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Pensioni, la grande incertezza che si aggira per l’Europa

Forse a molti non è ancora chiaro, ma sulle pensioni si gioca il futuro di numerosi leaders europei alla ricerca di voti e di riconferme.

8 settembre 2018 di Federico Giusti

In tutta Europa negli ultimi 20 anni hanno innalzato l’età pensionabile accrescendo gli anni contributivi, ma allo stesso tempo si sono uniformati i sistemi di calcolo per impedire assegni previdenziali più alti. La ragione è sempre la stessa, ossia il contenimento della spesa pubblica.
 “Pensioni stabili e sicure”, lo leggiamo nei manifesti dei partiti che governano in Germania o nel Nord Europa operando la rimozione di quanto accaduto in questi anni .
In Italia il sistema di calcolo previdenziale, l’aumento dei contributi rappresentano una costante di tutte le riforme in materia previdenziale.

Chiunque allora voglia rivedere le politiche del recente passato dovrà vedersela con i parametri di Maastricht oppure tagliare spesa sociale per conquistare un incerto elettorato.
Grande è l’incertezza, se perfino la Cdu-Csu, per arginare la emorragia di consensi a favore della destra estrema e xenofoba,  sta correndo ai ripari con una riforma pensionistica che prevede almeno 32-34 miliardi di costi aggiuntivi da qui ai prossimi 8 anni.
Ma il tema delle pensioni interessa anche il centrosinistra, il progressivo invecchiamento della popolazione tedesca impone scelte coraggiose senza le quali avranno la meglio gli argomenti acchiappa voti come le campagne contro i migranti. Cdu e Spd fanno quindi a gara per apparire gli artefici della riforma pensionistica che aumenta la spesa complessiva, sicuramente si tratta di misure elettorali perché tutti sanno di dovere nuovamente intervenire tra un decennio e con misure di segno opposto. 
Nessuno tuttavia ha intenzione di rivedere le questioni dirimenti che poi sono connesse al sistema di calcolo dell’assegno previdenziale, gli anni effettivi di contributi, il rischio è di dare dei semplici contentini per operare tagli altrove, per esempio tra sanità, welfare e ammortizzatori sociali.
Anche in Italia il tema previdenziale è tra i più’ gettonati, la quota 100 rischia di tramutarsi  in boomerang se applicheranno il calcolo contributivo sulla intera vita lavorativa, possono anche rivedere la Legge Fornero ma non cancellarla, perché alla fine il rispetto dei parametri di Maastricht non viene messo in discussione se non a parole, anche da chi ogni giorno straparla di sovranità economica e finanziaria.
Gli ultimi dati ci dicono che in Italia il rapporto tra Pil e spesa previdenziale passa dal 15,1 al 16,2 %, un punto in percentuale che non sappiamo a quanti soldi ammonti. Intanto si scopre che al Governo stanno dividendosi non solo sulla applicazione della quota 100 ma anche su come finanziarie questa manovra, che qualche costo aggiuntivo lo avrà. La Lega non vuole inimicarsi le simpatie del Nord e di quanti hanno assegni previdenziali medio alti, per questo prova ad alzare l’asticella della soglia oltre cui applicare il contributo di solidarietà.

In Italia, come in Germania, si adopera l’argomento previdenziale per guadagnare consensi ma senza ripristinare equità e sistemi di calcolo degli anni lavorati che restituisca reale potere di acquisto ai pensionati di domani.

Un po’ come accade con i lavoratori, basti pensare che dopo 9 anni di blocco hanno rinnovato il contratto della Pa ma senza incrementare il fondo del salario accessorio a livello di Ente. Gli aumenti poi accordati nel settore privato non permettono alcun recupero del potere di acquisto perduto, anzi si rinvia alla contrattazione di secondo livello per dividere i lavoratori, mettendo gli uni contro gli altri per ricevere parte di quel salario che dovrebbe spettare loro per diritto. La chiamano performance o merito, in realtà siamo dinanzi a un sistema truffaldino destinato solo a indebolire il nostro potere di acquisto e di contrattazione.

Un po’ come accade sulle pensioni, tutti a parlare della quota 100, ma nessuno a spiegare che rispetto alla Fornero cambierà ben poco.

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