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La beata ignoranza della “mala scuola”: descolarizzazione, riduzione dell’istruzione, distruzione del diritto allo studio

15settembre 2017 di Giovanni Bruno

Il processo di disgregazione della scuola pubblica italiana -sempre rimasta interna ad un sistema di distinzione di classe, comunque tra le migliori del secondo Novecento per la diffusione dell’istruzione e l’approfondimento culturale, offerti dalla Costituzione, rispetto a tutto il mondo occidentale- procede a passi lunghi e distesi.

Anche con un Governo Gentiloni rattoppato (eterodiretto e commissariato) e una Ministra dell’Istruzione del tutto improvvisata quale è la Fedeli, che di scuola non si è mai occupata, ma è stata significativamente sindacalista nel settore dei tessili (infatti, in questa fase, alla scuola serve un’esperta di lavoro sfruttato per meglio gestire l’alternanza scuola-lavoro/ASL, ma con un profilo meno esplicito di quello di un imprenditore).

Nonostante il basso profilo del Governo, e forse proprio per questo, le controriforme, i provvedimenti applicativi, lo smantellamento dell’impianto costituzionale del diritto allo studio (come in altri settori) prosegue senza sosta: intanto, l’annuncio balneare della Ministra Fedeli di avviare la sperimentazione della scuola superiore di secondo grado breve ha prodotto immediate reazioni entusiaste dell’Assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro della Regione Lombardia, Valentina Aprea (Forza Italia), la quale non solo si è dichiarata favorevole, ma ha chiesto un ampliamento dell’offerta. Infatti, la sperimentazione per ora è limitata a cento scuole, tra cui potranno esserci anche private paritarie, ma probabilmente verrà presto allargata a più istituti. In contemporanea, presumibilmente per riequilibrare la proposta con una “idea di (pseudo)sinistra”, Fedeli ha dichiarato che vorrebbe innalzare l’obbligo scolastico a 18 anni, affrettandosi però a dire che questo è solo un suo desiderio, non un piano del governo.

Intanto dobbiamo ribadire che l’impianto complessivo della legge 107, che abbiamo ribattezzato della “mala scuola”, è completamente neoliberista, si iscrive nella dimensione aziendalistica della scuola dell’autonomia che dall’inizio degli anni duemila ha provocato la disgregazione del sistema pubblico dell’istruzione, ed infine sta portando a compimento il processo di destrutturazione del diritto allo studio sancito dalla Costituzione nata dalla Resistenza.

  • La legge 107 infatti trasforma la figura del docente in un gestore/amministratore della burocrazia scolastica che sta soffocando le scuole (sacrificando peraltro il personale tecnico, amministrativo e ausiliario ATA), aumenta la concorrenza tra gli istituti per ottenere iscritti e fondi, scatena la competizione interna alle scuole tra docenti per accedere ai “bonus” graziosamente elargiti dai Dirigenti Scolastici ai più “meritevoli” (sulla base di quali criteri oggettivi non si sa: il rischio concreto è piuttosto quello del diffondersi della clientela e la neutralizzazione della conflittualità) con la gerarchizzazione del personale docente.
  • Ed ancora. Costringe a riorganizzare il lavoro di insegnamento in funzione della “didattica dei test” (a partire dai malefici test INVALSI, che addestrano al pensiero acritico e puramente funzionale, su cui si valutano il lavoro dei docenti e le competenze raggiunte degli studenti) e determina un processo di descolarizzazione coatto con l’inserimento dell’alternanza scuola-lavoro obbligatoria per un numero spropositato di ore (200 nei licei, 400 negli istituti tecnici e professionali) che corrisponde ad un periodo tra i due e i quattro mesi di svolgimento dell’obbligo scolastico (oggi chiamato “diritto/dovere”) fuori dalle aule scolastiche, in aziende, uffici, cantieri, luoghi di lavoro in cui gli studenti e le studentesse sono messi a fare attività inutili, pesanti o puramente perditempo oppure (spesso e volentieri) sfruttati senza avere retribuzione minima e togliendo lavoro ad altri (pensiamo a tutti gli impieghi stagionali e/o nella ristorazione: i titolari di bar, ristoranti, bagni o altre attività similari hanno a disposizione un bel bacino di manodopera a costo zero da spremere e far trottare per settimane).

Il bilancio di questi primi anni di ‘Alternanza Scuola Lavoro’ (ASL) è già significativo:

accanto alle (poche e limitate) esperienze interessanti per studenti e studentesse, comunque sempre basate sull’elargizione di lavoro gratuito da parte degli studenti, vi sono racconti numerosi di impiego anomalo (studenti utilizzati per fare fotocopie, spazzare gli uffici, rimettere a posto archivi, ordinare magazzini, scaricare materiale); di sfruttamento intensivo (studenti utilizzati come camerieri, bagnini, sguatteri praticamente senza orari definiti); di trattamento non adeguato (con lavori rischiosi o in situazioni in cui mancano le norme di sicurezza). Vi sono anche gravi episodi di molestie, abusi e violenza sessuali verso studentesse da parte di titolari di attività che chiedevano prestazioni per far svolgere l’ASL (probabilmente solo la punta di un fenomeno molto più diffuso e profondo). È la scuola dell’addestramento, della “beata ignoranza” (che nega i diritti ed esalta il profitto, che impronta le relazioni sociali sulla divisione piuttosto che sulla eguaglianza, che riduce la cultura a competenze e competizione eliminando qualsiasi ideale di solidarietà, che instilla la paura e istiga alla violenza razzista contro lo straniero povero) di cui il capitale ha bisogno per perpetrare il proprio dominio in una fase di estrema crisi del sistema economico-sociale su cui è fondato.

In questo quadro allarmante e desolante, si inseriscono le proposte di percorso breve in quattro anni delle scuole secondarie superiori e quella (apparentemente in contraddizione, ma invece perfettamente funzionale) di innalzamento dell’obbligo (diritto/dovere) scolastico a diciotto anni.

La riduzione di un anno del percorso scolastico, portando le scuole superiori di secondo grado a quattro anni dai cinque attuali, viene spiegata con l’esigenza di armonizzare l’uscita dalla scuola con i percorsi delle scuole in altre nazioni europee, dove effettivamente la conclusione è un anno prima: quello che non si dice è che in altri paesi il processo di formazione inizia con una prescolarizzazione obbligatoria a cinque anni (mentre da noi l’obbligo scolastico comincia a sei anni), i programmi disciplinari sono calibrati per un percorso che si conclude in anticipo rispetto al nostro (mentre le proposta del Ministro Fedeli è mantenere la stessa mole di argomenti e discipline), il personale impiegato è molto più numeroso e meglio retribuito rispetto agli insegnanti e al personale ATA delle nostre scuole.

Insomma, vi sono altre forme organizzative e diversi impianti pedagogico-didattici che non sono minimamente stati considerati.

Per svolgere il periodo di ASL obbligatorio, che oggi è spalmato nel triennio, in un periodo più ridotto (di due anni, ameno che non si voglia estendere anche a studenti ancora più giovani), si ricorrerà allora alla “idea di (pseudo)sinistra” che il Ministro Fedeli ha enunciato:

“innalzare l’obbligo scolastico a diciotto anni, con l’effetto di avere una massa di giovani studenti che obbligatoriamente dovranno prestare (anzi: regalare) le proprie prestazioni lavorative non retribuiti. Il genio italico sorprende sempre!”

Come contrapporsi a questi processi di distruzione della scuola pubblica e del diritto allo studio, in una fase già avanzata di destrutturazione del sistema pubblico dell’istruzione?

Mettendo granelli di sabbia nell’ingranaggio a partire dalla componente studentesca, e in particolare dell’ASL: avviare una serie di iniziative con gli studenti (da incontri, dibattiti, assemblee pubbliche, assemblee di istituto nelle scuole) per avviare un confronto e una discussione, attivare la consapevolezza, suscitare una reazione in vista di mobilitazioni che abbiano al centro l’obiettivo di eliminare, o almeno ridurre drasticamente, l’obbligatorietà dell’ASL sono le azioni su cui sindacati degli studenti e di categoria e forze politiche (soprattutto comuniste) dovranno impegnarsi nei prossimi mesi. È un obiettivo difficile, che non può essere raggiunto completamente se non si sviluppa un movimento generale e di massa, ma è un obiettivo su cui occorre lavorare per riavviare una coscienza di classe ormai sopita e anestetizzata nelle giovani generazioni.

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