Conflitti religiosi mai sopiti nel film libanese “L’insulto”

Con l’assurda decisione di Trump di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele, annunciando lo spostamento dell’ambasciata Americana da Tel Aviv(ma la sede non c’è ancora), riesplodono i conflitti mai sopiti nella tormentata area mediorientale.  Basta andare una volta a Gerusalemme per rendersi conto come sia difficile la convivenza in quel chilometro quadrato da sempre conteso tra le tre religioni monoteiste.

12dicembre 2017 da Donatella Nesti

Un muro del pianto venerato come l’unico rimasto del tempio di Salomone a ridosso della Spianata delle moschee, luoghi perennemente presidiati da giovani soldati e soldatesse in assetto bellico e le chiavi per accedere al santo Sepolcro nelle mani di una famiglia musulmana. Vivendo anche solo da turisti il clima che si respira si riesce meglio a capire come sia facile far esplodere la scintilla che può di nuovo infiammare l’area come ci racconta il regista   ZIAD DOUEIRI  nel suo ultimo film “L’insulto” presentato alla Mostra del Cinema di Venezia ed ora nelle sale.

Un litigio nato da un banale incidente porta in tribunale Toni e Yasser. La semplice questione privata tra i due si trasforma in un conflitto di proporzioni incredibili, diventando poco a poco un caso nazionale, un regolamento di conti tra culture e religioni diverse con colpi di scena inaspettati. Toni, infatti, è un libanese cristiano e Yasser un palestinese. Al processo, oltre agli avvocati e ai familiari, si schierano due fazioni opposte di un paese che riscopre in quell’occasione ferite mai curate e rivelazioni scioccanti, facendo riaffiorare così un passato che è sempre presente.

Kamel Al Basha

“La premessa per il film era qualcosa che in effetti è accaduta a me molti anni fa a Beirut” dichiara il regista  “Ebbi una discussione con un idraulico, una cosa molto banale, ma i temperamenti sono andati scaldandosi velocemente, e praticamente dissi le stesse parole che sono nel film. L’incidente avrebbe potuto anche essere irrilevante, ma non i sentimenti subcoscienti. Quando ti escono parole simili, è perché sono stati toccati sentimenti ed emozioni molto personali. Joëlle Touma, mia co-sceneggiatrice nel film, quel giorno era presente. Mi convinse ad andare da lui per chiedere scusa. Finii per andare dal suo capo a presentare le mie scuse. Quando il suo capo usò questa, e altre ragioni, per licenziare quell’uomo, presi immediatamente le sue difese. Successivamente mi resi conto che questo era del buon materiale per una sceneggiatura. Avevo in mano tutte le dinamiche per dare vita ad una storia costruita su un evento che va fuori controllo. Inizio sempre i miei film con una tensione, un incidente. Cerco di vedere la serie di fatti che ne derivano. Inizio con i miei personaggi, descrivo chi sono all’inizio e chi diventano alla fine del film. In questo caso non avevo uno, bensì due personaggi principali: Toni e Yasser. Tutti e due hanno delle colpe, i loro passati sono pervasi da una serie di ostacoli interni. Come se non bastasse, si trovano in un ambiente esterno molto carico, elettrico. La guerra in Libano è finita nel 1990 senza vinti né vincitori. Tutti vennero assolti. L’amnistia generale si trasformò in amnesia generale. Abbiamo nascosto la sporcizia sotto il tappeto, per così dire. Ma non può esserci una guarigione della nazione sino a quando i problemi non vengono affrontati.”

Il film ha conquistato la Coppa Volpi per l’interpretazione maschile di  KAMEL EL BASHA   primo attore arabo a conquistare l’ambito premio. Palestinese di Gerusalemme, classe 1962, Basha ha alle spalle una solida carriera teatrale e un percorso di vita fatto di attivismo politico in difesa della sua terra.

“Mi aspettavo questo successo in Libano, come credo che avrà successo in tutti i paesi arabi e, spero, nel resto del mondo” ha dichiarato l’attore “ Sapevo che si trattava di un film controverso che avrebbe sollevato molte domande e che avrebbe aperto un dibattito sulla guerra civile libanese, sulla nostra vita di oggi, sul pluralismo e sulla libertà di parola, sul diritto che ciascun individuo ha di parlare del proprio dolore.”

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