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Pescatori tunisini arrestati dopo una azione di soccorso in alto mare

Il governo tunisino chiede la liberazione dei pescatori arrestati dopo una azione di soccorso in alto mare

10settembre 2018 di Fulvio Vassallo Paleologo da Associazione Diritti e Frontiere – ADIF

Era successo già lo scorso anno, è successo ancora pochi giorni fa. Alcuni pescatori tunisini che, mentre avevano calato le reti in mare, si erano trovati vicino una barca con una dozzina di migranti a bordo, che hanno poi assistito, restando in acque internazionali, sono stati arrestati dopo che le autorità di polizia li hanno ritenuti scafisti, come se avessero favorito l’immigrazione “clandestina”, piuttosto che salvare vite umane in mare. Nessuno ha voluto credere ai naufraghi che li hanno scagionati. Per questi pescatori che erano intenti a svolgere il loro lavoro quando hanno avvvistato il barchino stracarico di migranti, dunque in evidente situazione di distress immediato, non si è riconosciuta la motivazione umanitaria delle attività di assistenza e salvataggio.

Secondo il Guardian “According to their lawyers, the Tunisians maintain that they saw a migrant vessel in distress and a common decision was made to tow it to safety in Italian waters. They claim they called the Italian coastguard so it could interviene and take them to shore”.  Dalla visione complessiva del video ripreso da un mezzo aereo di Frontex, molte ore prima dell’intervento delle autorità italiane, sembrerebbe confermata la versione dei fatti fornita dai pescatori e dalle persone che hanno soccorso, in contrasto con quanto poi contestato dalla polizia giudiziaria italiana. Il video dimostra chiaramente che, prima del soccorso, i pescatori erano intenti a lavorare con le loro reti e dunque in nessun modo potevano avere scortato il barchino con i migranti, partito presumibilmente dalle coste tunisine. Come emerge dai Regolamenti europei n.626 del 2014 e n.1624 del 2016 (in nota), tra le attività di Frontex (oggi definita Guardia di frontiera e costiera europea) e le attività della Guardia costiera del paese ospitante, in questo caso l’Italia, esiste un continuo rapporto sinergico, gestito da agenti di collegamento, la cui documentazione potrà chiarire meglio le responsabilità dei pescatori e delle autorità nazionali. Le chiamate senza risposta, da parte dei pescatori tunisini, alla guardia costiera italiana, non saranno rimaste senza traccia.

In realtà i fatti contestati sono documentati ancora in modo parziale e le successive fasi processuali dovrebbero ristabilire la reale sequenza delle attività di assistenza e soccorso prestate dai pescatori tunisini, a partire dai video integrali registrati da Frontex e dalle comunicazioni con la Guardia costiera italiana. Le persone arrestate sono note da tempo, a livello internazionale, per il loro impegno umanitario e per la grande quantità di corpi ritrovati a mare, corpi che hanno dovuto riportare a terra, dopo avere interrotto le loro normali attività di pesca. Sono testimoni scomodi di una strage silenziosa che si è compiuta nell’indifferenza generale. Mentre i porti sono stati sbarrati per le navi umanitarie, dalla Tunisia è ripreso un flusso costante di natanti di piccole dimensioni e dunque assai pericolosi, che raggiungono direttamente Lampedusa e le altre coste siciliane. Quando non fanno naufragio. I pescatori attualmente in carcere ad Agrigento sono conosciuti a Zarzis e nel resto della Tunisia come persone che si sono sempre battute per garantire la salvaguardia della vita umana in mare e per scoraggiare l’immigrazione clandestina. Una manifestazione di protesta si è già tenuta a Zarzis ed un’altra a Tunisi. Il governo tunisino, sulla base della ricostruzione dei fatti in suo possesso, ha già chiesto il rilascio dei pescatori, tra i quali si trova anche il responsabile dell’associazione dei pescatori di Zarzis.

Come è stato ricordato, “la Tunisia ha chiesto formalmente all’Italia il rilascio immediato dei sei pescatori tunisini che si trovano in carcere dal 29 agosto ad Agrigento con l’accusa di favoreggiamento aggravato dell’immigrazione illegale. Lo ha dichiarato il segretario di Stato per le Migrazioni, Adel Jarboui, aggiungendo che il governo garantirà il rispetto dei diritti degli arrestati e fornirà loro tutto il supporto necessario”.

Un rigoroso accertamento degli elementi probatori addotti dalla polizia giudiziaria e le indagini difensive, che chiariranno meglio le circostanze di fatto e i ruoli delle diverse autorità coinvolte nell’azione di soccorso, potranno consentire agli organi giurisdizionali una valutazione imparziale delle responsabilità e del rispetto dei Regolamenti europei, che sono direttamente vincolanti nel nostro ordinamento interno, e delle Convenzioni internazionali di diritto del mare che gli stessi Regolamenti europei richiamano espressamente, conferendo loro una immediata efficacia vincolante anche negli stati membri. Si deve altresì ricordare la ridotta estensione della zona SAR tunisina, neppure riportata nei data base dell’IMO, e degli obblighi di coordinamento e di salvataggio incombenti su Frontex, in base al Regolamento n. 656 del 2014 e su Malta, oltre che sulle autorità italiane. Occorre che l’IMO faccia chiarezza sulla attuale effettiva ripartizione delle zone SAR e degli organi di coordinamento tra stati per le attività SAR ( ricerca e soccorso in mare). Va chiarita la sovrapposizione tuttora ricorrente tra la zona SAR italiana e la zona SAR riconosciuta a Malta, con i problemi di coordinamento tra i diversi (MRCC) comandi centrali delle guardie costiere, a Roma e a La Valletta, emersi da ultimo nel caso Diciotti. Come è noto Malta non ha aderito alle Linee guida dell”IMO ( in nota) che fissano la responsabilità di indviduare il luogo di sbarco in capo al paese a cui spetta la responsabilità di coordinare le attività SAR in acque internazionali. Si deve anche ricordare come i respingimenti collettivi siano vietati non solo verso la Libia, ma anche verso la Tunisia, sulla base dell’art. 4 del Quarto Protocollo allegato alla CEDU e dell’art. 19 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. In ogni caso qualunque misura di allontanamento forzato deve essere adottata dopo lo sbarco a terra, se ne ricorrono i presupposti legali, nell’ambito dell’appproccio Hotspot, e non può essere applicata rispetto ad un gruppo indistinto di persone che si trovano in navigazione in acque internazionali, a notevole distanza dalle coste del paese di origine.

La criminalizzazione della solidarietà si batte dimostrando nelle competenti sedi giudiziarie la innocenza di chi, dopo avere contribuito al soccorso in alto mare finisce sotto inchiesta, e si batte anche creando un vasto fronte sociale, che si estenda sulle due sponde del Mediterraneo, che rivaluti il princpio di solidarietà. Per evitare che si diffonda tra i pescatori la tendenza già molto forte, per precedenti accuse elevate in casi simili dagli organi di polizia, disattese dagli organi giudicanti, ad abbandonare le persone che, a bordo di imbarcazioni fatiscenti, rischiano la vita in alto mare per raggiungere l’Europa. A mare non si distingue tra “migranti economici” e potenziali richiedenti asilo, tra adulti e minori, ci sono soltanto vite da salvare e persone da fare sbarcare in un porto che sia qualificabile come “place of safety”. Per quanto enfatizzato dalla frequenza degli arrivi, direttamente sulle coste siciliane, il numero dei migranti che dalla Tunisia riesce ancora a raggiungere l’Italia rimane molto basso, non costituisce alcuna emergenza, e potrebbe benissimo essere assorbito con la creazione di canali di ingresso legale, anche per lavoro stagionale. 

Chi punta sulla criminalizzazione dei migranti, e delle persone che intervengono disinteressatamente per soccorrerli o assisterli, costituisce il primo alleato dei trafficanti che sfruttano la disperazione di persone comunque in cerca di chance di sopravvivenza, ed offrono le uniche vie praticabili, anche a costo della vita, per raggiungere l’Italia. I cittadini solidali delle due sponde del Mediterraneo saranno accanto a tutti coloro che saranno incriminati per avere compiuto azioni di salvataggio in mare.

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