12102018Headline:

Oltre 14 milioni di persone alla fame nello Yemen, la metà sono bimbi

Tra l’aprile 2015 e l’ottobre 2018 sono morti per fame circa 85 mila bambini

28novembre 2018 da R. A. Rivas, Città di Castello

Il bambino della foto (AFP) si chiama (chiamava?) Ghazi Saleh. Ha (aveva?) 10 anni, pesa (pesava?) 8 chili. Era vivo, ma respirava con difficoltà in un letto dell’ospedale di Taez, sudovest dello Yemen. Troppo debole per muoversi, anche per piangere, lottava per tenere gli occhi aperti. Non mangia da tempo, ha raccontato all’agenzia Afp l’infermiera Emane Ali. Ad Al Moudhafar, l’ospedale dove Ghazi è ricoverato, i bambini nelle sue condizioni sono molti. Troppo deboli per mangiare, si cerca di salvarli alimentandoli per via intravenosa.

Nello Yemen, oltre 14 milioni di persone sono sull’orlo della carestia, secondo l’ONU. La metà sono bambini, secondo l’ Unicef. In un rapporto datato 21 novembre 2018 (https://yemen.savethechildren.net/), Save the Children cifra in 84.701 i bambini morti per malnutrizione acuta grave tra l’aprile 2015 e l’ottobre 2018. Tamer Kirolos, direttrice della ONG nello Yemen, aggiunge:

“Per ogni bimbo morto da bombe e le pallottole, dozzine muoiono di fame e ciò può essere evitato … I bambini che muoiono di fame soffrono enormemente man mano le loro funzioni vitali diminuiscono fino arrestarsi. La fragilità dei loro sistemi immunologici li rende più propensi alle infezioni, e la loro debolezza è tale che la maggior parte non riesce neanche a piangere … I genitori possono solo contemplare come i loro figli si consumano, incapaci di fare nulla”.

Oltre tre quarti della popolazione yemenita (22 milioni) dipende dagli aiuti umanitari per sopravvivere. Tra questi, pure i funzionari pubblici che non vengono pagati da mesi. E gli insegnanti delle scuole pubbliche, non pagati da 2 anni. Secondo l’Unicef circa 4,5 milioni di bambini yemeniti potrebbero restare senza scuole, oltre 2.500 scuole sono state distrutte, molte altre sono diventate  rifugi per i fuggiaschi, non poche basi operative dei combattenti. Niente paura: secondo l’ Unicef, molti bambini maschi saranno reclutati come soldati, oltre il 40% delle bimbe sarà costretta a sposarsi prima dei 15 anni ed il 75% prima dei 18.

 

  • Dal 2015, la guerra tra la coalizione filo-governativa guidata dall’Arabia Saudita ed i ribelli houti ha provocato oltre 10 mila morti sul terreno e ha sprofondato lo Yemen nella peggiore crisi umanitaria del mondo, secondo la ONU.
  • Da metà giugno 2018, si è registrata una escalation in seguito all’offensiva lanciata dai filo-governativi su Hodeida. In seguito al  blocco marittimo ed aereo rivolto proprio ad aumentare la mancanza di cibo in tutto il Paese, le persone a rischio carestia sono diventate 14 milioni.

Scrive Save the Children:

“Da allora, la importazione di cibo attraverso il porto di Hodeida, si è ridotta di oltre 55.000 tonnellate metriche ogni mese. Oggi bastano per soddisfare i bisogni di 4,4 milioni di persone, di cui 2,2 milioni sono bambini. Per aggirare il blocco del porto, portiamo cibo al nord del Paese dal porto di Aden, nel sud. Il risultato è che gli aiuti possono metterci fino a 3 settimane per arrivare a destinazione, invece della settimana che ci si metterebbe da Hodeida. Senza contare l’aumento drammatico degli attacchi aerei. Centinaia di bombardamenti mettono in pericolo la sopravvivenza di circa 150.000 bambini ancora intrappolati ad Hodaida. Per evitare che i bambini continuino a morire bisogna sospendere immediatamente le ostilità … In ogni caso, abbiamo bisogno di ottenere cibo ad alti contenuti proteici per i bambini più vulnerabili … Con 60 dollari possiamo alimentare composta da 7 persone durante un mese”, chiude Tamer Kirolos.

Non è importante ma, essendo yemenita, nessun giornalista potrà scrivere di lei come fa l’ispirato ex compare di Fabio Fazio, Maurizio Gramellini, sul “Corriere della Sera” quando, in riferimento a Silvia Romano, la 23enne italiana rapita a Chakama, in Kenya, esordisce:

Ha ragione chi pensa, dice o scrive che la giovane cooperante milanese rapita in Kenya da una banda di somali avrebbe potuto soddisfare le sue smanie d’altruismo in qualche mensa nostrana della Caritas, invece di andare a rischiare la pelle in un villaggio sperduto nel cuore della foresta. Ed è vero che la sua scelta avventata rischia di costare ai contribuenti italiani un corposo riscatto.” (“Cappuccetto Rosso” 22 novembre 2018).

Il giochino delle tre carte

Dal 2016 l’Italia permette la vendita di bombe e armi all’Arabia Saudita che le usa per bombardare lo Yemen aiutata dai suoi alleati sunniti (Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Qatar e Sudan). Gli houti, infatti, sono sciiti e, nei giochi d’influenze regionali, vicini all’Iran. La filiale italiana della tedesca Rwm, con sede a Ghedi (BS) e produzione a Domusnovas, Sardegna, esporta in Arabia Saudita migliaia di bombe.

Racconta il sito ufficiale:

“RWM Italia S.p.A.’s principal activities are the development and manufacturing of countermining systems, medium to large calibre ammunition and warheads. The company offers a wealth of expertise in explosives and defence technology, which has been supplied to the defence departments and ministries of Italy, its allies and other like-minded nations for decades”.

La legge 185/1990 vieta la vendita di armi a paesi in guerra, che commettono gravi violazioni dei diritti umani o sono altamente indebitati e poveri. Quindi, queste esportazioni sono illegali. Ma, fin dal governo Renzi e senza alcuna interruzione fino ad oggi, l’export di armi verso la “democratica” Arabia Saudita non ha subito rallentamenti. Dal 2015 al maggio 2017 l’Italia aveva fornito armi, bombe e munizioni all’Arabia Saudita per circa 40 milioni di euro. 

  • Nel dicembre 2017 il “New York Times” ha pubblicato una video-inchiesta intitolata “In Yemen bombe costruite in Italia uccidono civili”. Il filmato di 7 minuti, consultabile nel sito https://www.nytimes.com/video/world/middleeast/100000005254317/civilian-deaths-yemen-italian-bombs.html mostra il percorso del commercio delle armi utilizzate nella guerra e confermano le denunce lanciate nel giugno 2016 dalla Rete per il Disarmo. Come chiunque può verificare, il filmato prova oltre ogni dubbio che l’uso delle bombe non si limita ai combattenti Houthi sciiti, ma si allarga ai civili. Illustra in particolare lo sterminio di una famiglia di sei persone uccisa da una di queste bombe.

Commenta il NYT:

“L’Italia non è l’unico Paese che invia armi all’Arabia Saudita. In base alla nostra inchiesta c’è stato un aumento sostanziale dell’export nel settore solo nel 2017”.

Il filmato si conclude con le immagini delle visite ufficiali a Ryad della premier britannica Theresa May, del presidente statunitense Donald Trump, del capo del governo italiano Paolo Gentiloni e della ministro della Difesa Roberta Pinotti. “I buoni rapporti tra Paesi favoriscono anche interessi commerciali legati alle armi” è il titolo di fondo.

Il 27 dicembre 2017 la Farnesina rispondeva:

“L’Italia osserva in maniera scrupolosa il diritto nazionale ed internazionale in materia di esportazione di armamenti e si adegua sempre ed immediatamente a prescrizioni decise in ambito ONU o UE. L’Arabia Saudita non è soggetta ad alcuna forma di embargo, sanzione o altra misura restrittiva internazionale o europea … Quanto riportato dal New York Times è una vicenda già nota, sulla quale il governo ha fornito chiarimenti più volte nel corso della legislatura, anche in sede parlamentare”.

Il 16 giugno 2017, infatti, l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle Fabio Massimo Castaldo aveva denunciato la vendita di bombe dall’Italia all’Arabia Saudita e l’ex senatore Roberto Cotti, anche lui del M5S, aveva compilato decine di schede parlamentari con la minuta di ogni carico di armamenti in partenza dalla Rwm Italia alla volta di Ryad. Il pentastellato Manlio Di Stefano affermava tuonante il 29 luglio 2016:

“Europa e Italia fingono di non capire che le armi vendute all’Arabia Saudita finiscono nelle mani dei terroristi (parliamo di uno tra i primi acquirenti al mondo nonché primo acquirente di armi italiane). Italia ed Europa dovrebbero contenere in tutti i modi quei Paesi che forniscono soldi e armi ai terroristi e responsabili dello scempio in Yemen”.

Nel luglio 2018 si sboccava nel gioco delle tre carte.

Iniziava la deputata PD Lia Quartapelle presentando un’interrogazione in commissione esteri nella quale chiedeva

“se il Governo non ritenga opportuno assumere iniziative per rivedere i termini delle forniture di materiali di armamento ai Paesi impegnati nella guerra in Yemen”.

Rispondeva Manlio Di Stefano, nel frattempo diventato sottosegretario agli Esteri, con un lungo ex-cursus sul ruolo del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) e su quello del ministero degli Esteri, che concludeva:

“Il Governo presterà particolare attenzione affinché tutte le richieste autorizzative di esportazione di materiale d’armamento continuino ad essere valutate con estrema attenzione e particolare rigore … Le valutazioni avvengono in un quadro di concertazione fra Paesi Alleati ed UE, tenendo anche conto dei rapporti bilaterali e della cooperazione internazionale nella lotta al terrorismo” (Carmine Gazzanni, “Bombe made in Italy sullo Yemen. Il gioco delle parti tra Movimento 5 stelle e Pd”, “Left”, 16 luglio 2018).

Conclusione: perché “business is business”, il governo attualmente in carica farà esattamente come il governo precedente. Non sorprende: si tratta di due versioni, certamente diverse per importanti aspetti, del neoliberismo. Ad essere buoni, magari Minniti ci soffriva e Salvino ci gode. Come a dire: essendo l’Egitto più importante per l’export italiano, per avere la verità ufficiale sulla morte di Carlo Reggiani bisogna augurarsi che al-Sissi impazzisca. Dichiarandomi interdetto da cotanta inconscia sicumera, chiedo aiuto al Neruda di “Walking Around” per la chiusa:

“Succede che mi stanco di essere uomo. Succede che entro nelle sartorie e nei cinema smorto, impenetrabile, come un cigno di feltro che naviga in un’acqua di origine e di cenere.
L’odore dei parrucchieri mi fa piangere e stridere. Voglio solo un riposo di ciottoli o di lana, non voglio più vedere stabilimenti e giardini, mercanzie, occhiali e ascensori.

  • Succede che mi stanco dei miei piedi e delle mie unghie e dei miei capelli e della mia ombra.
  • Succede che mi stanco di essere uomo.

Eppure, sarebbe delizioso spaventare un notaio con un giglio mozzo. O dar morte a una monaca con un colpo d’orecchio. Sarebbe bello andare per le vie con un coltello verde, urlando fino a crepare di freddo.”

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