09242018Headline:

Nicaragua. Un contributo al confronto di Rodrigo Rivas, intellettuale cileno fuggito in Italia dopo il golpe di Pinochet

A proposito del dibattito apertosi negli ultimi mesi all’interno della sinistra italiana e latinoamericana sulla grave situazione che sta vivendo da aprile il Nicaragua riceviamo, dopo averne sollecitato una riflessione in merito, questo interessante e intellettualmente onesto contributo da parte di Rodrigo Rivas (intellettuale cileno fuggito in Italia dopo il golpe di Pinochet del 1973 sintesi biografica).

4settembre 2018 da R. A. Rivas, Città di Castello

Nicaragua: Pensavo fosse amore…  invece era un calesse

“Soltanto Andreas Pum era soddisfatto di come andavano le cose. Aveva perso una gamba e ricevuto  una decorazione… era contento quando vedeva che gli altri soffrivano. Credeva in un Dio giusto: il suo Dio distribuiva pallottole nella spina dorsale, amputazioni, ma anche medaglie a chi se le meritava”. Joseph Roth

La TV, che manca di odori, sapori e rapporti, è ossessionata da programmi di cucina, da film erotici senza sesso e, da buon specchio retrovisore, di programmi sportivi senza sport e di programmi politici senza idee. La nostra sinistra, che manca di idee, di vita e di attendibilità, dopo avere pianto per anni i suoi – presunti – perduti riferimenti, avendo scoperto tardivamente la TV è diventata saccente ed entusiastica – ma non credibile – esperta di cucina, di sport e di televisivi programmi apolitici e d’intrattenimento (si fa per dire). TV e sinistra hanno riscoperto insieme “l’inno di Mameli”, con la mano sul cuore, e l’avanspettacolo. La destra ci aveva provato per anni, senza costrutto. Il contributo decisivo è arrivato direttamente dagli USA tramite pentiti “di una certa levatura”. Nulla ho contro i simboli. E penso che ogni pazzo abbia diritto ad esprimere liberamente la sua pazzia finché non nuoce gli altri. Insomma, che sui gusti non c’è né può esserci disputa. Ma, penso pure che tra le caratteristiche fondanti del pensiero spicchi la capacità di scegliere.

A me, ad esempio, sono sempre piaciuti i sapori, gli odori ed i rapporti umani. Parlando, ovviamente, di simboli, preferisco le finestre da cui posso guardare il mare, i cani e la gente, ai finestrini delle banche, i pompieri ai bombardieri, la carne al metallo. Insomma, per non farla troppo lunga, metto un mi piace su Tashunka Wikto, alias Cavallo Pazzo, come descritto da Ian Frazier:

  • “Io amo Cavallo Pazzo perché rimase se stesso dal momento in cui nacque fino a quando mori;
  • perché sapeva esattamente dove voleva vivere e non se ne andò mai;
  • perché, sebbene fosse ucciso, persino l’esercito ammise che non era mai stato prigioniero;
  • perché, a differenza di molta altra gente al mondo, quando incontrò gli uomini bianchi non fu diminuito dall’incontro;
  • perché l’idea di diventare un contadino non gli passò mai per la mente;
  • perché non incontrò mai il Presidente;
  • perché non viaggiò mai con il treno, non dormi mai in una pensione, non mangiò mai seduto a tavola;
  • perché non portò mai una medaglia o un cilindro o altre cose, che l’uomo bianco poteva avergli dato”.

Un simbolo acquista valore quando rappresenta qualcosa.

Per un credente può essere un’immagine della Madonna, per un leghista un nero da appendere ad un lampione, per un pentastellato un IPOD (o un iPad), per un pidista un’autogiustificazione, per troppi progressisti il prossimo trascendentale appuntamento elettorale, per un fascista la sua camicia. Va da sé: non ogni simbolo è condivisibile o razionale. E quando i simboli sono tali solo per massicce dose di scimmiottamento, accade che una TV praticante non possa che essere rifugio di gente sempre più vecchia, non necessariamente in senso anagrafico, e che una sinistra altrettanto praticante sia destinata a sopravvivere nei parchi giurassici che dovrebbero avere diritto all’esistenza. Come i bacilli e le zanzare, avrebbe aggiunto Ivan Illich. Si tratterebbe di pensionamenti sacrosanti e giusti. Porterebbero bene. 

Come già hanno scritto in molti parlando del Nicaragua, appartengo ad una generazione, per fortuna generale in fase di tramonto, che col Nicaragua trovò respiro e ricominciò a credere che altri mondi erano possibili. Per di più, da latinoamericano, l’ho vissuta come una vittoria propria, tutta mia, per di più nelle barbe stesse dello zio Sam che aveva fatto uccidere poco prima tanti miei amici e compagni.

Come ogni vendetta, probabilmente quest’identificazione aveva elementi d’irrazionalità. Come Julio Cortázar che, per riferirsi al Che, aveva da poco scritto: “Io ebbi un fratello, non ci siamo mai visti, ma non è importante”. Come molti miei coetanei, io pensavo di aver trovato nel Nicaragua un altro porto di approdo, niente di più, ma anche niente di meno. Con la necessaria stupidità, necessaria per una persona di sinistra, credevo fortemente che –contro ogni vento ed ogni marea – avrebbero tenuto la rotta ferma. Rotta verso cosa? Probabilmente allora non avrei risposto con le stesse parole, ma avrei detto: a breve scadenza, dispiegando una politica destinata a diminuire le penurie della popolazione, fondamentale perché la gente vive (e subisce) a breve scadenza. Ma, bisogna considerare che se qualsiasi spostamento verso politiche meno ingiuste, e cioè verso l’idea di sinistra realmente esistente, è comunque un miglioramento a breve, a media scadenza le oscillazioni che s’incentrano sul rafforzamento del capitalismo, anche quando fatte da sinistra (ad esempio, limitandosi alle politiche sociali, comunque indispensabili), di fatto tendono a velare la battaglia reale, quella che ha come riferimento l’indirizzo verso cui punta la trasformazione del sistema-mondo capitalistico nel nuovo sistema-mondo (o sistemi-mondo).

Da questa prospettiva, allora come oggi la battaglia è tra coloro che vogliono un nuovo sistema ancor peggiore di quello attuale e coloro che vogliono qualcosa di sostanzialmente diverso in senso positivo.

A scanso di equivoci, preferisco insistere: a breve scadenza, ciò che si poteva fare (ma anche ciò che si può fare) è minimizzare la sofferenza dei più colpiti dalla crescente e criminale polarizzazione dei redditi in corso. Ma, a media scadenza, la trasformazione sistemica – comunque inevitabile – favorirà l’uno o l’altro possibile sistema di successione in base alla forza ottenuta da ogni classe per impostare la biforcazione verso i suoi interessi. Già Seneca notava che “non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”[iii]. Soltanto constatando che non esiste via d’uscita dalla stagnazione secolare, si può acquistare la forza per provare a vincere la battaglia politica e morale. Perciò, non c’è scorciatoia: si deve approfondire l’analisi critica del sistema. Una punta della biforcazione lotta per rimpiazzare il capitalismo con un’altro sistema, probabilmente più brutto del precedente, mantenendone i tratti essenziali: gerarchia, sfruttamento e polarizzazione. L’altra punta lotta – dovrebbe farlo – per un nuovo sistema relativamente ugualitario e relativamente democratico. Negli ultimi anni a volte è successo, e succederà ancora per qualche anno, è sembrato che il sistema potesse rimettersi a funzionare. Pur se non è successo in oltre 40 anni, potrebbe persino accadere che la chiave di volta sul suo stato di salute, il livello dell’occupazione, possa risalire complessivamente. Non potrebbe comunque durare poiché la situazione globale è troppo caotica e il caos paralizza allo stesso modo la capacità di risposta dei potenti imprenditori e delle persone semplici riguardo la capacità di spendere il capitale con modalità che considerino adeguatamente i rischi e, quindi, la sua sopravvivenza. 

Intendo dire che negli Anni ’80 il Nicaragua rappresentava per me il viatico per quel viaggio da pazzi che, fino ad allora, per l’America latina aveva comportato solo tristezze. Per vivere con possibilità di riuscita positiva questo pazzo e obbligatorio viaggio, il primo requisito era la chiarezza dell’analisi, seguita dalle relative decisioni morali e giudizi politici.

Oggi mi sembra che il fondo della discussione che affrontiamo sul Nicaragua, che reputo sana se affrontata laicamente, possa riassumersi nel fatto che non abbiamo unito alla sacrosanta solidarietà e partecipazione, la necessaria indipendenza di giudizio. Ciò significa, penso, che la solidarietà priva di riferimenti concreti può essere inadeguata. Diciamolo ancora con Julio: “La mia critica si apre e si chiude in ogni caso concreto… La differenza tra me e Octavio Paz o Vargas Llosa, è tra chi nega il socialismo come via politica viabile, e chi lo difende perché lo critica, denunciando in ogni caso concreto i suoi errori e le sue aberrazioni”[iv]. Certamente facilitate dall’aggressione degli Stati Uniti, la radice delle scelte mancanti o sbagliate – la mancata riforma agraria, il Piano di aggiustamento strutturale costruito su indicazioni del FMI, la priorità concessa all’estrattivismo o la diffusione della corruzione, ad esempio – era già presente durante la prima fase del governo sandinista. Per ragioni di spazio rimando alla lettura di un testo di Eric Touissaint per approfondimenti[v]

Nel contesto di una congiuntura economica internazionale favorevole alle esportazioni e del forte aiuto venezuelano, in seguito al ritorno di Daniel Ortega (2007) e fino ad oggi, il suo governo ricorda molto quello del Partido Revolucionario Institucional (PRI) messicano nei decenni 1960-1970: difesa degli interessi del grande capitale, apertura ulteriore dell’economia alle aziende straniere, stabilimento di ottimi rapporti con il FMI, la BM ed altre organizzazioni multilaterali, mantenimento del controllo su diverse organizzazioni popolari, politica assistenziale minima per i più poveri, assenza di qualsiasi politica strutturale contro la povertà. Come aveva fatto il PRI nel 1968 (massacro di Piazza Tlatelolco), Ortega ha usato la violenza contro le proteste sociali. Anzi, viste le dimensioni delle popolazioni, la repressione del governo sandinista è stata maggiore di quella del governo priista. Come il PRI, Ortega è ancora appoggiato dai governi progressisti sopravvissuti (Cuba, Venezuela, Bolivia), e di parte significativa della sinistra latinoamericana. La domanda è, per quanto tempo ancora? Penso che dipenderà dall’ampiezza della crisi economica (che riduce i margini di manovra di una politica di distribuzione degli avanzi ai più poveri), della capacità dei movimenti sociali e della sinistra radicale nicaraguense per superare il suo disorientamento, della capacità di sostenere alti livelli di repressione da parte del governo, del grado di mancanza di credibilità del sandinismo e del socialismo dopo le peripezie del duo Ortega-Murillo, e dell’incapacità della sinistra internazionale – soprattutto di quella latinoamericana – di superare il suo disorientamento.

Alcuni gioielli dell’orteguismo

a.- Rifiuto di mettere in discussione la legittimità del debito estero e rinnovo degli accordi col FMI

In origine, subito dopo la vittoria i sandinisti avevano deciso di sospendere il pagamento del debito estero accumulato dalla dittatura perché era servito solo per reprimere la popolazione. Tra 1990-2007, i tre governi di destra aumentarono l’indebitamento per finanziare le riforme neoliberiste, le privatizzazioni e la corruzione, specie sotto la presidenza di Arnoldo Alemán (1997-2002). Tornato al governo, per mantenere i buoni rapporti col FMI Ortega affermò che avrebbe rispettato il programma di riforme imposto dal FMI, s’impegnò a liberare un eccedente primario per continuare a rimborsare il debito estero e a diminuire il disavanzo fiscale. Logicamente, il rispetto di queste costrizioni si tradusse nel rifiuto della domanda di aumenti salariali fatta dai lavoratori del settore pubblico, malgrado questi fossero particolarmente bassi, specie per gli impiegati nella scuola e nella sanità, persino in rapporto ai Paesi vicini.[vi] 

b.- Moltiplicazione dei Trattati di libero scambio commerciale

Nel 2006, il gruppo parlamentare sandinista all’opposizione  (diretto da Ortega) votò a favore del TLC con gli USA. Poi, il gruppo parlamentare del FSLN approvò il TLC con Taiwan (2008), con l’America Centrale e il Messico (2011) e tra l’America Centrale e l’Unione Europea (2012).

c.- Aumento dell’apertura alle imprese multinazionali nel settore primario

Secondo l’Observatorio de las Multinacionales en América Latina (OMAL), “i rapporti tra il governo di Enrique Bolaños e la multinazionale spagnola Unión FENOSA erano molto tese (…) Tutto fu risolto dal governo Ortega. Nel novembre 2007, mentre Daniel Ortega pronunciava un violento discorso contro le transnazionali al Vertice Iberoamericano di Santiago del Cile, Bayardo Arce (il suo uomo di fiducia, ex membro della direzione nazionale e tra i maggiori beneficiari del furto dei beni pubblici avvenuto alla fine del primo governo sandinista, dai nicaraguensi chiamato la piñata) era a Madrid, alla Moncloa, insieme ai proprietari di Unión Fenosa. Il successivo «Protocollo d’Intesa tra il governo del Nicaragua e Unión Fenosa», trasformato in legge il 12 febbraio 2009, includeva ogni tipo di garanzie per l’azienda e cancellato ogni accusa legale e/o multa precedenti.[vii]. Sotto la presidenza di Daniel Ortega si è ampliata la privatizzazione del settore energetico e di quello minerario, con pesanti conseguenze per l’ambiente e le comunità locali, sia riguardo la deforestazione, sia per le concessioni concesse alle mafie del legno[viii]. “Un altro esempio è lo sfruttamento della pesca in combutta con la transnazionale spagnola Pescanova (…) Pescanova arrivò nel Nicaragua nel 2002, dopo l’acquisizione dell’impresa Ultracongelados Antártica S.A. (il maggiore impianto spagnolo di trattamento dei frutti di mare), che possedeva un terzo di un’azienda nicaraguense di produzione di gamberi a Chinandega. Poi, Pescanova si è espansa con sempre più superficie in concessione. Nel 2006, disponeva di 2.500 ettari, nel 2008 ne aveva duplicato l’estensione, con il 58% della superficie in concessione. Ad aprile del 2009, ne controllava l’ 82%.”[ix]

 d.- Il canale interoceanico

Il 14 giugno 2013, Ortega rimetteva in attività questo progetto vecchio di oltre due secoli concedendone, per 50 anni rinnovabili (di fatto per 100 anni), la realizzazione al consorzio cinese “HKDN Nicaragua Canal Development”, per un costo stimato di 50 miliardi di dollari. I lavori, iniziati nel 2015, dovevano concludersi nel 2019 e l’apertura era prevista per il 2020[x]. Questo progetto, sostiene la sinistra latinoamericana pro Ortega, rimetterebbe in discussione il controllo di Washington sulla regione e sarebbe la ragione per cui l’imperialismo lo vuole cacciare. Qualunque siano le opinioni sui rapporti tra gli USA e la Cina, sulla brutalità di Trump e compagnia, così come sui loro smisurati appetiti, mi sembrano argomenti indiscutibili. Ciononostante, secondo me questa tesi non regge.

Non regge, anzitutto, per un problema temporale: la realizzazione del progetto è stata sospesa ben prima dell’inizio delle agitazioni. Ovvero, l’impresa cinese ha fatto bancarotta ed il suo proprietario, come l’ex novello presidente del Milan, è semplicemente scomparso dalla circolazione. Ciò senza contare che a questo progetto si oppongono fin dalla sua gestazione organizzazioni ecologiste e scientifiche. Sono a conoscenza del fatto che, per Salvini, ONG e simili siano  complici della mafia dei trafficanti umani, e che per Ortega ed i suoi difensori, e questo mi sorprende un po’ di più, siano agenti dell’imperialismo anche se, per dirla tutta, non escludo che qualcuna lo sia. Ma, al di la delle opinioni sulle ONG, così come esistono le carrette del mare, esiste un forte rischio di contaminazione del lago Nicaragua, la più importante riserva d’acqua dolce indispensabile alla biodiversità e alla vita della popolazione locale che ha la pessima abitudine di berla e d’impiegarla per irrigare le sue terre. Ma soprattutto, si tratta di un accordo prettamente coloniale. Il cosiddetto “Accordo Quadro di Concessione e Implementazione del Canale di Nicaragua”, più noto come Trattato Ortega-Wang Ying, oltre ad avere una durata di 100 anni (prima ragione di contestazione della sinistra panamense riguardo il loro Canale), non stabilisce alcun obbligo per il concessionario, ad eccezione di un ridotto pagamento annuale per pedaggio dedotto dalle entrate derivate direttamente dallo sfruttamento del Canale. Invece, il Nicaragua rinuncia per cent’anni ad ogni suo diritto in campo giudiziario, amministrativo, di lavoro e di sicurezza, migratorio, fiscale e monetario, in tutti i territori concessi al canale, a favore della HKND, società iscritta nelle Grand Cayman di proprietà esclusiva del signor Wang Ying. Inoltre, per fugare qualche dubbio va ricordato che il concessionario cinese può anche confiscare le terre private di cui potesse avere bisogno in qualsiasi momento e può prendersi le terre pubbliche, sempre in qualsiasi momento, senza alcun costo. Che, i lavori avrebbero cacciato via dalle loro case circa 25.000 persone. Che le riserve della Banca Centrale restano a garanzia di qualsiasi mancanza dello Stato. Insomma, mi è difficile immaginare un trattato più coloniale di questo…[xi]

 e.- Il divieto totale dell’aborto

Nel 2006, i parlamentari sandinisti e quelli conservatori vietarono completamente l’aborto. Nel 2007, Daniel Ortega rifiutò la richiesta di rimandare la legge in Parlamento per una sua ridiscussione e, anzi, la fece includere nel nuovo codice penale promulgato nel 2008. l divieto non ammette alcuna eccezione, nemmeno in caso di pericolo per la salute o la vita della donna, nemmeno quando la gravidanza deriva da una violazione. Per verificare che si tratta di una legislazione retrograda non è necessario neppure osservare la richiesta di tutti i movimenti femministi del continente. Infatti, nel Nicaragua l’aborto terapeutico (quello autorizzato in caso di pericolo grave per la salute della donna o per gravidanza dovuta a violazione), era stato legalizzato nel 1893.

A questa legge sono seguiti gravi attacchi del governo contro le organizzazioni che difendono i diritti delle donne, non a caso tra le più attive contro il governo nella fase attuale. Per la vicepresidenta Murillo, i movimenti che lottano per il diritto all’aborto sono emissari del demonio, concezione che – forse – potrebbero condividere i seguaci di Mons. Marcel Lefebvre, secondo il quale “le decisioni principali del Concilio Vaticano II sono ispirate da una ideologia liberale tale e quale ce la descrissero i papi di sempre, sarebbe a dire, una libertà religiosa così come intesa e promossa dai Massoni, gli umanisti, i modernisti e i liberali”[xii]. 

f.- L’oscurantismo religioso

Per il duo Ortega-Murillo i riferimenti religiosi cristiani preconciliari sono ricorrenti come la pelliccia per una coppia di orsi. Scrive Mónica Baldotano nel lavoro citato: “Una seconda mutazione ha portato il sandinismo dal razionalismo al fondamentalismo religioso. Il programma della Rivoluzione rivendicava il rispetto alle credenze religiose e promuoveva il laicismo. La Costituzione del 1987 stabiliva che lo Stato non ha una religione ufficiale e l’educazione pubblica è laica. Ora abbiamo l’uso e l’abuso della religiosità popolare e la sua continua manipolazione per rinforzare il progetto di potere. Le istituzioni statali operano come riproduttori delle credenze religiose per enfatizzare che tutto quanto succede nel paese è prodotto di «la volontà di Dio», stabilendo che l’autorità chayo-orteguista (da Ortega-Murillo) deriva dalla volontà divina (…) Secondo il discorso ufficiale, questo vincolo divino rende il Nicaragua «benedetta e prosperata» (qualcuno ricorda il Berlusconi unto dal signore pur se cotanta mascalzonaggine travestita da furbizia non prosperò nemmeno in Italia?). Il risultato è che le gerarchie religiose legiferano, le chiese determinano, le autorità civili promuovono credenze religiose e tutte le istituzioni statali e municipali sono piene d’immagini, simboli e messaggi religiosi.”

La coppia presidenziale non ne fa alcun mistero. Infatti, il 19 luglio 2018, nel corso delle celebrazioni del 39º anniversario della vittoria rivoluzionaria, Rosario Murillo fece appelli alla fede e alla grazia di Dio, denunciando le azioni diaboliche dei manifestanti che protestavano contro la politica del regime. Il giorno dopo, dichiarò alla TV canal 4, proprietà di uno dei suoi figli: “Sappiamo che ci sono istituzioni che ricorderanno i reati ed i crimini di coloro che hanno provocato tanto dolore, tanta morte, tanta sofferenza, tanti crimini aberranti, diabolici, nella nostra Nicaragua. Abbiamo fiducia nella Giustizia e nella Giustizia divina (…) Il Popolo nicaraguense è il popolo di Dio! Ci sono pochi popoli al mondo con tanta Fede, tanta Devozione e tanto Rapporto diretto con Dio. E noi, Cattoliche, con tanto Rapporto con la Madonna, con tanta Fede (…) Un Popolo che ha difeso la Vita in tutte le sue forme, dal ventre materno … Dal ventre materno! Mentre molti tra quelli che oggi si chiamano civici, ma civici non sono poiché sono solo dei criminali avendo marciato in corteo per le strade di Managua chiedendo l’Aborto. Attentano contro la Vita! E’ la sola Verità (…) Il Popolo sa che i morti sono stati causati dai manifestanti. Sa che sono il prodotto della loro ambizione e litigiosità, tipiche della loro cultura da tossicodipendenti con la quale pretendono di terrorizzare il paese, da tossicodipendenti, da alcolisti, da vincolati ad ogni tipo di crimini e di delinquenza. Il popolo nicaraguense sa che si ammazzano tra di loro per incolpare il governo.”[xiii]. Sempre, sempre nel corso della grande manifestazione convocata dal regime il 19 luglio 2018, Daniel Ortega affermava: “I manifestanti contro il governo, terroristi e golpisti, torturano in forma satanica la gente del popolo nelle barricate (…) Chiamo i vescovi cattolici ad esorcizzare questi diavoli, questi demoni che li possiedono”[xiv].

  • Ricordo che, da ragazzo, avendo confessato pubblicamente delle scorrettezze elettorali sulle quali esisteva documentazione fotografica, sono stato rimproverato duramente dai miei responsabili di partito. Mi dissero, più meno, che ad ogni prova fotografica si poteva opporne un’altra, del tutto opposta e altrettanto credibile.
  • Ricordo l’episodio per dire che la mia poca fede viene da lontano. Perciò, credo fermamente, per chiunque non sia sul posto in cui avvengono i fatti diventa fondamentale la scelta dei riferimenti.
  • Penso sia fondamentale esplicitare sempre le fonti. Anche perché poi, avviene nel caso in questione, altri presenteranno altri testimoni-fotografie.

Inizio con la più volte citata ex comandante guerrigliera Mónica Baldotano:

“Nel 2007, con l’arrivo di Ortega alla presidenza, diventa esplicita una tendenza che veniva da lontano. Il pragmatismo economico mostrato dal Fronte riguardo le privatizzazioni e le politiche neoliberiste, si esplicita in pieno. Inizia così una nuova fase nella quale Ortega entra in un processo di avvicinamento all’altro pilastro del potere nazionale: i grandi imprenditori raggruppati nel COSEP (Consiglio Superiore dell’Impresa Privata). Avviene così la simbiosi tra Ortega ed il grande capitale nazionale. Non è un’alleanza, ma una simbiosi, perché ciò che definisce la natura del regime è la sua missione principale: rinforzare e creare le condizioni adeguate all’economia di mercato, rinforzando il grande capitale e distribuendo gli avanzi ai poveri per farli restare tranquilli (…) Ortega ed il suo gruppo non sono insieme al grande capitale per convenienza tattica. Sono insieme al grande capitale perché ora loro sono un gruppo capitalista importante ed il governo rappresenta l’odierna comunità d’interessi tra la nuova oligarchia sandinista, l’oligarchia tradizionale e il grande capitale internazionale”[xv].

Continuo con la poetessa nicaraguense Gioconda Belli:

“Vivo molto male la trasformazione viscerale di qualcosa in cui avevamo creduto. La sensazione di tradimento generalizzata, tradimento per me indiscutibile, ci ha allontanato. Sento orrore osservando il modo in cui Daniel Ortega, che partecipò alla lotta contro la dittatura, è diventato lo stesso che c’era prima. E mi piace che la gente non permetta che il «somocismo» ritorni un’altra volta”[xvi].

Scrive il teologo brasiliano Leonardo Boff:

“Il potere esiste non per imporsi al suo popolo ma per servirlo in giustizia e pace (…) Nicaragua ha bisogno del dialogo ma, prima di tutto, ha bisogno che le forze repressive smettano di uccidere, specie i giovani. E’ inaccetabile. Il Nicaragua ha bisogno di pace”[xvii].

Il vecchio, famoso e bravissimo cantautore della insurrezione sandinista, Carlos Mejía Godoy, scrive in una lettera a Daniel Ortega:

“Daniel, ferma subito questo genocidio. Per il sangue del tuo fratello Camilo, assassinato dal somocismo a Las Sabogales, ferma subito questa barbarie. Medita, in nome di quel Dio con cui ti riempi la bocca e l’anima. In nome di quel Dio che osserva questo olocausto, smetti di uccidere. Subito, Daniel. Subito!!![xviii]

Scrive Ernesto Cardenal;

“Ortega e Murillo non possono continuare ad essere legittimati dai movimenti di sinistra ai quali hanno tradito con i loro atti senza scrupoli. Gli eroi ed i martiri della rivoluzione sandinista non meritano che la loro memoria sia sporcata dagli atti genocidi di un dittatore che li ha traditi”[xix].

Infine, per avere un’idea dei vari passaggi recenti, cito una mia vecchia conoscenza, il cileno Marcos Roitman:

“Nel 2007 il FSLN vinse le elezioni ma la rivoluzione non ritorno sui suoi passi. Fu seppellita. Al suo posto, non è poco, restò un’eredità: l’ordine democratico rappresentativo.

Sotto un apparente discorso antimperialista, il FSLN sviluppò la sua politica, mascherando un’alleanza con la destra, ex alleati di Somoza e il capitale transnazionale. Le politiche neoliberiste furono la controparte di un’alleanza spuria tra Daniel Ortega en Arnoldo Alemán, per zittire oppositori e configurare un nuovo rapporto di potere. Si modificò la Costituzione e si fecero concessioni alla Chiesa, gli imprenditori, l’FMI e la BM. Il tutto, sotto una calma apparente. Col passare degli anni, i rapporti dell’imperialismo con Ortega acquistarono un’ottima salute. Nel 2015, l’allora cancelliere, Samuel Santos, ex sindaco di Managua (1980-85), attuale direttore della Borsa valori e imprenditore petrolifero, con decorò l’ambasciatrice degli USA, Phyllis Power, con l’Ordine José de Marcoleta (…) Consegnando la Grande Croce, ringraziò per i 100 milioni di dollari donati dall’impero per progetti agricoli, missioni umanitarie, lotta al narcotraffico ed il crimine organizzato. (…) Viviamo una nuova era, un periodo positivo per i nostri rapporti, disse Santos nella cerimonia. L’ambasciatrice commentò il discorso antimperialista di Ortega sottolineando: A noi non interessa ciò che dice il signore Ortega ma ciò che il signore Ortega fa. E ci piace ciò che fa.

La destra nicaraguense si sentiva comoda. Gli accordi portarono benefici alle due parti. Ma le ultime elezioni presidenziali (2016) scatenarono le ostilità. Il duetto formato dal matrimonio Daniel Ortega, presidente, Rosario Murillo, vicepresidenta, straboccò il bicchiere del sandinismo. Basi e organizzazione del partito sono state sostituite dal nepotismo. Da quel momento, il manicheismo si è impossessato del dibattito. Qualsiasi critica al duo Ortega-Murillo divenne atto pagato dall’imperialismo. L’eredità democratica del FSLN venne dilapidata.

Con l’aumento dello scontento, pur avendo in Ortega-Murillo due alleati, come sempre la destra ha preferito cogliere la palla al balzo per governare senza intermediari. Nell’aprile del 2018, il rifiuto delle politiche di tagli dei salari e delle pensioni costrinsero a retrocedere il governo Ortega-Murillo.

Troppo tarde? La risposta è stata una mobilitazione in cui hanno confluito settori con diversi obiettivi, dalla destra che busca la caduta del governo, alle legittime rivendicazioni della popolazione, accompagnate dalla repressione del governo. Non è in gioco una rivoluzione, ma la sopravvivenza di un governo corrotto, il cui discorso antimperialista nasconde le proprie vergogne. Certamente gli Stati Uniti sono nemici del sandinismo, ma questo non è al governo. Antimperialismo non è sinonimo di sinistre. Il suo uso indiscriminato come argomentazione le toglie credibilità. Il poeta Roque Dalton, accusato di essere agente della CIA, fu assassinato a El Salvador per coloro che si consideravano proprietari della vita e della morte. Siamo costretti a riflettere. Lo chiedono i nicaraguensi, lo esige la memoria di Sandino”[xx].

Osservazioni conclusive

Non penso che Sandino ci esiga nulla perché essendo, come già detto, poco dato alle credenze, mi sembra difficile che il buon “generale di uomini liberi” stia da qualche parte ad osservarci. So di avere risposto a pochissime tra le molte domande che io stesso mi pongo. Ma spazio e capacità personali sono quel che sono, scarsi. Non ho alcuna pretesa di originalità. In questo campo, penso, è meglio ricorrere a tutte le informazioni che si reputa credibili. La sola originalità, quando c’è, è nella sintesi. Non penso sia un dovere partecipare a questa discussione né che sia un dovere pronunciarsi con chiarezza. Anzitutto perché “dover partecipare” ad un dibattito, qualunque questo sia, mi sembra un richiamo piuttosto moralista. Provo a partecipare ai dibattiti che m’interessano, quando credo di riuscire a dare qualche apporto. E poi, non per fare il modesto ma non credo che a qualcuno freghi più di tanto del mio “pronunciamento”. Anche perciò ci ho messo del tempo ad affrontare il tema. Ma, confesso, me lo sono preso soprattutto perché non mi era facile.

Penso – come sempre – che la sinistra debba stare dalla parte delle vittime. Stante il numero di morti e feriti, da quale parte stiano le vittime in questa storia mi sembra chiaro. So bene che scegliere di stare sempre dalla parte delle vittime può essere a volte un peccato d’ingenuità ma, preferisco di gran lunga essere ingenuo a confondermi con gli eterni divoratori di primavera. Trovo macabramente curiosa la riflessione del duo governante circa i manifestanti che si uccidono tra di loro per incolpare il governo. Macabra perché rivela la loro totale mancanza di rispetto per la vita. E ciò mi basta per dire che quella non è la mia parte (il che non equivale ad alcuna confessione di pacifismo senza se e senza ma che, proprio per non considerare sedi e circostanze, mi sembra solo uno specchietto per le allodole. Curiosa perché è esattamente la dizione utilizzata dalle dittature latinoamericane sui loro profughi negli Anni ’70, ovvero anche su di me. Per ciò, presumo che tra un po’ di tempo, se ci saranno dei desaparecidos, diranno che sono dei turisti per caso, magari a soldo dell’imperialismo, e se ci saranno degli esuli, come fecero Pinochet e Videla inizieranno a parlare di turisti in villeggiatura.

In verità, probabilmente si tratta di una sorta di maledizione regionale se si considera che già gli spagnoli sostenevano che gli indigeni si ammazzavano tra di loro. Secondo loro per sfuggire al lavoro, per scappare dai loro doveri coniugali o perché era un atteggiamento diffuso, e cioè per seguire la moda. Hegel, nelle sue “Lezioni sulla filosofia della storia”, darà poi un supporto scientifico al razzismo parlando dei popoli senza storia (tutti, salvo gli europei). Va da sé: “Una grande figura non può fare a meno di calpestare qualche fiore innocente, e di schiacciare qualcosa lungo il suo cammino”[xxi]

Non penso che Managua sia la nuova Stalingrado della sinistra e neppure la punta di lancia del nuovo che avanza. Penso che ci troviamo davanti ad una legittima insurrezione popolare, molto probabilmente aiutata dall’estero (il che per me nulla toglie alla sua giustezza ma aumenta i pericoli della fase successiva), contro una arretrata coppia regnante che, forse sommersa da troppa naftalina, è caduta in un depravato sogno ipnotico. Lo vivo come un episodio doloroso. Non partecipo a questo dibattito per facilitare le intese tra coloro che si ritengono di sinistra, che reputo un dignitosissimo pio desiderio da pii compagni, ma soltanto per cercare di dare un contributo a ridurre le opinioni a opinioni, aiutando a separarle, per quanto possibile, dai fatti e dalle valutazioni, politiche ed etiche.

[i]  Joseph Roth, “La ribellione”, Adelphi, Milano 1989. La prima edizione del romanzo è del 1924.

[ii] Jan Frazier, “I grandi piani. Un viaggio nelle praterie nordamericane”, Feltrinelli, Milano 1990.

[iii] Lucio Anneo Seneca, “Lettere a Lucilio” (“Lettera 71”), in “Tutte le opere”, Bompiani, Milano 2000.

[iv] Julio Cortazar, “Nicaragua, tan violentamente dulce”, Managua 1984.  https://www.liportal.de/fileadmin/user_upload/oeffentlich/Nicaragua/40_gesellschaft/Cortazar_nicaragua_dulce.pdf

[v] Eric Touissaint, “¿De dónde viene el régimen de Daniel Ortega y Rosario Murillo”? CADTM, Bruxelles 23 luglio 2018 (anche in versione francese, portoghese e inglese),  www.cadtm.org/De-donde-viene-el-regimen-de-Daniel-Ortega-y-Rosario-Murillo?debut_tous_articles_auteur=40. Sullo stesso tema, Aldo Zancheta, “MININOTIZIARIO AMERICA LATINA DAL BASSO”, n.6/2018 del 24 luglio 2018.

[vi]  Per questa problematica, vedere alcuni testi di Adolfo Acevedo Vogl pubblicati dal Centro per l’Annullamento dei Debiti del Terzo Mondo (CADTM):

“Nicaragua: Hacia el quinto programa con el FMI”, 23 novembre 2006. http://www.cadtm.org/Nicaragua-Hacia-el-quinto-programa

“¿Cuáles son les principales exigencias del FMI?”, 21 dicembre 2006. http://www.cadtm.org/CUALES-SON-LAS-PRINCIPALES

“La aprobación del presupuesto: un posicionamiento y una propuesta. Se apunta Usted a respaldarla?” 7 febbraio 2008, http://www.cadtm.org/LA-APROBACION-DEL-PRESUPUESTO-UN

“Nicaragua: La Carta de Intención al FMI y la «sobre- recaudación» fiscal. Una propuesta ciudadana”, 20 settembre 2008, http://www.cadtm.org/Nicaragua-La-Carta-de-Intencion-al

[vii]  Mónica Baltodano “¿Qué régimen es éste? ¿Qué mutaciones ha experimentado el FSLN hasta llegar a lo que es hoy?”, Revista Envío , http://www.envio.org.ni/articulo/4792

[viii]  http://www.b2gold.com/projects/nicaragua/

[ix] Mónica Baltodano, Ibidem

[x]  Sui diversi progetti di costruzione di un canale tra l’Oceano Pacifico e l’Oceano Atlantico (Panama, Nicaragua, Costa Rica, Messico), vedere R. A. Rivas, “America Centrale, Istmo, Antille, Messico”, CGIL-CISL-UIL, Cespi, Milano 1982. 

[xi] José Adán Silva, “Canal interoceánico de Nicaragua: pesadilla para ambientalistas”, IPS 3 novembre 2015; Dick y Miriam Emanuelsson, “El conflicto sobre el proyecto del Gran Canal Interoceánico en Nicaragua”, Adital, Sam Paolo 22 dicembre 2015; Bernard Duterme, “Entrevista con Manuel Ortega Hegg, Presidente de la Academia de Ciencias de Nicaragua: El Gran Canal de Nicaragua es una concesion impuesta a un pais vencido”, CETRI 17 marzo 2016.

[xii]  https://www.radiospada.org/2016/06/intervista-proibita-mons-lefebvre/

[xiii] http://www.lavozdelsandinismo.com/nicaragua/2018-07-20/declaraciones-de-la-companera-rosario-murillo-vicepresidenta-de-nicaragua-20-07-2018-texto-integro/

oppure https://www.el19digital.com/articulos/ver/titulo:79300-rosario-en-multinoticias-20-de-julio-del-2018

[xiv] Ibidem

[xv] Mónica Baltodano, Opera citata.

[xvi] Alberto G. Palomo, “La escritora Gioconda Belli a 39 años de la revolución sandinista: En Nicaragua los de antes nos tenemos que apartar para que los jóvenes hagan su propia revolución”, Cimacnoticias Madrid 3 agosto 2018.

http://www.cimacnoticias.com.mx/noticia/en-nicaragua-los-de-antes-nos-tenemos-que-apartar-para-que-los-j-venes-hagan-su-propia

[xvii] “Teólogo de la liberación se pronuncia contra la represión en Nicaragua. Leonardo Boff: E’ inaceptable imitar prácticas del antiguo dictador”, “La Jornada” 23 luglio 2018.

[xviii] Ibidem. Vedere anche l’intervista di Carlos Salinas, Managua, 2 luglio 2018, “Vivimos en un país donde la vida no vale nada. El  célebre autor de la «Misa campesina» afirma que Nicaragua vive una segunda revolución, esta vez contra el presidente Ortega. «Es un hito en nuestra historia», asegura” https://elpais.com/internacional/2018/07/02/actualidad/1530530968_951413.html

[xix] Ernesto Cardenal “Carta urgente desde Nicaragua. Texto de una carta dirigida a José Pepe Mujica”, “Página 12”, Buenos Aires 21 giugno 2018.

[xx] Marcos Roitman Rosenmann, “Nicaragua, una revolución frustrada y traicionada II, “La Jornada”, Città del Messico 30 giugno 2018.

Essendo stato Roque Dalton un mio compagno di studi in Cile, ci tengo a qualche precisione.

Anzitutto, che Roque fu fucilato dai suoi compagni di guerriglia “perché non prendeva nulla sul serio e aveva la cattiva abitudine di prendere tutto e tutti in giro”. Essendo successo ben prima che Umberto Eco pubblicasse “Il nome della rosa” (1980), oserei dire che la condanna dell’allegria – che Eco attribuisce ai monaci che censurano Aristotele – sia invece stata un originale contributo salvadoregno alla cultura universale.

Il 13 aprile 1975 Roque fu arrestato dai membri dell’Esercito Rivoluzionario del Popolo, ERP, organizzazione alla quale apparteneva. Ripetutamente interrogato e percosso accanto a suo amico e compagno Pancho (José Armando Arteaga), accusati di spionaggio in collaborazione coi servizi segreti cubani e con la CIA (sic), il 10 maggio, a quattro giorni di celebrare il suo quarantesimo compleanno, era insieme a tre compagni di partito in una casa del quartiere di Santa Anita a San Salvador. Gli assassini, o complici attivi, si chiamavano Jorge Meléndez, Vladimir Rogel e Joaquin Villalobos. Non si è mai saputo chi dei tre giustiziò i due. Comunque Roque Dalton, più volte sfuggito alla morte nemica, morì colpito da mano amica.

In seguito, Villalobos è stato premiato con la elezione a segretario generale dell’ERP. Successivamente, dopo una veloce evoluzione che lo portò a fondare un partito socialdemocratico salvadoregno, diventò titolare di una cattedra ad Oxford per non noti meriti accademici. Poi, è stato collaboratore del quotidiano spagnolo “El País”, assessore del colombiano Álvaro Uribe e consulente per la risoluzione di conflitti per diversi governi dell’Unione Europea. Eppure, dicono, “il crimine non paga”.

Mi piace ricordare Roque, che consulente non sarebbe diventato mai, con un brano della sua poesia “Como tú” (Come te): “Credo che il mondo è bello, che la poesia è come il pane, di tutti, come il pane. E che le mie vene non finiscono in me, ma nel sangue unanime di quelli che lottano per la vita, l’amore, le cose, il paesaggio e il pane, la poesia di tutti”.

[xxi] Georg Wilhelm Friedrich Hegel, “Vorlesungen über die Philosophie der Geschichte”, ed. Lasson, Lipsia 1917. Traduzione italiana “Lezioni sulla filosofia della storia”, Laterza, Bari 2003.

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