files/pr/files/tabla_proyecciones_balancepreliminar2017.pdf

Tabella n. 4: variazione percentuale delle varie tipologie di Commodity anni 2016 – 2017

 Variazioni percentuali delle quotazioni delle Commodities. Fonte: Cepal 

  2016

rilevato

2017

previsione

Prodotti agricoli 4 3
Alimenti, bevande tropicali e semi oleosi 5 2
Materie prime per l’agricoltura 0 5
Minerali e metalli -2 16
Prodotti energetici -13 19
Totale materie prime -4 12
Totale materie prime escluso i prodotti energetici 1 9

Fonte: https://www.cepal.org/sites/default/files/presentation/files/170803_presentacion_ee_2017_final.pdf      

Nota metodologica, i dati sono stati selezionati dalle fonti citate nel testo e successivamente elaborati ed inseriti nelle tabelle dall’autore:

[1]) Il Presidente Manuel Zelaya, il 28 giugno 2009, dopo aver proposto un referendum che, attraverso una modifica della Costituzione, avrebbe dovuto rendere possibile un’estensione del mandato quadriennale ed una sua rielezione (nonostante il parere contrario della Suprema Corte), viene deposto da un colpo di stato  militare e trasferito nel vicino Costa Rica e sostituito ad interim da Roberto Micheletti  (anch’esso del Partito Liberale di centro-destra). Il Presidente in carica Hernandez, dopo aver ottenuto illegalmente la possibilità di essere ricandidato, sospende lo scrutinio delle elezioni presidenziali del 26 novembre 2017, che a 2/3 dello spoglio lo vedevano in netto svantaggio, per poi riprenderle nei giorni successivi con un netto cambiamento degli esiti. Una macroscopica truffa elettorale denunciata dalla comunità internazionale, Osa compresa, che viene tuttavia regolarizzata dal riconoscimento di Trump, dopo che l’Honduras, insieme ad altri 8 paesi (128 i favorevoli), ha votato contro la condanna dell’amministrazione Usa per la decisione di spostare l’ambasciata Usa a Gerusalemme, contro il diritto internazionale.

[2] Con il termine Commodity ci si riferisce alle materie prime, ovvero a quella particolare categoria di beni che viene scambiata sul mercato senza differenze qualitative. Principalmente sono prodotti minerari, energetici e agricoli. La loro quotazione è determinata nelle borse merci e sono oggetto di attività speculative che ne influenzano l’andamento dei prezzi.

[3] Per il 2016 e 2017 i dati della Cepal sono riferiti al gruppo CARD comprendente i paesi dell’America Istmica e la Repubblica Dominicana. I valori risultano superiori a quelli della sola parte istmica in quanto lo stato caraibico sta attraversando una fase di crescita sostenuta con +7% nel 2014, + 6,4% nel 2015 e una previsione per il 2017 del 6,2%.

[4] La Cepal è la Commissione Economica per l’America Latina e i Caraibi  è una delle cinque commissioni economiche regionali che riportano al Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite. Fu fondata dall’Onu nel 1948.

[5]Fonte: https://www.cepal.org/sites/default/files/pr/files/tabla_america_latina_y_el_caribe_evolucion_de_comercio_2015-17.pdf

[6]L’internazionalizzazione produttiva è uno degli aspetti centrali del fenomeno di globalizzazione dell’economia mondiale. Il principale strumento attraverso cui opera è quello dei flussi di investimenti effettuati dagli operatori in paesi diversi da quello dove è insediato il centro della loro attività ossia gli investimenti diretti esteri (IDE). 
Sono definiti IDE gli investimenti internazionali volti all’acquisizione di partecipazioni “durevoli” (di controllo, paritarie o minoritarie) in un’impresa estera (mergers and acquisitions) o alla costituzione di una filiale all’estero (investimenti  greenfield), che comporti un certo grado di coinvolgimento dell’investitore nella direzione e nella gestione dell’impresa partecipata o costituita. Secondo la definizione del FMI e dell’OCSE è definito IDE l’investimento in un’impresa estera di cui l’investitore possiede almeno il 10% delle azioni ordinarie, con l’obiettivo di stabilire un “interesse duraturo” nel paese, una relazione a lungo termine e una significativa influenza nella gestione dell’impresa.

[7] Fonte la Relazione sull’ Investimento estero diretto in America Latina e Caraibi 2017 pubblicata dalla Celac sulla base di dati preliminari e stime ufficiali al 15 giugno 2017

[8] Fusioni e acquisizioni in gergo finanziario: M&A, che sta per Mergers & Acquisitions

[9] l’America centrale include le Grandi Antille di lingua spagnola e francese (Cuba, Rep. Dominicana e Haiti)

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