Catalogna, dove saremo domani?

Per cercare di capire che cosa sta succedendo in Catalogna occorre guardare oltre la cronaca di questi giorni

1settembre 2017 di Ramon Luque*

Non si tratta di andare indietro nella storia per spiegare che il popolo della Catalogna rivendica da molto tempo la propria realtà nazionale. Voglio riferirmi al presente e al passato prossimo. Che cosa è successo negli ultimi tempi in Catalogna? In sintesi si sono incrociati tre elementi:

  • la profonda crisi economica che colpisce la Spagna dal 2008 e che ha avuto, sulla mobilitazione cittadina dei catalani, un impatto determinante;
  • una grave crisi della politica e del sistema costituzionale spagnolo nato nel 1978;
  • e infine una crisi istituzionale, senza precedenti in 40 anni di democrazia, fra i governi e le istituzioni di Spagna e Catalogna. 

Un cocktail esplosivo che non poteva che sfociare nella situazione incandescente di questi giorni. La crisi economica ha spinto nelle strade di Catalogna, a rivendicare diritti democratici di base, centinaia di migliaia di persone che non sono necessariamente indipendentiste, ma che vogliono decidere democraticamente sui temi che le riguardano. Azione di empowerment popolare non reversibile. Rivendicazioni nazionali e lotta per i diritti sociali si sono intrecciate strettamente.

D’altro canto, il governo del Partito popolare (Pp) di Mariano Rajoy persegue una politica di involuzione democratica che sta scavando un fossato non solo fra destre e sinistre, ma anche fra reazionari e democratici. E infine ci sono stati l’errore politico di Junts pel Sí (Uniti per il sì), la coalizione che governa la Catalogna, di orientarsi verso l’indipendenza unilaterale, senza l’appoggio maggioritario della popolazione, e la reazione autoritaria di Rajoy che ne è derivata. Le due cose hanno portato al maggiore scontro istituzionale dai tempi del ritorno alla democrazia.

Due errori politici che pagheremo cari: perché non c’è governo che possa imporsi ai catalani nella loro aspirazione a decidere del proprio futuro e perché l’indipendenza unilaterale non è un orizzonte che in Catalogna abbia un’ampia maggioranza democratica; dunque la divisione non è solo fra Catalogna e Spagna, ma anche fra catalani. Ecco le correnti di fondo del conflitto. Ma ovviamente la politica, la piccola politica in realtà, ha giocato le proprie odiose carte.

Di fronte a centinaia di migliaia di persone che si mobilitano ininterrottamente dal 2012 in modo pacifico, per esigere in primo luogo il diritto a decidere e poi direttamente l’indipendenza, alcuni petits politiciens (in primis Artur Más, presidente della Generalitat) hanno cercato di trasformare la propria maggioranza precaria in maggioranza parlamentare assoluta, convocando elezioni e adottando la tattica di nascondere dietro una bandiera la corruzione del partito; tutto ciò senza ottenere alcun risultato, se non la radicalizzazione del processo. Sull’altro lato c’è Mariano Rajoy, che ha sistematicamente rifiutato l’apertura di canali di dialogo con il governo catalano. Ha lasciato marcire la situazione alimentando un nazionalismo spagnolo rancido e cavernicolo, con l’obiettivo di consolidare il proprio consenso elettorale e mantenere in stato di crisi costante il Partito socialista (Psoe). Un irresponsabile? No. Un piromane reazionario.

Ma ora siamo dove siamo. La Catalogna ha smesso di essere un tema catalano. C’è un prima e un dopo il 1 ottobre. La Catalogna ormai non può più essere cancellata dall’agenda politica spagnola, anzi – forse – da quella europea.

Usciamo da un «processo» ed entriamo in uno scenario politico nuovo. Il grande dibattito che si intravede sarà fra rottura o ripresa della democrazia, in Catalogna quanto in Spagna. L’aspirazione a una Repubblica catalana si collegherà all’aspirazione democratica dei popoli di Spagna che vorranno lasciarsi alle spalle il regime del 1978, che ha avuto nel bipartitismo spagnolo la massima espressione.
Probabilmente il 1 ottobre non vincerà nessuno. Sarà il perfetto «catastrofico pareggio» (Gramsci). Quello che delinea una crisi: la quale consiste proprio nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non riesce a nascere.

Dunque, che cosa accadrà?

Prima di tutto occorre sperare che le mobilitazioni siano democratiche e pacifiche come è sempre stato in Catalogna. E a partire da questo, che arrivi il tempo della Politica, del dialogo, della democrazia. Sono percepibili alcuni movimenti in questo senso.

Domenica scorsa, a Zaragoza, forze politiche che divergono su molti punti – convocate da Unidos Podemos – hanno firmato la Dichiarazione di Zaragoza, che sarà un elemento decisivo nel futuro della politica spagnola.

Vi si affermano tre punti che inevitabilmente finiranno per imporsi: l’impegno democratico al dialogo come unica strada per risolvere i conflitti; l’avvio del dialogo diretto fra il Govern de la Generalitat e il governo di Spagna; la fine delle misure di emergenza repressive da parte di Rajoy. Tutto questo con l’obiettivo che le catalane e i catalani possano esprimersi liberamente alle urne. Quando lo faranno, i legami di fraternità fra i popoli della Spagna si imporranno nei confronti di chi vuole la separazione, e i veri separatisti (il Pp e Rajoy) saranno sconfitti. La politica della Dichiarazione di Zaragoza diventerà maggioritaria, in Catalogna e presso strati molto ampi della popolazione spagnola. È una scommessa per il futuro. Noi di Catalunya en Común ci impegniamo in tal senso. Il popolo catalano, maturo, democratico e politicamente responsabile, e le sue formazioni politiche, sapranno trovare la strada.

Prima o poi la Catalogna voterà democraticamente in un referendum riconosciuto, con tutte le garanzie istituzionali e dal carattere vincolante. A questo scopo avremo bisogno di politici di maggiore spessore. Il futuro non avrà come protagonisti né Puigdemont né Rajoy. E nessuno ne sentirà la mancanza.

(*) Ramon Luque. Segretario per l’Europa di Esquerra unida i alternativa (Euia) e della Commissione esecutiva per Partito della Sinistra Europea. Euia aderisce al nuovo soggetto unitario della sinistra radicale catalana Catalunya En Comu.

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