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“Caro, angelico Ginsberg…” Pasolini, beat generation e sessantotto

Il 2 novembre 1975, viene brutalmente assassinato Pier Paolo Pasolini, marxista eretico fino all’ultimo giorno della su vita. Libero, radicale e spregiudicato nel suo pensiero dove, l’ambizione di voler comunicare ed esprimere le due culture alla base della storia italiana (quella cattolica e quella comunista), lo videro nella condizione di dover prendere le distanze sia dalla Chiesa, come pure dal Partito Comunista.

Per ricordarlo proponiamo un articolo, scritto nel febbraio 2006, per Queer (inserto domenicale di Liberazione), da Maurizio Acerbo*

2novembre 2018 di Maurizio Acerbo*

La fin troppo celebre poesia “Il PCI ai giovani” scritta dopo i fatti di Valle Giulia ha lasciato dietro di sé un’immagine di Pasolini assai deformata. Sovente si dimentica che la polemica di Pasolini non è con il sessantotto in quanto tale, inteso come fenomeno mondiale, ma con alcuni caratteri specifici della cultura e taluni atteggiamenti del movimento in atto nelle università italiane e, successivamente, dei gruppi della nuova sinistra. Ma il risalto che ebbero ai tempi le polemiche, rinvigorito da ogni anniversario, mi sembra oscuri la complessità della ricerca pasoliniana e la ricchezza del suo approccio politico. Per esempio pare cadere nell’oblio il suo entusiasmo per la beat generation e il movimento americano, e in particolare la sintonia con Allen Ginsberg:

“Io amo Ginsberg: era tanto che non leggevo poesie di un poeta fratello […] Egli è una vivente contestazione”, scrive Pasolini in Poeta delle ceneri, una composizione scritta nell’agosto del ’66, ma pubblicata soltanto nel 1980.

Difficile sostenere la tesi di un Pasolini dai paradigmi culturali datati distante dallo spirito libertario delle rivolte giovanili come è stato autorevolmente scritto anche su Queer. Si dimentica spesso che la nuova sinistra neomarxista italiana, non solo il P.C.I., fin dai primi anni ’60 sui Quaderni Piacentini, ebbe un atteggiamento negativo sia nei confronti di Pasolini che dei beats. Mentre Pasolini pensava a Kerouac quale possibile interprete di Cristo nel Vangelo (l’influenza dei beats diventa evidente in Porcile e Teorema), QP inseriva l’autore di Sulla Strada tra i “libri da non leggere”. Una doppia incomprensione che non era casuale, bensì insita nel codice genetico che caratterizzò nel bene e nel male quei gruppi di intellettuali “eretici”. 

Pasolini in “Trasumanar e organizzar” ben  tratteggerà un carattere di fondo sotteso al marxismo eretico degli anni ’60 e ’70:

“E pensare che la ribalda e superba gioia giovanile di possedere una novità eretica non contiene (né altro può essere) che nuova ortodossia; […] L’eretico, dunque, non cercò con disinteressato amore l’eresia: non se lo sognò nemmeno! Oppose serietà a serietà; ricercò la purezza originaria del pensiero. Lottò in realtà per la vera ortodossia”.

Da qui nasce quell’atteggiamento neo-zdnadoviano e, spesso involontariamente neostalinista, che Pasolini in Empirismo eretico imputava a gran parte delle riviste ‘ispiratrici in genere dei leaders del Movimento studentesco’ e ‘soprattutto dei gruppi che ruotano intorno a loro’.

Cosa suscita l’interesse di Pasolini nell’esperienza del ‘fratello’ americano? Basta leggere una lettera a Ginsberg datata ottobre 1967:

Ginsberg “Caro, angelico Ginsberg, ieri sera ti ho sentito dire tutto quello che ti veniva in mente su New York e San Francisco, coi loro fiori. Io ti ho detto qualcosa dell’Italia (fiori solo dai fiorai)… queste sono state le nostre chiacchiere. Molto, molto più belle le tue, e te l’ho anche detto il perché… Perché tu… sei costretto a inventare di nuovo e completamente – giorno per giorno, parola per parola – il tuo linguaggio rivoluzionario. Tutti gli uomini della tua America sono costretti, per esprimersi, ad essere inventori di parole ! Noi qui invece (anche quelli che hanno adesso sedici anni) abbiamo già il nostro linguaggio rivoluzionario bell’e pronto, con dentro la sua morale. Anche i Cinesi parlano come degli statali'”

Pasolini e i beats hanno in comune la consapevolezza di vivere dentro una grande trasformazione (che gli States hanno vissuto in anticipo):

“Siamo tutti coinvolti in questa fine di un mondo”. Come i beats nei confronti dei wobblies, rimane sentimentalmente legato alle “belle bandiere degli Anni Quaranta!”. Ma, per lui come per loro, “bisogna saper ricominciare”. “Sopravviviamo: ed è la confusione di una vita rinata fuori della ragione”, aveva scritto in Poesia in forma di rosa nel 1964. È lì che “qualcosa si è rotto:  forse era la presenza, ancora a me non direttamente nota, della nuova sinistra americana, e l’operare lontano di Ginsberg”.

Il Pasolini che critica il trionfalismo per gli scontri di Valle Giulia racconta con autentico entusiasmo le manifestazioni della new left americana cui assiste nella sua visita del ‘66:

“Coloro che appartengono alla Nuova Sinistra si riconoscono a prima vista, e nasce tra loro quella specie di amore che legava i partigiani. Chi non ha visto una manifestazione pacifista e nonviolenta a New York, manca di una grande esperienza umana, paragonabile solo ai grandi giorni della Speranza degli anni Quaranta”.

Mentre la sinistra italiana, in tutte le sue varianti, snobbava il fenomeno, Pasolini “marxista a New York” ne coglie la valenza forse con una profondità che non incontriamo neanche nella stessa Fernanda Pivano. Si legga il lungo articolo intitolato “Guerra civile” che pubblica su Paese Sera al ritorno in Italia (poi in Empirismo eretico). Le critiche che ha ascoltato da parte degli attivisti del SDS nei confronti dei “comunisti” le adotta apertamente perché confermano le opinioni che aveva sviluppato nei suoi viaggi in Cecoslovacchia, Romania e Ungheria dove “la rivoluzione non è continuata” e gli operai “sono dominati da una burocrazia che di rivoluzionario ha solo il nome”. Sembra che non sia stato fermo un attimo in quei dieci giorni, racconta tutte le sfaccettature dell’Altra America. Lamenta quella che per lui è la caratteristica negativa della vita americana, cioè la “mancanza della coscienza di classe, immediato effetto dell’idea falsa di sé di ogni individuo immesso nell’ambito dei privilegi piccolo – borghesi del benessere industriale e della potenza statale”. E’ la visione di quella che chiamerà “entropia borghese”. Ma nota che “la straordinaria novità è che la coscienza di classe albeggia negli americani in situazioni del tutto nuove e quasi scandalose per il marxismo”.

La democrazia radicale, “estremista”, del movement seppur condita di “ontologie ingenue” gli appare più vitale di quello che era per lui lo “snobismo estremistico” e “il ritorno degli schemi ideologici primitivi del marxismo”. “Bisogna gettare il proprio corpo nella lotta”, “Ecco il nuovo motto di un impegno reale, e non noiosamente moralistico”. ”Chi c’è in Italia, in Europa, che scrive spinto da tanta e così disperata forza di contestazione ?” Provate a leggere cosa scriveva all’epoca persino Italo Calvino! Nella famigerata “brutta” poesia è esplicito il riferimento ai “vostri adorabili coetanei americani” che stanno “inventando un linguaggio rivoluzionario nuovo”. Ed anche alla nonviolenza creativa che Ginsberg indicò al movimento pacifista con il manifesto per la marcia del 1965 a Berkeley: “In questi casi, ai poliziotti si danno i fiori, amici”. L’indicazione di un altro sessantotto possibile, dove la rottura con i propri padri borghesi fosse più autentica.

L’omosessualità sicuramente rende Pasolini particolarmente sensibile alle tematiche beat. Mentre i beats con incredibile franchezza da anni irrompono nel dibattito pubblico con la gay liberation, nell’Italia del 1969 Pasolini è costretto a lamentarsi della latitanza dei gruppi neorivoluzionari di fronte alla caccia all’omosessuale scatenata dal caso Lavorini. Pasolini non fu mai un sostenitore dell’importazione passiva del modello della controcultura americana, non si entusiasmò per i capelloni negli anni sessanta né per Re Nudo nei settanta, liquidò film come Zabriskie Point e forse anche Easy Rider. Anche rispetto al diffondersi dell’interesse per il buddismo e l’induismo precisò di “non amare allargamenti culturali di carattere sottoculturale”.

Nel 1973 con “il discorso dei capelli” Pasolini critica l’ormai istituzionalizzata moda dei capelli lunghi, perché “la loro libertà di portare i capelli come vogliono, non è più difendibile, perché non è più libertà”, quando nella pubblicità è ormai assolutamente inconcepibile prevedere un giovane che non abbia i capelli lunghi”. Ginsberg aveva già parlato di “esaurita potenza degli hippies”. 3 anni più tardi sarà il punk a dargli ragione.

I vecchi beats furono riconosciuti come precursori dalla nuova scena. Pasolini non c’era più, ma in qualche modo aveva anticipato il no future. Patti Smith gli rese omaggio.

*Maurizio Acerbo. Dal 2 aprile 2017 è il segretario nazionale del Partito della Rifondazione Comunista.

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