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Acquedotto Mediceo, non smontiamo storia e paesaggio per un’opera inutile

L’intervento del professor Giovanni Ranieri Fascetti a proposito della ipotesi di smontare e ricostruire altrove tre archi dell’Acquedotto Mediceo allo scopo di risparmiare il previsto sottopasso della “tangenziale nord est”

Mai ho sentito un emiro affermare: “Abbiamo troppo petrolio”, sempre, quando si parla di Patrimonio culturale, sento i cittadini italiani dire “Ne abbiamo troppo”

22novembre 2018 da Prof. Giovanni Ranieri Fascetti, Cittadino pisano

Questo atteggiamento è dovuto all’ignoranza di ciò che rappresenta per la nostra Nazione il Patrimonio, ovvero l’insieme di paesaggio, monumenti, stratigrafie archeologiche, tradizioni, prodotti tipici. L’Italia possiede più del 50% del Patrimonio dell’Umanità, risorsa enorme, non delocalizzabile, non inquinante, che consente uno sviluppo compatibile con il territorio ed è quindi opportunità chiave di una “crescita felice” attraverso il Turismo, Turismo che è la potenziale locomotiva di tanti altri comparti produttivi.

Questa ricchezza è pressoché sconosciuta al popolo – tenuto opportunamente nell’ignoranza – e questo spiega perché noi italiani, invece di essere ricchi, ricchissimi, nababbi, siamo ridotti allo stato di miserabili, con un debito pubblico di più di trentacinquemila euro a testa, cinque milioni di poveri, un esercito di disoccupati e il Patrimonio che versa in uno stato di penoso abbandono ed è esposto a una continua opera di distruzione. Eppure il Patrimonio è l’ultima grande ricchezza del Paese, l’unica a offrirci reali prospettive di sviluppo economico e benessere sociale, un tipo di sviluppo nel quale tutti possono guadagnare e non soltanto alcuni (per questo non piace).

Oggi l’occhio distruttore si è fissato sull’Acquedotto mediceo, monumento di straordinaria importanza storica e architettonica, opera la cui realizzazione destò meraviglia nell’Europa del XVII secolo. Quasi mille archi destinati a offrire al popolo di Pisa, costretto da secoli a bere l’acqua piovana delle cisterne o l’acqua, non sempre buona, dei pozzi di città; l’acquedotto portava per la prima volta a Pisa un’acqua pura, captata da tredici sorgenti del Monte e filtrata, distribuita – gratis – da una rete di fontane pubbliche. Era quella l’epoca nella quale il potere politico mirava soprattutto a creare opere che fossero di grande utilità e beneficio per il popolo. L’acquedotto si snoda con i suoi quasi mille archi attraverso un territorio, un paesaggio, quello compreso tra Pisa e l’area di Asciano al Monte Pisano, che è ancora incontaminato dalla lebbra dei capannoni che infesta troppa parte del nostro Paese.

Sappiamo bene che l’apertura di tangenziali ha la precipua funzione di mutare (magicamente…) terreni agricoli in aree di insediamento industriale, con la creazione aggiuntiva di aree di rifornimento carburanti, svincoli, rotonde e, chi più ne ha, più ne metta.

Dunque non si tratta soltanto di salvare quello che rimane ancora intatto dell’acquedotto ma anche di salvare il nostro paesaggio dalla costruzione di una tangenziale che verrebbe peraltro a interrompere quel meraviglioso percorso ciclabile e pedonale che quotidianamente permette a centinaia di persone di fare sport e passeggiate ricreative tra Pisa e il Monte Pisano. Proprio questo insieme di architettura medicea e di paesaggio agricolo, di pista ciclabile e pedonale racchiude potenzialità turistiche sconosciute e quindi finora inespresse. Personalmente, come cittadino e quindi come proprietario di questo paesaggio, di questo monumento, di questo percorso viario antico e affascinante, mi oppongo a questa mania di andare con la ruspa a comandare in tangenziale, di distruggere ciò che mi appartiene e di spendere i miei soldi per un’opera della quale francamente credo non ci sia alcun bisogno in un’epoca, la nostra, nella quale bisognerebbe investire le poche risorse disponibili in miglioramento e manutenzione delle infrastrutture esistenti e soprattutto nello sviluppo della Mobilità Alternativa.

Spero che anche tanti altri cittadini si accorgano di esistere e di essere i padroni di questa grande ricchezza, unica occasione di sviluppo economico del nostro Paese che una volta distrutta non ritornerà mai più, lasciando noi e le future generazioni immersi in una desolante povertà e nella più assoluta bruttura.

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