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Venezuela e la mediazione del Papa nello scontro politico, dopo la vittoria di Trump

venezuelaLa situazione in Venezuela oggi, specialmente dopo la vittoria di Donald Trump, assume caratteristiche paradossali.

18novembre 2016 di Mario Giro, Viceministro agli Esteri (pubblicato su Il Manifesto)

Il conflitto socio-politico tra una vecchia destra oligarchica e una nuova sinistra egualitaria che aveva caratterizzato l’epoca di Chavez, ha lasciato il posto ad una congiuntura caotica in cui i confini ideologici e di schieramento si confondono sempre più. Messa da parte la questione dell’ingerenza americana, da qualche anno sopita grazie alle scelte di Obama, venuta meno l’influenza calmierante del Brasile di Lula e più in generale l’interesse latinoamericano per il paese, gli schieramenti si sono trovato soli, uno di fronte all’altro.

Venezuela, Nicolas Maduro

Resiste ancora nei discorsi qualche accenno all’imperialismo o all’aggressione esterna, ma tutto sommato nessuno ci crede più: il prezzo del petrolio è basso da troppo tempo perché il paese possa avere ancora quell’influenza che ebbe negli anni d’oro del Socialismo del XXI° secolo e dei suoi acerrimi nemici. La verità è più cruda: i venezuelani sono soli con se stessi e la crisi del loro paese interessa forse soltanto ai vicini colombiani, alle prese con una difficile pace. Il prolungarsi senza soluzione di continuità e senza prospettive dell’aspro confronto tra governo e opposizione sta logorando i due campi. Nessuno sa bene cosa accadrà, nessuno sa cosa fare. Come si dice nel paese: non esiste “Plan B”, ma solo un’estenuante prova di forza, il cui esito finale viene rimandato di continuo. Minacce e conseguenti linee rosse da non oltrepassare, restano sospese mentre il paese lentamente si degrada.

Non c’è un’incipiente guerra civile a Caracas, come sostengono i duri dell’opposizione; allo stesso tempo non va tutto bene come sostiene parte dell’area governativa. I pragmatici dell’una e dell’altra parte sussurrano all’orecchio dell’interlocutore straniero in visita, che “si l’economia va male ma non tanto da provocare sommosse”; “si hanno oltrepassato ogni limite ma…ne abbiamo posto un altro”; “si lo scontro è aspro ma meglio le diatribe giuridico-politiche che le pallottole” e così via. Da parte governativa essenzialmente si aspetta che il prezzo del petrolio risalga e intanto si fanno i salti mortali per distribuire quel poco che c’è alle classi di cui si vuol mantenere il sostegno; da parte dell’opposizione si grida allo scandalo ma non si vuole cadere nella violenza. I duri fanno fuoco e fiamme sulla stampa; i moderati ricuciono in silenzio.

Il governo, conscio di perdere quasi certamente le prossime elezioni, prende tempo; l’opposizione vorrebbe accelerare, ma la pluralità dei candidati alla presidenza nel suo seno frena ogni definitiva iniziativa politica.

La mediazione dei tre presidenti (Torrijos, Zapatero e Fernandez) era già fallita ma è stata salvata in extremis soltanto dall’intervento personale del Papa che ha ricevuto Maduro e l’ha spinto a ricominciare gli incontri. Un mezzo miracolo. In quell’occasione si è visto in pieno il paradosso venezuelano. Da una parte Maduro si è offerto di riprendere i colloqui mentre il n° 2 del Psuv, Diosdato Cabello, minacciava tutti di “bastonate”. Dall’altra Voluntad Popular di Leopoldo Lopez (ancora in prigione) si rifiutava di partecipare mentre gli altri partiti detti del G4 (i più importanti dell’opposizione) accettavano, pur strascicando i piedi. Una bella crepa nella Mud, il coordinamento oppositore. Lo stesso presidente della conferenza episcopale restava freddo.

Alla fine gli incontri sono ricominciati ma senza interrompere lo scontro politico e giuridico (messa fuoricampo dell’Assemblea; procedura di impeachment contro Maduro ecc). Il quadro è molto teso e confuso: sarà complesso per i mediatori creare un pragmatico clima di dialogo. Sembra che i leader dei rispettivi schieramenti non controllino più tanto bene la situazione e così il Venezuela lentamente scivola nell’anarchia istituzionale.

 

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