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Nelle sale “The Post”, il coraggio della libertà di stampa

E’ nelle sale il film The post di Steven Spielberg che ripercorre  il burrascoso periodo tra il 1971 ed il 1972 quando Richard Nixon era Presidente degli Stati Uniti, in carica da quattro anni e stava preparando la campagna per le imminenti elezioni.

5febbraio 2018 di Donatella Nesti

Non ci arriverà mai: sarà fermato dal lavoro di due cronisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, e dal loro editore, Katherine Graham, che hanno  avuto il coraggio di raccontare la verità dello scandalo Watergate. Ma la coraggiosa editrice era stata la protagonista di un’altra campagna di stampa che viene raccontata nel film “The Post”.

1971: Katharine Graham (Streep) è la prima donna alla guida del The Washington Post in una società dove il potere è di norma maschile, Ben Bradlee (Hanks) è lo scostante e testardo direttore del suo giornale. Nonostante Kaye e Ben siano molto diversi, l’indagine che intraprendono e il loro coraggio provocheranno la prima grande scossa nella storia dell’informazione con una fuga di notizie senza precedenti, svelando al mondo intero la massiccia copertura di segreti governativi riguardanti la Guerra in Vietnam durata per decenni.

La lotta contro le Istituzioni per garantire la libertà di informazione e di stampa è il cuore del film, dove la scelta morale, l’etica professionale e il rischio di perdere tutto si alternano in un potente thriller politico.

I due metteranno a rischio la loro carriera e la loro stessa libertà nell’intento di portare pubblicamente alla luce ciò che quattro Presidenti hanno nascosto e insabbiato per anni. Per la prima volta nella sua lunga carriera Steven Spielberg dirige in The Post la coppia premio Oscar Meryl Streep e Tom Hanks, con una sceneggiatura scritta da Liz Hannah eJosh Singer. Nel cast Alison Brie, Carrie Coon, David Cross, Bruce Greenwood, Tracy Letts, BobOdenkirk, Sarah Paulson, Jesse Plemons, Matthew Rhys, Michael Stuhlbarg, Bradley Whitford e Zach Woods. Il regista durante il film cita una parte della sentenza del giudice Hugo Black che facendo riferimento al primo emendamento dice

“… E fondamentale tra le responsabilità di una stampa libera è il dovere di impedire a qualsiasi parte del Governo di ingannare il popolo e mandarlo in terre lontane a morire di febbri straniere e di proiettili stranieri. Dal mio punto di vista, lungi dal meritare la condanna per la loro coraggiosa inchiesta, il New York Times, il Washington Post e gli altri giornali dovrebbero essere lodati per aver servito lo scopo che i Padri Fondatori indicarono così chiaramente. Nel rivelare le manovre del Governo che hanno portato alla guerra in Vietnam, i giornali nobilmente hanno fatto esattamente quello che i Fondatori speravano e  confidavano facessero”.

Roberto Festa  in un articolo pubblicato sul “Fatto Quotidiano” del 26 gennaio 2018  ricorda che “In un sondaggio Gallup/Knight Foundation del gennaio 2018, solo il 33 per cento degli americani afferma di avere un’opinione favorevole dei media. I Democratici credono ai giornalisti più dei Repubblicani: il 54 contro il 15 per cento. Il sondaggio rivela scarsa fiducia nella stampa ma non nel senso generale del mestiere: otto americani su dieci pensano che i media abbiano un ruolo fondamentale nell’informare e controllare il potere. Nell’insieme, il sondaggio è il segno di un triste declino.

Nel 1976, il 72 per cento degli americani era soddisfatto del modo in cui veniva informato. C’erano stati il Watergate e i Pentagon Papers e i giornalisti venivano tenuti in grande considerazione. Al cinema avevano il volto di Robert Redford e Dustin Hoffman e in tv erano celebrati da serie come “Lou Grant”.“In God We Trust”, è il motto degli Stati Uniti, ma sembra che la fiducia, per chi ce l’ha, sia sempre più limitata a Dio. Non c’è istituzione Usa che in questi anni non abbia conosciuto un drammatico crollo di prestigio. Casa Bianca, Congresso, partiti, giudici, praticamente ogni settore della vita pubblica americana è stato investito dal malessere di un’opinione pubblica sempre più confusa e incerta, sempre meno disponibile a riconoscere la buona fede dei propri rappresentanti. Da questo punto di vista, la stampa e i media non fanno eccezione; travolti, anche loro, dalla generale diffidenza.”

Oggi  gli eroi  giornalisti rimasti sono quelli che ancora hanno il coraggio di raccontare quello che accade nelle zone di guerra, mal pagati e rischiando la vita, gli altri inseguono supinamente le direttive dei loro editori come dimostra anche la campagna elettorale in atto in Italia fatta con il metodo di infangare l’avversario politico anzichè  informare I cittadini delle bugie e delle irrealizzabili promesse elettorali.

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